Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

Breve storia della patata (Dalla raccolta "Per non piangere")



Uno dei motivi che spinge l’uomo ad affrontare imprese gravose, sembra sia quel senso della verità che tanti famosi filosofi hanno teorizzato come uno dei princìpi primi della nostra umanità. A esser sinceri, ritengo errato attribuire caratteri metafisici a cose che spesso hanno origini ben più terrene, ed è quindi da questa semplice opinione che è sorta l’esigenza di fare il punto, ma non perdiamoci in chiacchiere e passiamo all’argomento che ho da proporre.
Nella mia esistenza la cosa più sciocca che abbia mai potuto fare è leggere: avrei fatto meglio a spendere il tempo in ambiti più utili e costruttivi, come la gastronomia, il calcio, oppure i video giochi; purtroppo la vita è andata così, e a questo punto non serve a molto lagnarsi. Per quanto riguarda lo studio della Storia, ad esempio, ho notato che ogni studioso interpreta in modo personale i periodi presi in esame: se uno distingue l’economia all’origine del divenire, un altro, invece, intravede l’idea, la religione, l’energia, lo sviluppo agricolo, le condizioni climatiche, la paura, oppure il caos. Un mio fraterno amico, forse uno dei più illustri e sconosciuti ricercatori di Storia antico Romana, un giorno mi ha detto: “Fratello, posso assicurarti che ci hanno detto un sacco di stupidaggini. I libri di storia sono stracolmi di menzogne.” E io gli credo, perché nessuno come lui ha saputo analizzare e cogliere oggettività inoppugnabili. Forte di ciò, ben sapendo a cosa sarei potuto andare incontro, gli ho spiegato brevemente l’idea che con umiltà avevo maturato nella mia mente, e che alla luce delle nuove rivelazioni acquistava un innegabile valore. Una volta terminata la narrazione dei fatti, ho colto sul suo volto un’immobilità innaturale, come se lo sprofondare nel pensiero lo avesse d’improvviso estraniato dal mondo circostante. Per superare l’istante d’inquietudine l’ho sollecitato a una risposta, e lui, ritrovando rapido mobilità e favella, mi ha risposto serio serio che la teoria era assai affascinante e non priva di possibili verità. Dunque, forte del suo positivo giudizio, mi appresto qui a rivelare alle masse ignare la causa prima del divenire storico, il perno attorno a cui tutto è ruotato e ruota, l’origine del fluire: Lei, la comunissima, normalissima… meravigliosa patata.

Mi vedo costretto per forza di cose a iniziare la narrazione dai lontani Egizi. La breve storia trascurerà popoli come gli Assiri, oppure i Babilonesi, di cui non abbiamo notizie certe a riguardo; popoli troppo con la testa fra le nuvole, assai occupati a scrutare le stelle, il firmamento, lo zodiaco; di fatto si sono estinti, quindi, visti i risultati, nutro seri dubbi che loro abbiano avuto un consapevole interesse per la patata.
Passeremo quindi a esaminare subito i misteriosi Egizi.
Sugli Egiziani circolano varie ipotesi. Ogni giorno ne esce una nuova: le piramidi costruite disponendole come note costellazioni, il fallosimbolismo degli obelischi, gli UFO, i poteri paranormali.
Tanti dubbi. Tante domande.
E come facevano a conoscere, almeno in teoria, la patata, se in America non c’erano mai stati?
Perché credo che conoscessero la patata?
È presto detto.
All’inizio della loro vicenda storica gli egizi, di sicuro, l’America non sapevano proprio cosa fosse. Ma un bel giorno, con il trascorrere degli anni, qualche scarna notizia ai sudditi dei potentissimi faraoni doveva pur essergli arrivata. La notizia, non si sa come, considerata l’estrema insufficienza, si era propagata in tutto il Regno: oltre il mare infinito, che poi infinito non è, c’è un lussureggiante continente dove vive e prospera la patata.
Fine della tranquillità. La popolazione esce di senno:
“Allora esiste, non è una leggenda narrata dalle sacre scritture.”
In breve in molti si persuadevano e in un istante l’eccitazione avrebbe raggiunto il parossismo, contagiando il Regno e le dinastie, la plebaglia infame e gli scribi superbi, i sacerdoti arroganti e i faraoni onnipotenti, tutti volevano andare in quel Paese dove pareva essercene in abbondanza. La follia dilaga e il fondo dell’oceano si riempie di navi, barche, barchette, canoe... un’inutile strage. Nessuno arriverà mai a destinazione. Crescendo la disperazione per l’inappagata brama, gli Egiziani iniziarono a divinizzare l’oggetto del desiderio. Per la fantastica patata, i più ricchi avrebbero provato a innalzare dei rudimentali templi, costruiti sulla base delle poche, magre informazioni. I primi goffi tentativi sono un vero disastro. Migliori risultati si ottengono quando scendono in campo addirittura i faraoni in persona. Loro riescono nell’impresa, loro riescono a costruire, a costo di tante vite umane stritolate sotto i blocchi di pietra, quelle che erroneamente si ritengono gigantesche sepolture. In realtà, la vera intenzione degli architetti era di tradurre in cosa grandiosa l’idea di come immaginassero e adorassero quella che era diventata la Dea Patata.
Mi dispiace deludere, ma la piramide non è affatto la tomba del faraone, piuttosto la rappresentazione corporea, esagerata dalla fede, della patata… rovesciata per evidenti problemi di staticità.
È probabile che per loro le cose siano andate così, troppe circostanze mi spingono a dedurlo. Cosa assai curiosa, indizio della smisurata considerazione in cui era tenuta, è che pure in America restano un po’ disseminati ovunque quei famosi manufatti, le piramidi, solo un po’ diverse; mentre le pareti di quelle in Egitto sono lisce, e indicano quindi l’irraggiungibilità della stessa, i gradoni delle seconde, in America, indicano che alla patata, infine, anche se a fatica, gradino dopo gradino ci si può arrivare.
Dopo gli Egizi, la parola passa ai Greci. Su questi Greci antichi non c’è poi molto da dire. Dalle notizie raccolte emerge che non sentissero, tranne casi sporadici ed emarginati, troppa necessità e curiosità per Lei. Si narra su un libro famoso che in età arcaica l’eccitazione li avesse spinti a una guerra sanguinosa, causata da una “patata rapita” e nascosta nella mitica città di Troia. In realtà di questa epica patata ne avevano letto solo sui libri di narrativa, tuttavia, considerata l’esperienza molto negativa, è probabile che abbiano voluto così eludere il problema deviando su prodotti più disponibili sul mercato e meno pericolosi, piante erbacee in special modo: sembra fossero ghiottissimi di un particolare ortaggio, il feniculum, nella nostra lingua tradotto in finocchio. Non avendo null’altro da fare, oziosamente stravaccati su massi assolati, circondati dai teneri germogli bulbosi, si strizzavano il cervello speculando intorno a temi ridicoli come: il senso della vita, ragione e istinto, spirito e materia, il fisico e il metafisico, Dio, la politica, tutti aspetti secondari e trascurabili se invece fossero stati impegnati a correr dietro alla patata.
Più di questo non saprei proprio cosa dire e passerei invece la parola ai Romani, che sul tema hanno una storia ben più ricca e importante da narrare.
Agli antichi Romani la leggenda della patata piaceva molto. Ben lungi dall’accettare una soluzione tipo quella greca, stigmatizzarono con sottile ironia la smodata mania di consumare grandi quantitativi di feniculum chiamandolo vizio greco.
Neanche avevano iniziato a innalzare le mura della città eterna che già dissodavano il terreno per la preparazione delle coltivazioni. L’incidente fra i famosi fratelli Romolo e Remo in realtà scaturirà proprio da un banale diverbio, oggi lo definiremmo rissa per futili motivi.
La storia è andata più o meno così.
Romolo, il più infervorato, afferrato un rudimentale attrezzo agricolo cominciava con foga ad arare un campo quadrato. Remo, più mite e tranquillo, chiedeva al fratello quale fosse lo scopo di quel lavoro.
“Preparo il terreno per la patata!” Sembra che abbia risposto Romolo nervoso.
“Ma cosa prepari se la meravigliosa patata ancora non l’hai trovata… e se fosse solo una leggenda? E se non esiste? Sarebbe un lavoro inutile, non credi?” Aveva replicato Remo.
Il dialogo fra i due sarebbe proseguito sempre più frenetico, a colpi di: “La patata esiste!... Non è certo!... Esiste ti dico!... A me sembri scemo!” E via di questo passo, fino a quando gli animi si erano scaldati a tal punto da giungere alle tragiche conseguenze che tutti conosciamo.
La smania di Romolo per la patata entrava nel sangue dei discendenti, e l’Impero che ne scaturisce non è altro che l’inevitabile conseguenza. Da quel giorno, spronati da voci infondate, la ricerca assumeva un aspetto frenetico.
“La meravigliosa patata ce l’hanno i Sabini.”
Neanche per sogno. I Sabini non sapevano nulla. Di Lei in giro non ve n’era traccia. Stremati dalla fatica, a notte inoltrata, tanto per giustificare il viaggio, i Romani si accontenteranno di qualche rustica pastorella maleodorante affatto meravigliosa: è il famoso Ratto
“La meravigliosa patata ce l’hanno i Latini.” E giù botte ai Latini.
“No, la patata ce l’hanno gli Equi.” E giù botte agli Equi.
Niente, non si trova! Tenaci e volitivi i Romani, davanti alle infruttuose ricerche non desisteranno, e così le spese di questa costanza le scontano nell’ordine: Sanniti, Cartaginesi, Macedoni, Galli e tanti altri popoli che della meravigliosa patata, poverini, non ne sapevano proprio nulla. Le terre setacciate palmo a palmo non davano il frutto sperato. Dappertutto domina il simbolo di Roma: l’aquila con la sigla SPQR, dove la P, per errore creduta iniziale di Populus, in verità sta per Patatus, quindi, l'esatta traduzione è Senatus Patatusque Romano.
Circa cinquecento anni dopo Romolo e Remo, un gruppo di persone ospitate in Palestina, che ancora oggi si fanno chiamare Ebrei, iniziava a mettere in giro la voce che il loro unico Dio l’aveva promosso popolo eletto e di conseguenza tutte le meravigliose patate, eventualmente trovate sulla faccia della terra, erano di loro proprietà. Sulle prime nessuno si era interessato al delirio di questi poveri disgraziati, fino a che, intorno al 60 D.C. un imperatore Romano, Tito, annoiato a morte dagli schiamazzi Giudei, definendolo: “Un piccolo popolo arrogante e presuntuoso”, scendeva in forze nel loro Paese e ne faceva scempio. Convinto d'averli ammazzati tutti, il Divino Imperatore se ne era tornato a casa, senza sapere però, che qualcuno, correndo come un forsennato, era riuscito a svignarsela, dando forma alla famosa leggenda dell’ebreo errante.
Nonostante tante guerre, tanti morti ammazzati e tanti secoli, purtroppo, quel famoso campo arato da Romolo non aveva mai visto neanche l’ombra della patata.
Cosicché i Romani cominciavano a disperare:
Allora è stato inutile il nostro pugnare. Proprio non esiste, l’abbiamo cercata tanto e invece?!”
È la decadenza, nessuno cerca più la patata. Roma si riempie di disperati. Fiaccati nel sogno più ambito, i nostri bisbisnonni smettevano di combattere; la disperazione s’impossessava degli animi generando il cristianesimo, uno degli effetti peggiori. Il cristianesimo commette la peggiore crudeltà che mente umana abbia mai potuto concepire, la più perfida e atroce: fa credere alla gente che la patata non solo non va cercata ma è addirittura un peccato cercarla.
Tutti quanti sulle prime non capivano:
“Un peccato cercarla?… Ma siete diventati tutti Greci?!… Sarà un peccato non cercarla. E poi che cavolo è questo peccato?”
I primi insolenti cristiani finiranno negli stomaci degli affamati leoni del circo, alcuni, usati come candele, avrebbero illuminato le feste dei ricchi: disgrazia vuole che la mancanza di un metodo d'eliminazione pianificato, affidata più che altro a qualche imperatore volenteroso, impedisse il felice risultato dell’olocausto.
Niente da fare, questa menzogna del peccato si diffondeva e la demenza pian piano avrebbe raggiunto i massimi livelli. Costantino, un altro imperatore Romano, nel 333 D.C. proclamava il dogma solenne del binomio patata-peccato. È la fine! Siamo agli sgoccioli della gloriosa esperienza. Oltre i confini dei fiumi Danubio e Reno si affacciavano i popoli barbari. Pur essendo poco acculturati, sapevano bene che uno più uno fa due, e per logica deduzione erano arrivati a pensare che la patata i Romani l'avessero trovata, dato che avevano smesso di cercarla; e così la storia prosegue: prima era Roma a cercare la patata nel mondo e poi è il mondo che cerca la patata a Roma. Piuttosto male informati su usi e costumi locali, i barbari credevano d'averne individuato i siti dov’era custodita in quelle specie di depositi lungo le strade principali. Qualcuno, in verità, aveva tentato di spiegargli che non erano depositi, bensì tombe: niente, convinti d'essere di fronte ad un chiaro tentativo di depistaggio perpetrato dal nemico, e oramai sovreccitati, decidevano d’agire. Poco prima di loro, però, riusciva ad arrivare alle porte di Roma un popolo molto lontano. Ne avevano sentito parlare di questi brutti ceffi, ma nessuno se lo aspettava che la notizia giungesse fin laggiù. Questi esagitati dunque, nel 452 D.C. riescono ad arrivare primi perché avevano dei buoni cavalli. Li guidava un certo signore con il nome da gatto: Attila. E pare che sia stato più cattivo e crudele di un bambino di periferia. Arrivato alle porte di Roma questo Attila bussa, la porta si apre e si trova davanti a un personaggio curioso, tutto vestito di bianco e con un curioso cappello in testa. L’omino con educazione si era presentato:
“Salve, sono Leone primo, Pontefice, con chi ho il piacere di conferire?”
Non si sa bene come siano andate le cose, forse Attila si era sentito male dal gran ridere o qualcos’altro, fatto sta che a quella domanda replicava:
“Ho sentito dire che voi avete la patata, o me la date con le buone o me la prendo con le cattive.”
Alla perentoria richiesta, rimasta poi tale fino ai nostri giorni, almeno sulla bocca di tutti i prepotenti, Leone primo, Pontefice, pare che avesse dichiarato un po’ divertito:
”Figliolo mio, ti sei fatto migliaia di chilometri a cavallo per niente, qui la patata non c’è. Guarda, fruga pure dappertutto. Vista la drammatica situazione, ti pare che se avessi avuto la patata non te l’avrei data?!”
Desidero ribadire che non posso affermare con assoluta certezza che le cose siano andate davvero così, in ogni caso, questo personaggio col nome da felino casalingo ha girato le spalle ed è tornato a casa sua, accontentandosi di qualche oggettino d’oro trovato qua e là e un grosso quantitativo di legumi secchi vari. 
L'imbarazzante episodio rendeva evidente la fragilità delle frontiere.
Incontrando soltanto qualche annoiato legionario di guardia ai confini, che se l'era visti sfrecciare davanti con gli occhi fuori delle orbite, i barbari, nel 476 D.C. dilagarono ovunque: questa volta neanche Leone primo, Pontefice, oramai morto e defunto, avrebbe potuto fermarli. Saccheggiano e devastano tutto quello che incontrano. Dopo aver smaltito la feroce sbornia, si convincevano però che nell’Impero di meravigliose patate non ce n’erano neanche l’ombra. Per cercare di camuffare la figuraccia, conseguente alla sonora cantonata, un loro re, certo uno dei più astuti, un certo Teodorico, presso la città di Ravenna faceva innalzare un sontuoso, a parer suo, manufatto, spacciandolo per cofanetto dell’unica patata trovata nell’impero.
Dopo i tragici avvenimenti di quegli anni le cose cambiarono. Per secoli della patata non se ne parla. Gli uomini la sognavano sempre, ma ne discutevano meno, perché gli astutissimi preti, che intanto avevano acquisito un grande potere, viste le sciagure che era capace di provocare, volevano cancellare dalla mente della gente l’idea stessa della patata.
Chiusi in eremi e monasteri, lontano dal disordine provocato dai barbari, metodici e pazienti dettavano regole nuove, riscrivevano i libri che erano riusciti a salvare… li riscrivevano, però, non proprio uguali, qua e là omettendo o travisando i testi secondo quello che ritenevano a loro più utile. Inventarono cose terribili: l’inferno e il paradiso, le pene e i tormenti, i cherubini e i certosini; come si fa da bambini nelle scuole elementari dividevano l’umanità in buoni e cattivi. I buoni sono quelli che non pensano e non desiderano la patata, i cattivi sono quelli che la pensano e la desiderano. I primi avrebbero visto la pace del Signore, i secondi le tribolazioni del Diavolo.
In ogni paese del mondo si sviluppa un’intensa religiosità indotta dalla leggenda. Per esempio, nel vicino Medio Oriente, un certo Maometto proclamava che in terra non ci sono patate, ma chi eventualmente fosse morto ammazzato in una guerra santa, sarebbe andato in un posto pieno di meravigliose patate; con questa idea bislacca in testa ancora oggi tante persone si sbudellano felici pensando a Lei in loro attesa. Per rendere più credibile la storiella, una famosa costruzione eretta nella città di La Mecca, meta annuale di milioni di fedeli, conserva una pietra nera caduta dal cielo e spacciata come frammento della celeste terra delle patate.
In oriente, invece, domina la scena un buffo personaggio. Lo chiamano il Buddha. Pare fosse stato un nobile bel giovane di luminosi destini, snello e ricco. A un certo punto, non si sa per quale particolare motivo, era uscito dal suo fastoso palazzo e si era messo a girare tutta l’Asia alla ricerca della meravigliosa. Infine, stanco e senza esiti, si era ritirato sotto un albero di fico, insistendo nel riferire a tutti quelli che passavano di lì, e che lo guardano curiosi, che per superare il problema storico universale della patata, bastava semplicemente non pensarla.
Beh, non ci crederete, ma milioni e milioni di persone ancora adesso seguono il suo insegnamento, che si traduce poi nel ripetere una lunga nenia monotona, che suona più o meno così: “Lapatatanonesistelapatataèun’invenzionelapatataèquellacosachetidàdisperazione…”.
Dopo lunghe litanie e meditazioni, da giovane smilzo, questo Buddha si era trasformato ben presto in una specie di placido cicciolone dall’occhio bovino.
Ignoro se il risultato l’abbia davvero raggiunto.        
Questo succedeva in oriente, in occidente invece, lo spirito di Roma sopito ma non domo, covava sotto la quiete: “Eppure deve pur essere da qualche parte!”
L’occidente non si piegava a vivere una vita spoglia, meschina e senza patata. È una catastrofe naturale che, avvicinando lo spettro dell’estinzione, dà una salutare spintarella alla ripresa della ricerca, rompendo così il crimine clericale imposto per secoli. Intorno al XIV secolo, in Europa era dilagata la peste nera, provocata dal bacillo Pasteurella pestis. Il bacillo vive su una pulce ospite di un topo che allora scorrazzava libero; e scorazzava libero perché non si trovavano più gatti nei dintorni, poiché i preti, sempre per colpa loro, i gatti li avevano arrostiti tutti, essendo i poveri mici figli del diavolo sensuale e godereccio che portava a pensare alla patata; e così più del 60% della popolazione europea era morta fra atroci sofferenze. È questa la grande vendetta dei gatti. Si rischiava la fine. Questo era troppo. La conseguenza fu che qualcosa ricominciava a muoversi: si riapriva la febbrile caccia alla patata.
Però, dovevano passare ancora tanti anni prima di riuscire a raggiungere l’ambita meta e a coronare l’antico sogno dell’uomo. Artefice della scoperta fu un certo Cristoforo Colombo, genovese, marinaio. Fin da bambino aveva quest'idea fissa, tanto da apparire agli occhi dei suoi coetanei come un tipico soggetto paranoico.
Cristoforo affermava: “Poiché nei paesi conosciuti la patata non c’è, bisogna navigare verso occidente per giungere nel Paese dove la patata c'è.”
Considerandolo un tipo bislacco fuso dalla lussuria, nessuno gli dava retta. Incompreso, deprimeva a vista d’occhio fino a ridursi malaticcio, pallido ed emaciato. I suoi genitori preoccupati dalle sempre più gravi condizioni di salute, cercavano di nutrirlo con quello che avevano, di sollecitarlo in qualche modo.
Un giorno la mamma con amore gli aveva offerto da mangiare un uovo:
“Tieni Colombuccio, mangia l’ovetto, che ti fa bene.”
Cristoforo, irritato, aveva afferrato quell’uovo e lo aveva spiaccicato sul tavolo, dichiarando convinto:
“Non voglio l’ovetto, voglio la patata, e la troverò.”
Da qui nacque il famoso aneddoto dell’uovo di Colombo, con la storia che da allora va secondo gli sviluppi che conosciamo.
Dopo tanto pregare di qui e di là, una famosa Regina Spagnola gli aveva offerto tre navi per condurre in porto l’impresa, pregandolo di tornare con il maggior quantitativo di patate possibile, perché lei proprio non ce la fa più. Colombo partiva fiducioso, sfidando l’oceano e le superstizioni popolari. Dopo tanti mesi di navigazioni e tanti problemi con l’equipaggio, quando oramai ogni speranza sembrava fosse venuta meno, finalmente un marinaio scorgeva qualcosa all’orizzonte:
“Terra!… Terra!…”
“Che cosa vi avevo detto, avevo ragione io, è il Regno della patata.” Dichiarava Cristoforo come impazzito.
L’equipaggio, dopo settimane di navigazione, certo contento ma non cosi convinto, aveva continuato con pazienza fino all’attracco a calmare il comandante, carezzandolo e cercando di prevenire… oh gli scettici… una possibile bruciante delusione. Il fatto di aver raggiunto una nuova terra non era affatto garanzia di successo:
"Aspettiamo un momento a gridare vittoria in tema di patata." Dichiararono prudenti.
Erano scesi dalle navi in preda ad una febbrile eccitazione. Sulla spiaggia, davanti a loro tanta vegetazione, a destra tanta vegetazione, a sinistra solo vegetazione. Un marinaio, il più pessimista e fragile affermava sconsolato:
“Che vi dicevo, tanta fatica per nulla, ma quale patata, ma quale pat...”
Neanche era riuscito a terminare la frase.
Tutti conosciamo il dipinto dove si vede il buon Colombo inginocchiato sulla sabbia a ringraziare il Signore per averlo aiutato, in verità lui si era inginocchiato davanti alla prima patata che occhio umano avesse mai visto. A seguire lo imiterà l’intero l'equipaggio. Con lo sguardo incredulo gli indigeni, e le indigene nude, si erano domandati divertiti:
“Che esagerazione… sembra che non abbiano mai visto una patata.”
Dopo quel famoso giorno l’occidente impazzisce. Per forza di cose il genovese ne aveva portati con sé solo alcuni esemplari, tuttavia bastano, superati i primi momenti di stupore e diffidenza, si scatena una bolgia infernale. Al grido ferino di: “Patate per tutti!” l’America veniva invasa da decine di migliaia di Spagnoli, Portoghesi, Francesi, Inglesi, Irlandesi, Napoletani, tutti avidi di patata. Il continente sulle prime regge bene all’urto, poi si sa, la troppa gente crea problemi, malattie e guerre. I poveri, sobri abitanti del luogo non avrebbero retto a tale mostruosa ingordigia; i pochi esemplari rimasti, ora consumano le loro patate in riserve create dall’uomo bianco.
Tutto quello che avviene dopo è storia recente.
Oggi giorno di meravigliose patate in giro se ne vedono tante e tutte a buon mercato, in occidente e in oriente.
Si dividono in tre gruppi principali.
La patata vecchia, che conservata in casa è usata e apprezzata per alcune sue caratteristiche dovute alle qualità acquisite col tempo.
La patata giovane, bella a vedere ma poco incline a certi usi comuni, perché spesso rende poco in rapporto alla fatica spesa per coltivarla.
La patatina novella, che piace un po’ a tutti ma è piuttosto difficile da trovare e da consumare.
Altra caratteristica importante è il colore.
C’è la patata a pasta gialla, glabra e stortigniaccola, gradita soprattutto dagli abitanti della Cina e del Giappone.
La patata Americana, che per le sue caratteristiche peculiari è usata più che altro a scopi ornamentali; fa molta scena ma è priva di sapore.
C’è la patata a pasta bianca, la migliore, perfetta sotto ogni punto di vista, la più apprezzata e ricercata, è quella che comunemente noi consumiamo in casa tutti i giorni.
In questi ultimi anni alcuni spregiudicati mercanti nord Americani, forti dell’immensa potenza commerciale, stanno cercando di introdurre sul mercato una patata a pasta scura. Non ho notizie certe in proposito. La sua affermazione sul mercato è tuttora dubbia. Alcuni dicono essere deliziosa, altri sostengono che ha un odore e un sapore disgustoso.

Questo in estrema sintesi è quello che avevo da dire. Sono convinto che la mia storiella sia ricca d’errori e imprecisioni, nonostante ciò, chi è così sciocco da affermare che la storia è come la vede lui, e non come la vedo io, o la vedono gli altri? E perché mai la vicenda umana dovrebbe essere scaturita dalla ricerca dell’oro, e non dalla ricerca della patata?

N.d.A. PATATA: 1) Pianta erbacea annuale delle Solanàcee (Solànum tuberòsum) le cui radici tuberose sono usate come alimento. Originaria delle regioni centrali del Perù, della Bolivia e dell’Ecuador e di quelle meridionali del Cile. L’introduzione in Europa è avvenuta dalle sponde atlantiche dell’America con uno dei tanti viaggi degli spagnoli. Dalla pianura Iberica, la patata è stata poi portata in Italia dai frati carmelitani. La diffusione fu poi abbastanza rapida e dovunque arrivò, la patata aiutò a risolvere i gravi problemi sollevati dalle ricorrenti carestie.
2) Garbato vezzeggiativo allusivo atto a indicare l’organo di riproduzione femminile.


1997/2014

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