Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

Conigli e nemici naturali


Giorni fa, non proprio di buon mattino, mi recavo al mercato rionale dove di solito compro frutta e verdura. Era una tipica giornata d’inverno come tante altre, fredda, il cielo nuvoloso minacciava pioggia. Le condizioni non erano adatte per un intrattenersi pigro fra i banchi a osservare colori e voci, come invece avviene spesso in primavera e in estate, magari godendo appieno delle splendide giornate di sole. Mi ero prefissato di sbrigare l’incombenza più in fretta possibile, comprare il necessario alla famiglia e tornare di fretta a casa. Camminavo lungo la via principale che conduce al mercato quando, fra tanta gente sconosciuta, mi è parso di riconoscere un volto. L’inconsueta intensità con cui ho fissato la signora che percorreva in senso contrario il marciapiede, ha suscitato in lei una cauta perplessità, trasformatasi presto in vago fastidio. Sensazione breve, comunque, poiché la piacevole signora, a seguito di un’osservazione più accurata, ha ritenuto che lo sconosciuto fosse in realtà una vecchia conoscenza da qualche tempo perduta di vista. Presa la decisione di rivolgerle una domanda, ero proprio lì lì per farlo quando, con un bel sorriso sulle labbra, mi ha anticipato di un attimo pronunciando il mio nome. D’improvviso anche i miei ricordi si sono illuminati. Ricambiato il sorriso, ho affermato:
“Silvia… sei proprio tu, non mi sbaglio?”
Svelate le nostre rispettive identità e riscontrati su di noi gli effetti del tempo trascorso, le ho chiesto per quale motivo si trovasse a Roma, considerato che venti anni fa si era trasferita con marito e figli in un paese del nord Europa, con l’intenzione di non tornare mai più. Con un po’ di tristezza negli occhi mi ha rivelato quali condizioni hanno permesso che questo rimpatrio avvenisse. Ha parlato del ruolo giocato dall’emotività, della nostalgia del paese natio, di tutta quella serie di retoriche sensibilità che spesso impediscono la corretta visione delle condizioni oggettive. Le ho chiesto anche la ragione per cui, una volta ritornata in Italia e realizzato quindi il desiderio tanto agognato, nei suoi occhi riuscivo a distinguere una vena di malinconia, come se ora fosse pentita di ciò che ha fatto. Silvia si è soffermata su alcune difficoltà incontrate nella sua vita quotidiana, complicazioni che non avrebbe mai pensato d’incontrare una volta tornata. Mi ha parlato di alcuni contrattempi nel complesso tollerabili, ma anche di un episodio che considera la vicenda fonte prima del suo pentimento.
Così mi ha narrato l’esperienza dell’ospedale.
Una domenica di qualche mese fa, l’intensità di un improvviso malore le ha consigliato di recarsi in un vicino ospedale. Fortuna ha voluto che in casa con lei ci fosse solo il marito, così, senza mettere in agitazione i figli, si sono recati d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale. Ignara, dopo tanti anni di vita nel nord Europa, di come fossero organizzate qui le cose, si è vista attribuire, dopo una visita frettolosa e una richiesta di dati anagrafici, un colore che rappresentava il suo grado d’urgenza. Perplessi e smarriti, i due coniugi si sono accomodati in una sala stracoma di circostanze lievi, di situazioni serie, di condizioni gravi. Malati rantolanti, letti provvisori, flebo appese a steli di metallo traballanti, infermieri annoiati, medici sfuggenti, una condizione da girone Dantesco a cui loro non si sono rassegnati con facilità, memori della perfetta organizzazione della sanità nel paese del nord Europa dove avevano ben vissuto per venti anni. Abbreviata la narrazione della vicenda, Silvia è arrivata subito al dunque che poi l’ha tanto amareggiata. Dopo diverse ore d’inutile attesa e dopo aver chiesto a questo e a quello informazioni mai soddisfatte, si è decisa a interrogare un medico che transitava rapido e con lo sguardo assente nel pronto soccorso. Alla precisa domanda pertinente al tempo necessario per essere presa in considerazione da un’assistenza decente, il medico di turno ha mutato d’improvviso la sua espressione distratta in un’espressione d’ingenuo stupore. Poi, commosso dalle richieste che dimostravano una sincera innocenza in materia, ha creduto opportuno esprimersi in questi termini chiarificatori:
“Conoscete qualche primario? O qualche dottore? Oppure qualche infermiere intraprendente? No?… e allora, come potete pensare di essere tenuti presto in considerazione. Senza nessuno che vi prenda per mano, non c’è altro modo che aspettare, e sperare.”
La presa d’atto che questa mentalità mafiosa, diffusa in ogni campo sociale, aveva ahinoi esteso le sue radici anche nell’ambito di un servizio sociale tanto delicato, ha subito suggerito a Silvia che la decisione di tornare in patria fosse stata, probabilmente, una decisione presa troppo di fretta, senz’altro pochissimo ponderata, indotta da un’emotività ingannatrice fonte ora di terribili rimorsi.
Ci siamo lasciati con un abbraccio, con una promessa di rivederci presto e qualche frase di generica speranza.
Mentre tornavo a casa pensando alla triste vicenda della cara amica, mi è venuto in mente il racconto della vita lavorativa quotidiana di un altro conoscente, lui dirigente di una grande azienda pubblica. Davanti alla mia parziale, candida conoscenza della realtà a proposito di appalti pubblici e imprese che si occupano di appalti pubblici, con un sorriso indulgente mi ha domandato se davvero avrei voluto conoscere come realmente stanno le cose. La mia risposta affermativa ha avuto come conseguenza il racconto dettagliato della sua personale esperienza, e dell’esperienza di altri dirigenti di sua conoscenza. Con un certo stupore dovuto al grado di degrado morale raggiunto, ho preso atto di ricatti e pressioni, di prezzi gonfiati e di lavori inesistenti, di ruberie legalizzate e di conoscenze politiche, di esplicite minacce e di vite turbate. Ma questa non sarebbe stata poi così sconvolgente come rivelazione, le note più inquietanti e dolenti sono state il sapere che a lui personalmente, per esempio, hanno bruciato la macchina, solo perché colpevole d’aver rivelato di che natura fosse un appalto in essere. A un suo collega, accusato d’analoga inopportunità, sono giunte delle intimidazioni che, elemento assai preoccupante, non hanno avuto solo lui come oggetto, ma anche moglie e figli. Questa, secondo la sua personale esperienza, è la realtà in cui si dibatte questo nostro putrefatto corpo sociale, oramai giunto alla sua piena agonia.
“Se solo la gente sapesse!” Mi ha detto infine.
“Ma la gente lo sa!” Gli ho risposto.
Nel 1788 un certo signor Thomas Austin, credendo di fare cosa utile, con una buona dose d’ignoranza in materia d’equilibri ambientali, rilasciò nel continente Australiano ventiquattro esemplari di conigli. Forse del tutto allo scuro delle conseguenze che questo gesto avrebbe provocato, il signor Austin, probabilmente, si sentì assai fiero della sua impresa. Disgrazia ha voluto che, dopo tanti anni di relativa tranquillità, il problema dei conigli australiani si sia manifestato in tutta la sua drammaticità. La condizione sconosciuta al signor Austin era la totale mancanza sul territorio dei classici nemici naturali del roditore, nemici naturali che avrebbero dovuto, in condizioni di maggior equilibrio, limitare lo sviluppo e la diffusione della simpatica bestiola. Questo non è avvenuto e la vicenda di per sé curiosa, non fa che aprire analoghi panorami sociali del tutto somiglianti, almeno alle persone più analitiche e raziocinanti. In natura, dunque, prede e predatori, erbivori e carnivori, sono distribuiti in un sapiente equilibrio, tale da impedire ai mangiatori d’erba di diventare così tanti da esaurire le scorte di cibo disponibili, e tale da impedire ai carnivori di diventare così tanti da esaurire la disponibilità di erbivori. Volendo trasferire per azzardo questa logica naturale a una logica sociale, potremmo senz’altro dire che, per vivere in relativa serenità, una società dovrebbe contenere in modo equo portatori di una visione del vivere civile con morali e prospettive proprie e portatrici di una visione del vivere civile diversa, con conseguenti morali e prospettive proprie. Questa che sarebbe in definitiva una positiva dialettica fra parti diverse, dovrebbe garantire uno scorrere della quotidianità caratterizzato non solo dalla risolutezza della rispettiva meta da raggiungere, ma anche dal fattore limitante dovuto alla paura che i nemici naturali dovrebbero suscitare. In pratica, davanti alla voracità del padronato industriale, per esempio, dovrebbe scatenarsi la metodica reazione dei nemici naturali, individuati nella classe operaia per logica antagonista, con conseguenti scioperi e interruzioni del lavoro e richieste sociali così capillari e continue e devastanti da mitigare per forza di cose le prepotenze imprenditoriali.
Paura dunque!
Se invece pensiamo alla classe politica, dovremmo assistere, in un perfetto equilibrio, allo svolgersi della contrapposizione fra visioni filosofiche diverse, con conseguenti accuse roventi e condanne e minacce vicendevoli: questo consentirebbe un’equilibrata gestione del potere, la consapevolezza che esiste un controllo, una capacità critica e attiva da parte delle diverse classi sociali.
Paura dunque!
L’indispensabile timore del nemico naturale ha prodotto nelle diverse epoche storiche degli equilibri certo discutibili, ma senz’altro artefici di un più corretto modo di convivere e di confrontarsi. Quello che rammentiamo con maggior facilità è il vetusto equilibrio del terrore, fondato fino alla fine degli anni ottanta sul bilanciamento delle rispettive testate nucleari e delle forze armate di terra delle potenze avversarie, custodi da una parte della filosofia del profitto e dall’altra della filosofia della solidarietà. Oppure la paura del nemico naturale diffusa fra le classi borghesi, sempre fino agli anni ottanta; l’immagine del comunista, che ha portato alla tessitura di tutta una serie di diritti e di servizi sociali che hanno costituito per la classe beneficiaria un’indispensabile base di riscatto e di dignità sociale. È del tutto superfluo rilevare che la condizione del lavoro ha tratto grossi vantaggi dalla piena consapevolezza di essere una forza capace di incutere paura al suo nemico naturale, tanto da costringerlo, dunque, a moderarne l’insolenza. Mi sembra evidente, per questa ragione, che una società evoluta e funzionante non può permettersi una totalità di elementi carnivori, né può tollerare che questi siano tutti degli erbivori. Tanti anni fa, nel discutere dei limiti di una società democratica parlamentare, era ricorrente l’idea che una vittoria alle elezioni con un margine del 51% dei votanti, non avrebbe consentito l’attuarsi completo della filosofia di vita che è base fondante di un partito, in quanto l’altro 49% dei votanti avrebbe senz’altro attuato contromisure tali da impedire il realizzarsi di questa eventualità. Se oggi una maggioranza del 51%, o poco più, è in condizioni di dominare incontrastata senza che l’altro 49%, o poco meno, sia in grado di opporre una qualsiasi dignitosa opposizione, è ipotizzabile pensare che, o quello che credevamo tanti anni fa era sbagliato, oppure che oggi non esiste nessun 51%, né un 49%, ma un’indistinta classe sociale e di potere talmente omogenea da non distinguere in essa nessun interesse e nessuna filosofia di vita alternativa, capace di contrastare un’inevitabile degenerazione egoistica e criminale del mondo. 
Che cosa avviene, quindi, se in un Paese i conigli non trovano nemici naturali? Accade che i conigli divorano il Paese. E cosa avviene se in un Paese un’idea criminale del vivere non trova nel suo realizzarsi un suo nemico naturale? La stessa cosa: l’idea criminale diventa idea senza paura, idea arrogante, idea prepotente, idea predante, idea volta alla distruzione, alla rovina e alla morte.
A proposito di morte, qualche tempo fa uno dei due gatti che vive con noi in famiglia, allora cucciolo, aveva iniziato a soffrire di disturbi intestinali. Un successivo approfondimento dei sintomi ha rivelato che il micino era affetto da comuni parassiti, comunemente chiamati vermi. Dei piccoli profittatori che si annidano nelle interiora e che possono provocare addirittura la morte dell’organismo ospitante, se non si interviene in modo rapido e adeguato. Fortuna ha voluto, per la bestiolina, che la funzione del nemico naturale dei parassiti fosse somministrato, in questo caso, da una persona che si è assunto l’incarico di badare a lui, con tutto l’amore possibile. Pochi milligrammi di uno specifico vermifugo hanno permesso la rapida e risolutiva scomparsa degli sgradevoli vermi.
Non è stato affatto difficile!
Tanti anni fa era in voga una canzone, una strofa diceva circa così: “… ma per quello che ne so, basterebbe dirgli no!”
E questo sarebbe sufficiente, se solo riprendessimo rapida consapevolezza del nostro essere dei nemici naturali.

11 marzo 2010


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