Blog di MASSIMO PERINELLI, scrittore che proporre in lettura alcune sue opere letterarie; così come articoli di letteratura, politica, filosofia, testi che dovrebbero favorire un confronto sui diversi temi del vivere. Nulla di più che un estremo tentativo, nato da una residua fiducia nelle possibilità che hanno gli individui di comunicare. In fondo solo un "grido muto", segno di una dignitosa emarginazione.

domenica 5 maggio 2019

I Miserabili



Con questa breve considerazione non voglio recensire il capolavoro di Victor Hugo, ma solo rendere partecipi di una realtà sociale, maggiormente europea, che non mi pare sia stata tenuta nella dovuta considerazione, sebbene sia talmente visibile da risultare imbarazzante. La sensazione che ci fosse qualcosa che non andava nel verso giusto, si è manifestata soprattutto nell'osservare un declino, che si può presentare con molteplici aspetti, della classe politica nel nostro Paese. Questo solo aspetto nazionale, però, non aveva avuto la capacità di riuscire a proporre un’ipotesi credibile. Poi, le elezioni avvenute di recente in Ucraina, sebbene non sia questo un Paese riconducibile alla realtà Europea; la Francia con il suo patetico presidente; i bei volti sorridenti, da attori hollywoodiani, volti da rivista di lusso, splendidi nell'aspetto nobile e curato, così come appaiono i vincitori delle ultime elezioni Spagnole, hanno contribuito a muovere il pensiero dal sospetto alla certezza. Le particolarità, le virtù di una classe politica, in genere sono di solito in sintonia con il momento storico. Se la situazione ha bisogno di individui di una certa levatura, significa che il momento è serio. Se la situazione langue nella routine, significa che il momento non è serio, e può permettersi anche personaggi di scarsa levatura. Riconoscendo come realtà oggettiva che è l’humus sociale a creare i responsabili pubblici, senza andare troppo indietro nella Storia, si può affermare che in Italia, e in Europa, abbiamo avuto, in passato, al di là del bene e del male, personalità politiche che hanno svolto il loro compito contando su indubbie qualità diplomatiche, amministrative e governative. Questi personaggi hanno gestito situazioni caratterizzate, nel secondo dopo guerra, da grandi conflitti, scontri di valori e idee, con conseguenti necessità di controllare masse sociali disordinate, alcune sulla via della consapevolezza. Ossia, in potenza, nella possibilità di prendere coscienza di sé e in seguito gestire la società secondo la loro visione del mondo. Questa pericolosa potenzialità andava controllata, gestita e resa infeconda. L’impegnativo compito è stato affidato dal Potere industriale e finanziario a politici che hanno saputo dimostrare la loro adeguatezza. La “democrazia” e la sua illusoria realizzazione sono state le armi più efficaci per eliminare certe tendenze, così come illusoria è stata la sensazione d’integrazione economica, sociale, politica. Sentirsi partecipi di un progetto che avrebbe dato origine alla piena soddisfazione di ogni singolo cittadino, ha agito come ottimo agente narcotico. Indubbio che i personaggi politici sono stati all'altezza della situazione. Hanno svolto il loro lavoro con efficacia e solerzia, tanto da giungere al successo finale. Da quel momento le condizioni sono cambiate. L’affermazione di una classe sull'altra ha, per forza di cose, posto il problema dell’aggiornamento dei programmi. La “vecchia classe dirigente” non aveva più le caratteristiche adatte per il nuovo corso che andava via via prendendo forma. Allontanata dalla direzione, era sostituita con delle prime forme ibride, che avrebbero rappresentato egregiamente quel periodo di transizione. Profili umani dove coesistevano vecchi e nuovi elementi: da un ciclo di lotta a un ciclo di rimodellamento dei ruoli. Venendo a mancare i “nemici naturali”, industria e finanza, hanno raggiunto una condizione di privilegio tale da poter esprimere, senza più condizionamenti, tutte le loro latenti patologie psichiche ossessive compulsive. Il capitale e il profitto potevano finalmente liberarsi di una mal tollerata spesa sociale, per procedere speditamente verso un accumulo fine a se stesso. La cosa più evidente che abbiamo potuto costatare, è la lenta trasformazione dei comportamenti degli individui/massa, sollecitati con sempre più perfezionate adulazioni a dimenticare, obliare il loro comportamento sociale, per concentrare l’attenzione verso suggerimenti di tipo edonistico. Questo passaggio da uno status di proto-collettivismo a uno di cieco individualismo è avvenuto in modo graduale, senza destare sospetto alcuno, agendo su diversi piani, dalla sofisticata demonizzazione dell’utopia, alle raffinate lusinghe al consumo, alla follia integrazionista multiculturale. La realtà che si è andata realizzando la possiamo distinguere non ancora nella sua completezza finale, ma nel suo buon grado di avanzamento. La realizzazione più rilevante possiamo identificarla nel comportamento degli individui, modificati nella loro quotidianità e nelle loro prospettive di vita. La variazione si può figurare come una graduale perdita di campo visivo. Da un’ampiezza capace di scorgere gli altri, a ciò che avviene intorno, si è ristretta alla sola percezione di sé e delle proprie necessità. Lo stato di disperazione non si manifesta con un volgere lo sguardo all'analisi del disagio nella sua complessità, quanto piuttosto nel cercare di sopravvivere in un habitat di cui se ne ignora la direzione, e si trasforma secondo regole oscure. Il risultato di questo degrado fisico, economico e morale, è un agitarsi affannoso nella costante angoscia di trovare di che vivere, sia essa costituita dalla ricerca di che sfamarsi, oppure dall'acquisto di superflui nuovi prodotti che offre il mercato, oppure dall'affermazione sociale attraverso comportamenti che non si avvertono come riprovevoli. Questa condizione di decadenza, dove non si registrano più grosse tensioni sociali, dove tutto è vita agonizzante, pura sopravvivenza, conservazione, cavarsela o morire, dunque, non ha più bisogno di forme e personaggi preparati a mediare fra potere reale e potere apparente, bensì di personaggi che in sintonia con ciò che li circonda, sono miserabili anch'essi. L’espediente usato delle convenzioni democratiche non ha più ragione di esistere. Il Potere reale non è eletto. Il Potere reale c’è e basta. Le direttive di carattere economico non sono decise dai governi e dai parlamenti nazionali, ma sono soltanto ratificate dai governi e dai parlamenti nazionali. Le leggi sono comandate da organismi sovranazionali, élite, circoli esclusivi, aristocrazie ristrette. Il mondo del lavoro non è più considerato come una classe antagonista con cui confrontarsi, piuttosto come una folla di individui isolati, confusi, da sfruttare a proprio piacimento. La distruzione dell’aspetto comunitario, già così fragile, è ben rappresentata dallo squallore dei politici che si alternano nella simulata conduzione del nostro Paese: miserabili nei Comuni, miserabili nelle Regioni, miserabili nelle Province, miserabili alla Camera e al Senato, miserabili al Governo, miserabili i Ministri, miserabili i Leader di partito, valenti solo ad accrescere le proprie ricchezze, e a ingannare.
Queste condizioni di pochezza sono classiche di certi periodi storici. Poi avviene qualcosa che riattiva le dinamiche sociali. È probabile che questo avverrà di nuovo, sebbene abbia la sensazione che questa che stiamo vivendo sia davvero la fase finale dell’esperienza “Homo sapiens”. Siamo al capolinea, alla fine, perché non sappiamo più esprimere qualcosa di migliore, di superiore, e non abbiamo più la possibilità di tornare indietro e riprendere a percorrere la strada giusta. In genere queste modeste analisi finiscono così, con insopportabili lamentii, senza dare almeno una prospettiva, senza indicare come poter uscire dalla situazione di miseria. Da parte mia non sarebbe poi necessario un granché per porre rimedio al dramma che stiamo vivendo, basterebbe dire la Verità. La reale condizione. Non è difficile. Se un modesto individuo è riuscito a rendersi consapevole, non vedo perché non dovrebbero riuscirci anche gli altri. Il problema è che nessuno è disposto a dire la Verità, perché dirla, significherebbe “far saltare il tappo”, con tutte le conseguenze che questo comporta. E poiché nessuno crede che siamo alla fine, il cerchio si chiude.
Nietzsche dice che l’uomo è qualcosa che va superato; un animale che non ha ancora affinato il suo istinto: ha ragione il Maestro.
Solo dopo di noi comparirà qualcosa di migliore. Forse.

1 maggio 2019
Festa del Lavoro
  

sabato 20 aprile 2019

Forme tollerabili di esistenza




Mi auguro con questa caotica confessione di prestare aiuto almeno a chi si trova nel medesimo stato d’animo. Volevo precisare, a chi interessa, sospetto quindi a pochi o a nessuno, che la mia posizione in fatto di “consumo di carne animale” è assai complessa e conflittuale. Non sono vegano, né vegetariano, mi definirei piuttosto un semivegetariano, poiché consumo con crescenti sensi di colpa pochissime “specie animali”. Non credo che forme di fanatismo controproducente possano risolvere il problema, il problema non è tale se osservato dalla parte della Natura. I predatori cacciano e uccidono per mangiare: un Gatto o una Tigre vegana mi appaiono difficili da immaginare. Credo invece di assoluta immoralità e crudeltà il sistema della “produzione intensiva” della carne, e dei suoi derivati. Tuttavia, credo che questo sia un tema non stralciabile dal grande discorso del sistema capitalistico consumistico. Se il paradigma di una società è il profitto, tutta la società sconta le conseguenze di questa malattia psichica. Persone malate di mente non possono prestare attenzione a sofferenze e dolori altrui, sia essi animali sia essi esseri umani. La mostruosità da eliminare, con le buone o con le cattive, sono dunque le produzioni intensive che riducono esseri viventi a pure esteriorità insensibili.
Vendere bistecche di maiale/vitellone/pollo a pochi euro il chilo è crudele e immorale.
Dunque, bisogna riportare la produzione a livelli di tollerabilità, realizzata da umanità responsabile e consapevole delle sofferenze. Riportare la vita di queste Creature a una forma ammissibile, accettabile, tollerabile di esistenza. Se questo poi dovesse comportare un aumento dei costi, tanto meglio, poiché significherebbe riequilibrare le abitudini alimentari di un homo sapiens sempre più grasso, flaccido, bulimico, incapace di sopravvivere e riprodursi, corrotto nei sensi, inebetito e ridotto a vuoto consumatore moribondo di animali morti fra eccessivi patimenti.

giovedì 21 marzo 2019

Quel che resta del Salvini


La dove regnano i “democratici” c’è la rapina autentica e senza fronzoli. La conosciamo la vera natura del democratici.

Lenin – 30 agosto 1919 – Fabbrica Michelson – Pietrogrado

Ho cercato di riflettere su alcune cose che mi piacevano di Salvini. Così, superato un naturale rifiuto ho cercato di indagare, nel tentativo di svelare cosa ci fosse oltre. Poco o nulla apprezzo delle posizioni politico/economico/sociali, se mai ne avesse di sue; mi ha stupito invece ascoltare che sembra consapevole delle nostre mancanze culturali. Ma la specificità più interessante, vista la prima concordanza di vedute, è stata la problematica dell’immigrazione.
L’impegno a fermare il flusso di migranti l’ho trovato apprezzabile: un raro istante di consapevolezza in un mare d’ipocrisia e interessi commerciali. L’immagine offerta è stata quella di una persona informata che il fenomeno avesse scopi occulti, diversi da quelli sbandierati. Non mi è piaciuto il consiglio di “aiutarli a casa loro”: neanche per sogno, è sempre neocolonialismo, sono loro che devono muoversi e appropriarsi di quello che ritengono utile allo sviluppo. Accanto a certe note positive, tuttavia, ho voluto approfondite delle perplessità. In Italia, si dice, ci siano cinque milioni di immigrati regolari, e non si sa quanti irregolari. Questi migranti occupano spazi lavorativi nei settori più disparati. Come mai Salvini apprezza i migranti che sono già in casa, mentre non apprezza quelli fuori di casa? Prima stranezza. Abbiamo più di cinque milioni di disoccupati e cinque milioni di immigrati, regolari, che occupano posti di lavoro. Seconda stranezza. Secondo lui dovremmo dare credito alla storiellina dei “lavori che non vogliono fare gli Italiani”.Terza stranezza. E come mai il nord est industriale è così stracolmo di migranti? Quarta stranezza.
Non è stato poi difficile elaborare queste e altre notizie/informazioni per arrivare a una possibile conclusione. La realtà è che il buon Ministro ha fatto solo ciò che si doveva fare, quello che il programma stabilisce. Per mantenere in buona salute capitale e profitto, in questa fase, non è più necessario un eccessivo flusso di migranti, soprattutto dal sud del mondo. Salvini sa bene che gli industriali da lui rappresentati hanno avuto necessità di mano d’opera a basso costo, con la conseguente rovina della classe operaia nazionale. Per mantenere bassi o bassissimi i salari, sono necessarie varie ingegnose strategie, con continui adattamenti alle situazioni in rapida evoluzione. Come quella di evitare di monopolizzare il mercato con manodopera di un’unica etnia, perché è la pluralità, le masse non omogenee che sono portate naturalmente a mettersi in competizione fra loro (conflitto orizzontale), evitando di entrare in conflitto con i datori di lavoro, (conflitto verticale). Dunque, in base a ciò, i flussi da sud diminuiscono, mentre i flussi da est si intensificano. Di fronte a tali realtà, che sfuggono o non interessano, c’è da prendere atto che l’immagine politica, anche la sua, non  è che un’artefatta rappresentazione. Oltre, c’è la pura continuità di un rigoroso disegno egemonico. Il povero Ministro non è colui che vuol salvare la patria da invasioni selvagge, perché questa invasione è già avvenuta, o deve avvenire con altre forme, e con il consenso dell’intero schieramento politico. Invece di “chiudere la stalla quando già sono scappati i buoi”, si è badato a chiudere la stalla piena di una particolare specie di “buoi”. L’importante è avere un tasso di disoccupazione utile a mantenere un “esercito salariato di riserva”, non tale però da provocare disordini o movimenti di massa e, nello stesso tempo, disseminare una micro criminalità quotidiana, così da focalizzare l’attenzione sulla propria sicurezza personale ed evitare fastidiose intromissioni nelle problematiche sociali.
Queste semplici analisi hanno disegnato una figura diversa da quella che appariva. Solo un semplice ricambio di personaggi che devono assolvere al ruolo di imbonitori, adeguati al momento e allo scopo.
Salvini non propone un diverso sviluppo sociale, è sempre il solito caduco strumento adeguato a una rigorosa continuità, a un disegno politico/economico/sociale. Una volta svolto il suo compito, riempiti i suoi “sacchi”, farà spazio a un altro personaggio, così come si sono alteranti tanti commedianti prima di lui.
In realtà per cambiare le cose, sarebbero necessari altri Uomini e altri provvedimenti, sappiamo bene quali sono, ma la cosa, adesso, non avrebbe più senso alcuno, poiché sarebbe solo allungare un’agonia irreversibile.
E questo non è solo crudele, ma anche sciocco.

domenica 17 marzo 2019

Androide



Volete sapere per quale motivo le Grete androide e le folle comandate a distanza anticambiamento climatico sono dei bluff? È presto spiegato, e con pochissime semplici argomentazioni.
Il cambiamento climatico sarebbe dovuto, secondo gli esperti, allo sfruttamento intensivo e sciagurato delle risorse della Terra. Mettiamo che questo sia vero. Lo sfruttamento cieco delle risorse della Terra è dovuto a un certo tipo di sviluppo che, senza dilungarsi troppo nel definirlo, possiamo chiamare capitalistico. Il sistema capitalista realizza la società dei consumi, che non è determinata dai bisogni reali, ma dal profitto che il capitalista ricava. Ora, se lo sfruttamento cieco è dovuto al capitale, per risolvere il problema dobbiamo combattere il capitale. Se non combattiamo il capitale significa che o non siamo consapevoli del Reale, o che vogliamo salvare “capra e cavoli”, oppure, che il capitale ha fiutato, da almeno trentanni a questa parte, che i profitti non solo si possono realizzare sporcando il mondo, ma anche ripulendolo, dopo che l’abbiamo sporcato. E in più, la storiellina dei cambiamenti climatici potrebbe essere solo una menzogna, che ha come scopo la vendita di prodotti che “inquinano” meno, poiché quelli che "inquinano" non vanno più? E se queste masse così consapevoli e sensibili sono così pronte ora a cambiare, a migliorare, a salvare, perché tempo fa sono state così ardimentose a demolire un’esperienza che avrebbe potuto davvero salvare il mondo dalla fine?
Ai posteri l’ardua sentenza.    

mercoledì 14 novembre 2018

Guerra di classe

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Accade sempre più raramente, non so se per fortuna o per disgrazia, che qualcosa o qualcuno mi distragga da quel desiderio profondo d’oblio dalle miserie della Realtà. L’ambizione, che spesso vale la Vita, è assai antica e diffusa, e dovrebbe condurre a una serenità approssimativa, formata da un’alchimia di emozioni e sensazioni confluenti nella più completa rassegnazione. Ma il cammino è assai duro e laborioso, tanto che soltanto pochissimi eletti riescono nell'impresa. I più si devono accontentare del solo obiettivo, alternando periodi a periodi. Dunque, questa breve premessa per giungere alla denuncia del delittuoso fatto: un brevissimo articolo di fondo, incontrato davvero per caso, che ha vanificato mesi di ascetismo agnostico. L’articoletto, intitolato “Lotta di classe”, l’ho ritenuto poi, a mente lucida, un vero e proprio tranello, ordito dal bravo giornalista per attrarre sulle sue poche righe passioni che tento di sopire, con dubbi risultati. Premesso che sarebbe stato un controsenso se l’articolino fosse poi stato scritto con grande sapienza e intelligenza, in quanto il quotidiano tutto non brilla certo di questa luce, e gli avventori/lettori dello stesso non avrebbero mai potuto afferrarne il senso, se fosse stato composto con altra pasta. La problematica che il bravo giornalista ha cercato di mettere sotto osservazione, è stata la recente manifestazione “protav” dei cittadini di Torino. Ovvio giudicare una simile manifestazione del tutto legittima, nell’immagine composta e civile; non proprio corretto, invece, il valutare una simile protesta la prova del multiclassismo che guiderebbe un certo modo di intendere la società civile e le sue aspirazioni.
Con i suoi soliti modi ed espressioni da esemplare “prete di parrocchia”, il giornalista indicava nella massa composita, fatta di borghesia varia e proletariato vario, un accomunarsi nella medesima ambizione di lavorare, crescere e prosperare, messa in conflitto con la presunta ostinazione dei “Fascisti al Governo” a impedire questa splendida prospettiva. Certo non mi abbasserò al meschino pettegolezzo che vuole una folla di signore e signori della migliore borghesia in passerella, urlanti: “Fateci lavovave!”, non è questo il mio stile di denuncia, vorrei solo indicare alcune evidenze che il povero giornalista potrebbe non conoscere, o non aver capito, non essendo la cultura e l’intelligenza gradite nella particolare categoria e posizione.
Ora, se si dovesse spiegare perché il soggetto in questione ha pubblicato un’autentica scemenza, si dovrebbe ritornare indietro nel tempo e nella storia fino a incontrare, nei nostri studi, le origini del “capitalismo”, la sua non uniformità di pensiero e azione, e le sue tante avventure, oneste o malvagie, che l’hanno fatto sopravvivere, modificato, ma sostanzialmente incorrotto nella sua ossessione compulsiva al profitto, fino ai giorni nostri. Nel linguaggio quotidiano è passata la visione dominante che la “lotta di classe”, frutto delle “estasi mistiche” del povero Marx, sarebbe prerogativa del lavoro contro il capitale, il proletariato contro la borghesia. Questo è senz’altro vero se lo collochiamo dentro la Storia, se lo consideriamo un elemento del quadro, sbagliato se lo consideriamo l’unico requisito del quadro. Una vera e propria “guerra di classe” si è sempre combattuta all’interno della borghesia stessa, allorché una particolare categoria professionale intuiva che uno sfruttamento intensivo e cieco del fattore lavoro avrebbe portato la ricchezza agli uni, pochi, ma la morte agli altri, molti. L’auspicio cantato dal loro profeta che la massa lavoratrice avrebbe dovuto mantenersi sulla soglia della pura sopravvivenza e il sovrappiù morire, era d’improvviso vista come una vera minaccia. Da qui la differenziazione, a grossolane linee, fra oltranzisti e moderati, l’attenzione verso la “componente lavoro”, le “filosofie socialisteggianti”, il miglioramento delle condizioni sociali, tutto al solo scopo di “salvare il capitale”.
Ho sempre detto che non pretendo che la si pensi in egual modo, ma qui non sto valutando un pensiero diverso, sto affermando che alle radici di simili articolini idioti non c’è nessun pensiero e nessuna intelligenza, perché non c’è nessuna conoscenza. Non c’è coscienza storica e non c’è conoscenza che questa “guerra di classe”, all’interno di una singola classe, è una costante che è giunta fino a noi, mostrandosi ora con un volto più incipriato, ma non certo diverso nelle asprezze. Il povero giornalista, avrebbe dovuto almeno essere informato che oggi la principale preoccupazione di un certo mondo imprenditoriale è di nuovo la sua sopravvivenza: ancora, sempre la sopravvivenza. Studiosi e capitalisti illuminati hanno da qualche tempo percepito che la vittoria avvenuta nel novembre 1989 ha portato grandi cambiamenti nella psicopatologia capitalista, trasformando individui malati in deformi egoisti, accecati dalla lussuria della vittoria e ostinati nel massimo sfruttamento. Grida di panico si sono sollevate, accomunate dalla volontà di dissuadere, e così “salvare il capitalismo”, per l’ennesima volta. Quindi, la manifestazione di Torino, non è come dice il Poverino la prova che si ha da una parte un'ammirevole unità di Classi, una saggia comune visione, e dall’altra un’ottusità colpevole, è solo il sintomo che all’interno della borghesia imprenditoriale e finanziaria c’è sempre quel confronto ostico che mette in opposizione una patologia autodistruttiva a una presenza cosciente nella Realtà, sebbene inferma.
Non volevo dilungarmi in analisi noiosissime che avrebbero appesantito la piccola denuncia, e credo di averlo fatto. Considero l’articolino una scorrettezza nei confronti delle mie ambizioni: il colpevole sono io stesso, che ancora non riesco a ignorare del tutto l’imbecillità e la menzogna, supreme virtù del nostro tempo. Avrei potuto dilungarmi, spiegare meglio ma sono due le ragioni principali che ora mi impediscono di farlo. La prima è che gli individui consapevoli e intelligenti non hanno bisogno della mia lunga pochezza dialettica per afferrare il senso delle parole; la seconda è che le tante parole non servirebbero comunque alla comprensione, se la platea fosse composta da individui inconsapevoli e deficienti.

14 novembre 2018

giovedì 31 maggio 2018

Piccoli privilegi.






Forse un giorno, quando ero giovane e colmo ancora di tutti i necessari sentimenti unilaterali ed eccessivi della propria personalità, avrei anche avvertito il bisogno di giustificare e di chiarire i motivi che spingono a certe manifestazioni. O meglio, precisare cosa ci ha spinto verso un comportamento che appare come eccessivo e villano. Ma se per noi il tempo non è passata invano, e si è arrivati alla determinazione che la nostra vita è una vita riuscita, si è ottenuto quindi un “successo”, la consapevolezza ci dona anche una particolare posizione di “privilegio”, che ci consente di scorgere lucidamente i disagi, i dolori e le frustrazioni altrui. Il più delle volte questa capacità di essere partecipi, vicini, incontra la buona disposizione d’animo di chi sente che un affetto può aiutare. Altre volte, tante volte, l’immodestia e la mancanza di umiltà, porta a sovraccaricarsi di tutta quella acredine verso gli altri che impedisce di distinguere il bene dal male. Il credersi perfetti porta alla solitudine e all’emarginazione. Il credersi perfetti porta inevitabilmente a considerare gli altri imperfetti, e dunque responsabili del proprio dolore. È questa una tipica forma di “autodifesa ignorante”, che porta a ignorare le proprie responsabilità. È una difesa, ma una difesa sbagliata, che spinge a offendere, a calunniare di continuo chi responsabilità non ha. Non importa. La posizione di “privilegio” contempla anche la serenità di aver fatto tutto il possibile, ma è pur vero che non tutti si possono salvare.



lunedì 9 aprile 2018

Breve discorso sopra i sei capitoli della prima parte (La finestra), del romanzo “Gita al faro” di Virginia Woolf.







Vorrei premettere che una faticosa evoluzione umana e culturale di individuo pensante, mi ha portano, non senza antipatiche conseguenze, a rendere soggettivo quello che era stato solo oggettivo. Ossia, franata una verità che credevo assoluta, non ne ho costruita una nuova analoga, ma ho evitato proprio di costruire alcunché, trovando del tutto inutile edificare con tanto sforzo un assunto che in breve potrebbe cambiare, o non essere più adatto. Questo per dire che la riflessione che ho fatto sull'ennesima lettura parziale di un testo tenuto da tanti letterati nella massima considerazione, ora ha avuto questo risultato: “crescendo” potrei anche valutarlo in modo diverso.
Come suppongo sia noto a tutti, in campo narrativo esistono “prodotti commerciali” e “opere letterarie”. Non è questo il luogo per disquisire su una differenza che, senza dubbio, è patrimonio comune dell’umanità. Si rischierebbe di infastidire chi non lo merita o di ripetere cose risapute e stanche. Qui vorrei solo prendere in considerazione il secondo tipo di pubblicazioni, le “opere letterarie”, che sono tali perché contengono elementi riconosciuti come “artistici”. Anche qui evito di inoltrarmi. Il mio breve discorso non è quello di negare un’opera che merita di essere considerata “arte”; tutt’altro, ritengo invece che proprio per questo valore intrinseco, riflette, rispecchia comunque delle carenze che sono classiche del periodo storico e che, inoltre, rilevano un atteggiamento umano e artistico che non definirei proprio spocchioso, ma senza dubbio alcuno all’apparenza assai arrogante e presuntuoso.
Portando il discorso nel quadro ristretto della narrativa Europea, dal secolo XVIII in poi si è andata definendo in essa una tendenza che potrei definire di carattere sociale/educativo. Nel gran mare della narrativa ad uso distrazione della buona borghesia salottiera e annoiata, qualcuno ha creduto opportuno immettere degli elementi che avevano la capacità di indicare quali fossero le realtà sociali e umane che, secondo gli autori, andavano osservate e magari cambiate. In mancanza di varie vie di “comunicazione di massa”, i romanzi erano anch’essi fonte preziosa di chiarimento e consapevolezza, ovvio fra chi sapeva leggere. Almeno così si è creduto per un periodo di tempo. In seguito il progetto ha rivelato il suo aspetto di “grande Illusione”, non riuscendo ad avere l’effetto sperato. La cultura e la coscienza non si era affatto diffusa fra le maggioranze, ma si era sempre più relegata fra risicate minoranze disperate, frustrate ed emarginate.
Se uno “scrittore” decide di partecipare al gioco della vita dando il suo contributo, inventa storie che abbiano la capacità di indicare i temi che lui ritiene importanti, che diano se possibile buoni spunti di riflessione a più lettori possibile. L’opera letteraria, per esser tale, deve possedere diverse caratteristiche. Importanti sono l’espressione personale e la comunicazione. Un eccesso dell’uno e dell’altro, comporta una squalifica della stessa. Un corretto equilibrio di attenzione dell’artista nei confronti del pubblico non significa snaturarsi, o spalmarsi su masse primitive, non significa far scrivere le opere dalla folla, significa riuscire meglio nella divulgazione delle “proprie idee”, così da migliorare la “propria capacità” di fornire spunti di riflessione. Il lettore va rispettato e tenuto in considerazione, poiché leggendo la storia deve immedesimarsi, comprenderla, e la grandezza dello scrittore è quella di veicolare l’idea, l’immagine, la sensazione, l’emozione mediante le parole, i periodi e le frasi, che devono essere comprensibili, a costo di restare minuti, se non ore, su un’unica pagina. Quando fa questo, significa che considera essenziale ciò che lo scritto deve provocare. Lui è il mediatore fra la realtà e chi legge. Nel corso dei tempi, però, questa filosofia che considera la collettività si è andata via via sgretolando, e il solipsismo ha prevalso sul progetto sociale. Nella Storia, il conflitto fra individuo e collettività, fra visione egoistica e modello altruistico dell’ordine sociale non si è mai risolto.
Per rendere visibile il pensiero posso citare la superiore grandezza di un’opera come “Germinal” di Emile Zola, scritto nel 1884/85, corretto nella sua forma tecnica, scorrevole e coinvolgente. Comprensibilissimo nel testo e nel messaggio di denuncia sociale; contrapposto al testo “Ulysses” di James Joyce, scritto nel 1922, l’unico libro che abbia mai visto in vendita con un altrettanto voluminoso libro di delucidazione accanto. Facile ricavare che dalla “grande illusione” di fine -800, si è arrivati all’avvolgersi su se stessi dell’inizi del -900. Evidente che lo scrittore Joyce non aveva nessun interesse per il “pubblico”. La sua semplice filosofia di vita è stata quella di interpretare la collettività come massa al servizio dell’individuo: è il lettore che deve sforzarsi e capire l’artista, deve darsi da fare per riuscire a entrare nella sua mente guastata dai deliri.
Ora, venendo alla questione con la signora Woolf, del suo testo “Gita al faro” ho letto per tre volte i primi tre capitoli della prima parte, e per due volte i secondi tre. Di quello che ha scritto, purtroppo, non mi è rimasta traccia alcuna e, disgrazia maggiore, non ho capito granché. A questo punto le possibili spiegazioni sono due: o sono le mie ridotte capacità cognitive a impedirmi di apprezzare il patrimonio che la signora Woolf ha messo a disposizione; oppure la signora Woolf, vittima di se stessa e dei suoi tempi, non ha creduto opportuno sforzarsi a rendere comprensibile il testo. Che io sia un soggetto che non apprezza sperimentalismi e innovazioni non apporta giustificazioni alla prova della Signora, perché, anche qualora fosse, le sue pagine risultano comunque incomprensibili. Sperimentalismo e innovazione in questo caso sono del tutto fallimentari.
Sciocco dire che le pagine sono scritte con la tecnica del “flusso di coscienza”. Non è questa una motivazione che rende incolpevole l’autrice, piuttosto la qualifica, o squalifica, come individuo che non ha ben valutato le conseguenze di questo metodo di scrittura. O le ha valutate e ne sconta le conseguenze.
La mia idea su questo ennesimo incidente di percorso lungo la lettura della Grande Narrativa Europea, è piuttosto semplice da render nota. Quasi mai un importante fenomeno della Storia ha una sola causa, piuttosto è tutto una complessa alchimia di fatti che lo rendono possibile, o impossibile. Anche in questo caso c’è una precisa e perpetua dinamica sociale che va sempre a privilegiare chi è orientato verso norme di vita più in sintonia con il modello sociale dell’epoca. Se degli elementi hanno riferimenti che comportano sovvertimento, caos e disordine, ovvio che questi elementi vanno emarginati. Nella particolare circostanza storica della signora Woolf, gli individui più sensibili si andavano avvolgendo su se stessi. Hanno rivolto la loro attenzione all’interiorità, proprio perché l’esteriorità, il Mondo intorno e i punti di riferimento di sempre, i Valori su cui avevano vissuto, venivano velocemente distrutti da una soverchiante “volontà di potenza”, dalla ricerca del massimo profitto, dall’espansionismo, dal colonialismo e dalle guerre. La mostruosità del “fuori” favorisce una disperazione che fa rivolgere le attenzioni al “dentro”. Le colpevolezze che attribuisco a questo modo di porsi nei confronti dell’altro, nascono proprio dai sentimenti di arroganza e presunzione che, sebbene in modo inconsapevole, di più se in modo consapevole, hanno praticamente distrutto, assassinato, condannato a morte una via luminosa che sembrava indicare quale fosse il giusto contributo che uno scrittore dovrebbe dare alla società in cui vive. Nessuno vuole negare il grande apporto che la creatività dell’individuo sa elargire, credo piuttosto che da parte sua sia necessario dare maggiore spazio al sociale, evitando di ridurre la narrativa d’arte a questione privata, inutile dimostrazione di bravura, catalogo di assurde eccentricità.
Al di là di quale sia l’ipotesi più realistica, come individuo pensante e cosciente, condanno questo tipo di esperienza narrativa, giudicandola inutile, dannosa e lesiva della dignità del lettore.
Reputo tuttavia censurabile la spontanea antipatia che nutro per questo tipo di osannati autori incomprensibili, e indecifrabili anche se si tenta di farli comprendere. Così come reputo deplorevole pensare che lodi e onori, così come l’apprezzamento altrui, siano favoriti soltanto dal terrore di apparire ipodotati dall’ambiente che ci siamo scelti per trascorrere la nostra vita.

6 aprile 2018