Forse un giorno, quando
ero giovane e colmo ancora di tutti i necessari sentimenti
unilaterali ed eccessivi della propria personalità, avrei anche avvertito il
bisogno di giustificare e di chiarire i motivi che spingono a certe
manifestazioni. O meglio, precisare cosa ci ha spinto verso un comportamento
che appare come eccessivo e villano. Ma se per noi il tempo non è passata
invano, e si è arrivati alla determinazione che la nostra vita è una vita
riuscita, si è ottenuto quindi un “successo”, la consapevolezza ci dona anche
una particolare posizione di “privilegio”, che ci consente di scorgere
lucidamente i disagi, i dolori e le frustrazioni altrui. Il più delle volte
questa capacità di essere partecipi, vicini, incontra la buona disposizione
d’animo di chi sente che un affetto può aiutare. Altre volte, tante volte,
l’immodestia e la mancanza di umiltà, porta a sovraccaricarsi di tutta quella
acredine verso gli altri che impedisce di distinguere il bene dal male. Il
credersi perfetti porta alla solitudine e all’emarginazione. Il credersi
perfetti porta inevitabilmente a considerare gli altri imperfetti, e dunque
responsabili del proprio dolore. È questa una tipica forma di “autodifesa
ignorante”, che porta a ignorare le proprie responsabilità. È una difesa, ma
una difesa sbagliata, che spinge a offendere, a calunniare di continuo chi
responsabilità non ha. Non importa. La posizione di “privilegio” contempla
anche la serenità di aver fatto tutto il possibile, ma è pur vero che non
tutti si possono salvare.
Blog di MASSIMO PERINELLI, scrittore che proporre in lettura alcune sue opere letterarie; così come articoli di letteratura, politica, filosofia, testi che dovrebbero favorire un confronto sui diversi temi del vivere. Nulla di più che un estremo tentativo, nato da una residua fiducia nelle possibilità che hanno gli individui di comunicare. In fondo solo un "grido muto", segno di una dignitosa emarginazione.
giovedì 31 maggio 2018
lunedì 9 aprile 2018
Breve discorso sopra i sei capitoli della prima parte (La finestra), del romanzo “Gita al faro” di Virginia Woolf.
Vorrei
premettere che una
faticosa evoluzione umana e culturale di individuo pensante, mi ha
portano, non senza antipatiche
conseguenze, a rendere soggettivo quello che era stato solo
oggettivo. Ossia, franata una verità che credevo
assoluta, non ne ho costruita una nuova analoga, ma ho evitato
proprio di costruire
alcunché,
trovando del tutto inutile edificare con tanto sforzo
un assunto
che in breve potrebbe cambiare, o non essere più adatto.
Questo per dire che la riflessione che ho fatto sull'ennesima lettura parziale di un testo tenuto da tanti letterati nella massima
considerazione, ora ha avuto questo risultato: “crescendo” potrei
anche
valutarlo in modo diverso.
Come
suppongo
sia noto
a tutti, in campo narrativo esistono “prodotti commerciali” e
“opere letterarie”. Non è questo il luogo per disquisire su una
differenza che, senza
dubbio, è patrimonio comune dell’umanità.
Si rischierebbe di infastidire chi non lo
merita o
di ripetere cose risapute e stanche. Qui vorrei solo prendere in
considerazione il secondo tipo di pubblicazioni, le “opere
letterarie”, che sono tali perché contengono elementi riconosciuti
come “artistici”. Anche
qui evito di inoltrarmi. Il
mio breve discorso non è quello di negare
un’opera
che merita di essere considerata “arte”; tutt’altro,
ritengo invece che
proprio
per questo valore intrinseco, riflette, rispecchia comunque
delle carenze che sono classiche del periodo storico e che, inoltre,
rilevano un atteggiamento umano e artistico
che non definirei proprio spocchioso,
ma senza dubbio alcuno
all’apparenza
assai
arrogante e presuntuoso.
Portando
il discorso nel quadro ristretto della narrativa Europea, dal secolo
XVIII in poi si è andata definendo in essa una tendenza che potrei
definire di carattere sociale/educativo. Nel gran
mare della narrativa ad uso distrazione
della buona borghesia
salottiera
e annoiata,
qualcuno ha creduto opportuno immettere degli elementi che avevano
la capacità di indicare quali fossero le realtà sociali e umane
che, secondo gli
autori,
andavano osservate e magari cambiate. In mancanza di varie
vie di “comunicazione di massa”, i romanzi erano anch’essi
fonte preziosa di chiarimento
e consapevolezza, ovvio
fra chi sapeva leggere.
Almeno così si è creduto per un periodo di tempo. In
seguito
il
progetto
ha
rivelato
il
suo aspetto di “grande
Illusione”, non
riuscendo ad avere
l’effetto sperato. La
cultura e la coscienza non
si
era
affatto diffusa
fra
le
maggioranze, ma si
era
sempre più
relegata
fra
risicate
minoranze disperate,
frustrate ed
emarginate.
Se
uno “scrittore” decide
di
partecipare al gioco della vita dando il suo contributo, inventa
storie che abbiano la capacità di indicare i
temi
che lui ritiene importanti, che diano se
possibile buoni
spunti di riflessione a
più lettori possibile. L’opera
letteraria,
per esser tale, deve possedere diverse caratteristiche. Importanti
sono l’espressione personale e la comunicazione. Un eccesso
dell’uno e dell’altro, comporta una squalifica della stessa. Un
corretto equilibrio di attenzione dell’artista nei confronti del
pubblico non significa snaturarsi, o spalmarsi su masse
primitive, non
significa far scrivere le opere dalla folla,
significa riuscire
meglio nella divulgazione delle “proprie idee”, così da
migliorare
la “propria capacità” di fornire spunti di riflessione.
Il lettore va rispettato e tenuto in considerazione, poiché
leggendo la storia deve immedesimarsi,
comprenderla,
e la
grandezza dello scrittore è quella di veicolare l’idea,
l’immagine, la sensazione, l’emozione mediante le parole, i
periodi e le frasi, che devono essere comprensibili, a costo di
restare minuti, se non ore, su un’unica pagina. Quando
fa
questo,
significa che considera essenziale ciò che lo scritto deve
provocare. Lui è il
mediatore
fra la realtà
e chi
legge.
Nel corso dei tempi, però, questa filosofia che considera
la collettività si è andata via
via
sgretolando, e il
solipsismo
ha prevalso sul progetto sociale. Nella
Storia, il conflitto fra individuo e collettività,
fra
visione
egoistica e modello altruistico dell’ordine
sociale
non si è mai risolto.
Per
rendere visibile
il pensiero posso citare la superiore
grandezza
di un’opera
come “Germinal”
di Emile Zola, scritto nel 1884/85, corretto nella sua forma tecnica,
scorrevole e coinvolgente. Comprensibilissimo nel testo e nel
messaggio di denuncia sociale; contrapposto
al testo “Ulysses” di James Joyce, scritto nel 1922, l’unico
libro che abbia mai visto in vendita con un altrettanto voluminoso
libro di delucidazione
accanto.
Facile ricavare
che dalla
“grande illusione”
di
fine -800,
si è arrivati
all’avvolgersi su se stessi dell’inizi
del -900.
Evidente che lo scrittore Joyce
non aveva
nessun interesse per il
“pubblico”.
La sua
semplice filosofia
di
vita
è stata quella di interpretare la
collettività come
massa
al servizio dell’individuo: è il lettore che deve sforzarsi
e
capire l’artista, deve
darsi da fare per riuscire a entrare nella
sua mente guastata
dai deliri.
Ora,
venendo alla questione con
la
signora Woolf, del suo testo “Gita al faro” ho letto per tre
volte i primi tre capitoli della prima parte, e per due volte i
secondi tre. Di quello che ha scritto, purtroppo, non mi è rimasta
traccia alcuna e, disgrazia
maggiore,
non ho capito granché. A questo punto le possibili spiegazioni sono
due: o
sono le mie ridotte capacità cognitive a impedirmi di apprezzare il
patrimonio che la signora Woolf ha
messo
a disposizione; oppure la signora Woolf, vittima di se stessa e dei
suoi tempi, non ha creduto opportuno sforzarsi a rendere
comprensibile il testo. Che io sia un soggetto che non apprezza
sperimentalismi e innovazioni non apporta giustificazioni alla prova
della Signora,
perché, anche qualora fosse, le sue pagine risultano comunque
incomprensibili. Sperimentalismo
e innovazione in questo caso sono del
tutto
fallimentari.
Sciocco
dire che le pagine sono scritte con la tecnica del “flusso di
coscienza”. Non è questa una motivazione
che rende incolpevole
l’autrice, piuttosto la qualifica,
o squalifica, come individuo che non ha ben valutato le conseguenze
di questo metodo di scrittura. O
le ha valutate e ne sconta le conseguenze.
La
mia idea su questo ennesimo incidente di percorso lungo la lettura
della Grande Narrativa Europea, è piuttosto semplice da render nota.
Quasi mai un importante fenomeno della Storia ha una sola causa,
piuttosto è tutto una
complessa
alchimia di fatti che lo
rendono possibile, o
impossibile.
Anche
in
questo caso c’è una precisa e
perpetua
dinamica sociale che va sempre
a
privilegiare
chi
è
orientato
verso norme
di vita
più in sintonia con il
modello
sociale
dell’epoca.
Se degli elementi hanno riferimenti
che
comportano sovvertimento,
caos e disordine, ovvio che questi elementi vanno emarginati.
Nella
particolare circostanza storica della
signora Woolf,
gli individui più sensibili si andavano
avvolgendo
su se stessi. Hanno
rivolto la loro attenzione all’interiorità, proprio perché
l’esteriorità, il Mondo intorno e i punti di riferimento di
sempre, i Valori su cui avevano vissuto, venivano
velocemente distrutti da una soverchiante
“volontà di potenza”, dalla
ricerca del massimo profitto, dall’espansionismo,
dal
colonialismo
e dalle
guerre.
La mostruosità del “fuori” favorisce
una disperazione che fa rivolgere le attenzioni al “dentro”. Le
colpevolezze
che attribuisco a questo modo di porsi nei confronti dell’altro,
nascono proprio dai sentimenti di arroganza e presunzione che,
sebbene in modo inconsapevole, di più se in modo consapevole, hanno
praticamente distrutto, assassinato, condannato a morte una via
luminosa che sembrava
indicare quale fosse il giusto contributo che uno scrittore dovrebbe
dare alla società in cui vive. Nessuno
vuole negare il grande apporto
che la creatività dell’individuo sa elargire, credo piuttosto che
da parte sua sia necessario dare maggiore
spazio al sociale, evitando di ridurre la narrativa d’arte a
questione
privata, inutile dimostrazione
di bravura,
catalogo
di assurde
eccentricità.
Al
di là di quale sia l’ipotesi più realistica, come individuo
pensante e cosciente, condanno questo tipo di esperienza narrativa,
giudicandola inutile, dannosa e lesiva della dignità del lettore.
Reputo
tuttavia
censurabile
la spontanea antipatia che nutro per questo tipo di osannati autori
incomprensibili, e
indecifrabili
anche se
si
tenta di farli comprendere. Così come reputo deplorevole pensare che
lodi e onori, così come l’apprezzamento altrui, siano favoriti
soltanto dal terrore di apparire ipodotati
dall’ambiente
che ci siamo scelti per trascorrere la nostra vita.
6
aprile 2018
sabato 24 giugno 2017
LA GRANDE STRATEGIA DELL’IMPERO EUROPEO
Non c’è dubbio che la costruzione
di un Impero definito, stabile, autonomo, operante come se fosse destinato a
vivere per sempre, non è impresa facile. La Storia ci insegna questo, sebbene
quella che ci propinano non appare pervasa di troppa “verità”, quanto piuttosto
zeppa di menzogne, approssimazioni, opinioni divulgate da “liberi arbitrii retribuiti”
assai discutibili, spesso collegati a necessità impellenti del Potere. Tuttavia,
avendo un buon Sistema per interpretarla, una filosofia che sia il più
possibile vicino alla propria sensibilità, e mettendoci anche una dose di “buon
senso”, si può affermare che qualcosa fra l’approssimativo e l’inequivocabile
si può trarre da tante parole scritte. Di Imperi ce ne sono stati molti. Hanno
avuto un periodo di splendore diverso secondo le proprie aspirazioni e forza. Spesso
la tendenza è stata quella di uniformare le varie eterogeneità, con mezzi che
sono stati a volte crudeli sul “corpo”, a volte crudeli sullo “spirito”, o
entrambi. Ossia, una ricercata perfetta alchimia di iniziative credute
necessarie, in sintonia con l’universale “volontà di potenza”. Ma le vicende della
Vita, si sa, di continuo sfuggono al controllo. Le nobili aspirazioni
totalizzanti cedono sovente il posto alla “corruzione”, che sembra un elemento
al di sopra e al di là della nostra personale antipatia nei confronti del caos.
Questo per dire che una cosa è quello che vorremmo che fosse, un’altra è quella
che è. La grandezza o la miseria di un Sistema dipendono da quella Darwiniana
capacità di adattamento, che è una semplice “applicazione” dell’immenso e
sconosciuto programma universale della Vita. La Classe Borghese, quella che una
volta si indicava come Capitalista, oppure meglio Padroni, da questo punto di
vista è riuscita ad adattarsi meglio, con un’ottima dose di trasformismo che
gli consente da secoli di governare, non senza tribolazioni e patimenti,
secondo ciò che gli detta il proprio bisogno economico, i propri ridotti codici
etici, la propria malattia genetica e il drammatico disturbo ossessivo compulsivo
volto all'accumulazione. Se, per esempio, poniamo l’attenzione sulla diffusa praticata
dell’eliminazione fisica di chi non è in armonia con lo sviluppo degli eventi,
vediamo che non si è perso troppo tempo a sterminare un Gruppo, una Etnia, dei
Sovversivi. Non è questa la sede per approfondire il vasto tema, non ne sono
all'altezza, né è intenzione di questo breve scritto definire Bene e Male di
tali manifestazioni. Vorrei solo insospettire il lettore mostrando alcuni dubbi,
e alcune certezze, che potrebbero illuminare un quadro per ora solo intravisto.
Alcuni Imperi si sono retti
ricorrendo, oltre che al consueto uso della Forza, anche sfruttando il fattore
religioso. Una credulità che ha impedito di porsi la domanda se la struttura
fosse o non fosse di per sé più adatta alle proprie esigenze e bisogni. Così è
sempre stato, così è, così sarà. Ognuno ha un ruolo e una posizione immutabile.
Sono strutture sociali dove nessuno si è mai domandato “Perché?”, o almeno sono
davvero stati pochi a domandarselo, e per questo non hanno dato troppo fastidio,
non hanno fanno carattere. Quando le posizioni all’interno di una comunità non sono
messe in discussione, tutto procede per il meglio. Quando però dubbi, domande e
perché entrano prepotenti nelle menti, quando alcuni individui pensati
diffondono incertezze, quando infine sono in molti a mettere in discussione
quello che è sempre stato, il sistema inizia ad avere delle vibrazioni, delle serie
problematiche da risolvere. Le forme che consentono di ritornare a una relativa
calma sono sostanzialmente tre: la corruzione dell’oro, la minaccia delle armi
e la religione. Questo per dire, semplicemente, che ci sono semplici e antichi
mezzi per zittire dubbi e domande. Anche il Capitale li ha usati. Ha concesso
diritti sociali, diritti del lavoro, ha inserito in un tipo di sviluppo, ha
adattato le religioni alle esigenze, tante volte ha represso.
Mettendo a fuoco fatti prossimi a
noi, verso la fine dell’ottocento le Potenze Europee si sono impegnate in una
prova di forza a livello mondiale che ha avuto delle conseguenze sugli
equilibri sociali. Il super sfruttamento della Classe operaia, accanto al
secolare sfruttamento delle masse contadine, ha creato un particolare humus che
li ha sospinti verso una parziale consapevolezza. Risentimento e rabbia hanno
trovato il sostegno di una Teoria, un'aspirazione al meglio dai contenuti Utopistici,
ritenuti prossimi a realizzarsi. Le continue agitazioni sviluppavano paure, creavano
un atteggiamento negativo verso quelle Classi all’apparenza minacciose. Per
risolvere le fastidiose discordie si è ricorso a soluzioni estreme.
La Prima Guerra Mondiale è
scoppiata per diverse ragioni, la famosa alchimia di fattori: la spartizione
commerciale dei mercati, protezionismo e dazi doganali, ultima guerra Dinastica,
ma principalmente si è fatto ricorso a questo mezzo estremo per farla finita
con quella che appariva come una massa troppo agitata e creduta prossima a una
Rivoluzione Mondiale.
Con un semplice alleggerimento di
quindici milioni di individui si è raggiunta una nuova stabilità. Non si può
dire che questo sia stato l’unico sterminio di massa che “l’uomo” ricordi…
figuriamoci. Ora le condizioni sono diverse, soprattutto dopo un’esperienza che
ha mostrato la difficoltà oggettiva a costruire un modo di vivere alternativo al
“capitalismo”. La vittoria dei “ricchi” sui “poveri” ha diffuso l’idea di una non
indispensabilità di certe “conquiste” che hanno fiaccato, spezzato, umiliato la
volontà di volare di un’intera Classe. Da quel momento preciso si è disegnato
un quadro, che a tappe forzate dovrebbe condurre a una distinzione di ruoli che
si considera naturale conseguenza di un divenire, sebbene sia, in realtà, uno
status indicativo di un ultra sfruttamento che ha fondamenta nel passato. Le
masse non fanno più paura, sono state vinte, annientate, con la guerra, il terrore,
il “terrorismo”, da sempre efficace risorsa dei soliti “servizi segreti nazionali/internazionali”;
dalla micro criminalità, tollerata e incoraggiata, tanto per far sentire continuamente
in pericolo di vita, così da badare più alla propria incolumità fisica che ad
altre problematiche sociali. Metodi vecchi come il mondo, sempre efficaci. Quei
pochi che riflettono e hanno capacità d’analisi non danno nessun fastidio, le micro
minoranze riottose, vivono isolate, emarginate, frustrate. Tanti migrano e
vanno via nella speranza/illusione che altrove sia diverso. Il quadro si
perfeziona. La concorrenza economica con altri Imperi è la ragione apparente,
il giustificativo da cui si sviluppa la visione d’insieme, l’archetipo da
costruire.
Le diverse nazioni europee creano
un centro di direzione unico. Sviluppano un programma economico. Stabiliscono categorici
vincoli di legge e di rappresentanza politica. Pianificano un unico modello di
organizzazione sociale: una ristretta Classe di padroni, una contenuta casta di
lacchè dei padroni, un’ampia categoria di schiavi/salariati che ritengono
enorme privilegio la pura sussistenza, assediati da una considerevole massa di creature
che vivono ai margini: uno sterminato “esercito salariato di riserva”, il cui
scopo è la sopravvivenza, e il salto di Classe come aspirazione, ambizione alla
riduzione in schiavitù.
Questo Disegno, sebbene appaia
complesso, in verità non lo è. Piuttosto è il tempo necessario alla sua
realizzazione e le inevitabili difficoltà risolvibili che intervengono a
misurare gli interventi e adattarli alle circostanze. Che alcune Nazioni
Europee siano oramai sulla buona strada per essere considerate in armonia,
sottomesse al Disegno è cosa evidente. La totale assenza di rivendicazioni e di
movimenti antagonisti è sintomo di morte certa. Altre Società, come la nostra, hanno
bisogno di più attenzioni. Le particolarità che mi hanno suggerito questa
“grande strategia imperiale” sono molteplici. La riorganizzazione di realtà
economiche piccole, medie e grandi. Il ridimensionamento del “valore
lavoro". La disparità di condizioni economiche. L’accumulazione di
ricchezza. L’enorme “utile d’impresa”. L'incontrollato plusvalore. Infine, il
ricorso a una riforma della realtà religiosa, per una “civiltà cristiana” non
più adeguata alle nuove esigenze. Un avvicinamento e successivo patto
compromissorio fra ebraismo-cristianesimo-islamismo, con una potente prevalenza
di quest’ultimo, per sua natura più adatto allo scopo (Islam, sottomissione,
abbandono, consegna totale di sé a dio). Ma in particolare dei piccoli elementi
mi hanno suggerito che la fugace intuizione non era peregrina: la
demonizzazione delle opinioni non in sintonia, ovvero le Verità per Legge, l’importazione
di schiavi, il “reddito di cittadinanza”.
Le Verità per Legge sono cose
piuttosto comprensibili: l’olocausto, il riscaldamento globale, le vaccinazioni,
sei un criminale se le neghi. Per quanto riguarda l’importazione di schiavi, anche
qui districarsi nel mare di menzogne e di falsità è stato piuttosto facile. È il
sospetto a proposito del “reddito di cittadinanza” che mi ha costretto a
riflettere con maggiore ostinazione.
Per quale motivo questa elemosina
sociale dovrebbe essere la prova provata che c’è un Disegno preciso dietro ciò
che appare invece come una semplice iniziativa sociale?
Che un certo “Movimento”
politico, creato da società per azioni ambigue, sia stato la forma migliore che
il Potere ha trovato per indirizzare il malessere che serpeggiava nel Paese, è
cosa oramai chiara. Non chiara era la ragione per cui con ostinazione il
Movimento stesso abbia per primo proposto quest’obolo pietoso. Rivelatrice è stata
la notizia che la stessa UE, tanti anni fa, aveva invitato gli Stati membri ad
adottare il “reddito di cittadinanza” definito come “elemento qualificante del
modello di Europa Sociale”. Dopo la direttiva, quasi tutti gli Stati si sono
uniformati, creando quindi un'armoniosa Classe di sottoproletariato passivo; da
noi, e pochi altri Paesi, la direttiva non è stata applicata. Evidente che
l’iniziativa deve essere proposta, digerita e metabolizzata con linguaggi e
comportamenti che suggeriscano alle “masse” l’idea di una conquista sociale.
Ossia, con l’astuzia si è pensato di usare una propria creatura, in apparenza alternativa,
per promuovere un elemento del futuro Sistema. L’evidenza che l’elemosina sia
stata da prima osteggiata fieramente, poi pian piano sia entrata fra le ipotesi
possibili di tutte le bande politiche, è stata la ricercata conferma. In
prospettiva, quindi, includeranno tutti i servizi sociali, sanità, pensioni,
scuole, nell’assegno mensile comprensivo di tutto.
La “grande strategia dell’Impero
Europeo” naviga su solide basi di programmazione e assenza di dissenso,
sfruttando ogni elemento che in apparenza, alla futura sterminata massa di
schiavi e parassiti, apparirà come una conquista, e come l’unico modo di Vita
possibile.
Come salvarsi da tutto questo?
Semplicissimo. Convincere quel lavoratore tedesco dell’est che nel novembre 1989 ha creduto che
“finalmente avrebbe mangiato frutta esotica”, che in verità per una papaya ha rinunciato
a un “paradiso terrestre” costruito con tanti sacrifici, soprattutto di vite
umane, da veri Uomini, e non da dio.
giovedì 2 marzo 2017
LA GUERRA DEI MONDI
Nessuno ha mai capito
niente delle donne, perché non c’è niente da capire.
Friedrich
Nietzsche
Devo confessare che per molti
anni, compresi fra infanzia e prima adolescenza, non vedevo il mondo femminile come
un mondo a sé, separato e misterioso, era solo un modo diverso di essere, con
le sue regole, riti, chiare e importanti funzioni. Questa realtà non mi creava
troppi problemi ed era ben integrato nella quotidianità. Le cose sono iniziate
a cambiare quando si è presentata la necessità di trovare una “Compagna” per condividere
la vita, così da rispettare la Natura che da sempre, d’improvviso, accende
tormenti che sembrano poi essere soltanto dei subdoli espedienti per assicurare
la continuità della specie. La cosa non è stata così drammatica come tanti la
disegnano. Succede a molti d’incontrare subito la persona giusta. Per me è
stato così. Con Lei non ci sono stati grossi problemi, solo un po’ dovuti
all’inesperienza, un po’ con i genitori, un po’ per la peculiare bestialità che
caratterizza noi “maschi”. Aspetti sgradevoli che Lei ha immediatamente messo
in chiaro e smussato a dovere, plasmandomi come meglio ha creduto. Un delizioso
assillo quotidiano.
Dunque, questo breve articolo non
parla di fantascienza, come suggerirebbe il titolo, rubato dal famoso romanzo
di H. G. Wells, ripreso poi in chiave becero antiComunista nel film omonimo del
1953, regia di B. Haskin. Queste poche parole avrebbero l’intenzione, forse
meglio l’illusione, di contribuire a rendere meno oscuro il tema dell’oggettiva
incompatibilità fa Uomo e Donna. No, questo è eccessivo, meglio dire incomprensibilità
fra “maschi” e “femmine”, una certa mancanza di chiarezza che caratterizza
determinati rapporti umani.
Devo dire che l’argomento non mi
è mai interessato troppo. La “femmina” che ho incontrato da “piccolo” è stata l’unica
a monopolizzare per tanti anni l’attenzione. Oggi è più o meno la stessa cosa.
Nonostante ciò, oltre la sfera protettiva inconsciamente creata, il mondo fuori
esiste e, bene o male, con esso ho dovuto e devo fare i conti. Un mondo invadente,
subdolo, malvagio.
L’impressione che le cose fossero
diverse da come le avevo in modo innocente archiviate, ricorrendo alle limitate
conoscenze, è sopraggiunta per caso, sfogliando una rivista, in un momento di
colpevole leggerezza, rivelatasi fatale. Fra le pagine c’era un articolo, con
relativo servizio fotografico di un personaggio dello spettacolo noto:
Alessandro Gassman, figlio di un altro personaggio dello spettacolo notissimo.
Le foto dell’attore mi hanno suscitato uno spontaneo moto di sorpresa. “Poveraccio…”
mi sono detto, “ma è proprio brutto brutto, povero disgraziato. Com’è stata
possibile questa sciagura. I genitori mi sembra che fossero persone piacevoli.
Bah, vai a capire la genetica.” Ho concluso ignaro.
La sera stessa, a cena, così per
parlare di qualcosa, ho portato a conoscenza mia Moglie e mia Figlia della
curiosa constatazione del mattino.
Non avrei mai immaginato che quest’osservazione
avrebbe spalancato per me le porte dell’Inferno. Mai immaginato che “l’errore”
mi avrebbe indirizzato verso un sentiero disseminato d’inquietanti misteri.
“Brutto!” Mi hanno aggredito
entrambi con gli occhi fiammeggianti d’odio. “Gassman brutto? Ma sei diventato
scemo per caso.” Inutile, a questo punto, è risultato il patetico tentativo di
contestualizzare la sensazione. Sono stato redarguito a colpi d’inequivocabile “invidia”,
di chiara “insensatezza” e lampante mancanza di “senso estetico”, tutte cose di
cui, senza saperlo, sarei affetto. Ho capito piuttosto in fretta, per mia
fortuna, che non era il caso di continuare sulla strada della “tesi, antitesi,
sintesi”, poiché questa antica forma di discussione è valida solo fra maschi. La
drammatica esperienza mi ha fatto intuire che, probabilmente, l’idea di
bellezza e bruttezza è un concetto variabile. Che tanti altri fattori ci
differenziano, tanto da oscurare non solo i risultati ma anche le fonti, ossia istinti,
emozioni e sensazioni che fanno maturare le differenze.
Invitato a valutare con più
equilibrio e sensatezza, l’ulteriore indagine non mi ha fornito elementi nuovi,
nessuna variazione di giudizio, nessun rivelato impulso negativo nei suoi
confronti: per me Alessandro Gassman era e resta un mediocre attore, simpatico,
cordiale, ma decisamente “brutto poveraccio”. Non posso farci niente.
La scoperta non ha cambiato la
mia vita, certo, però ha generato una sorta di nuova diffidenza verso questa spesso
sacralizzata “altra metà del cielo”. Uno stimolo a considerare in modo diverso,
più approfondito, con valutazioni diverse l’universo femminile. Ho archiviato
l’episodio solo momentaneamente, ignaro che il tempo mi avrebbe portato altri
elementi utili alla comprensione, elementi che potrebbero apparire estranei al
discorso.
Chi si impegna in qualche forma
d’arte sa bene che l’ispirazione, ossia quell’improvvisa luce che si accende
sotto forma di opera letteraria o dipinto, oppure scultura, è davvero qualcosa
di misterioso. Sono state scritte pagine e pagine su quest’argomento, tante ipotesi,
ma la “verità” non è mai stata neanche sfiorata, mi sembra. Analogo discorso
per l’intuizione, ancora nessuno ha fornito efficaci spiegazioni, c’è chi la
crede addirittura opera di dio… dio, ma figuriamoci! Va da sé, però, che fra
chi studia per trovare risposte alle tante domande, questo improvviso accendersi
di una luce, lì dove c’era buio pesto, solo un groviglio di dubbi, ha davvero
del miracoloso. Non si sa perché ma succede. Queste intuizioni sono avvenute
più volte nella mia vita. Nel caso in questione è avvenuta mentre passeggiavo,
cercando di sciogliere l’ansia dovuta a una faccenda che sembrava minacciare il
mio oramai limitato futuro. Avevo avuto una violenta discussione con una “persona
cara”. Niente di drammatico, per carità, ma le sue posizioni mi apparivano
talmente indecifrabili che il tentativo di comprensione lo avvertivo superiore alle
mie capacità. Come faccio sempre in questi casi ho chiesto aiuto a dei
riferimenti affettivi. I loro contributi, tuttavia, sebbene sinceri e preziosi,
non mi pare che contenessero argomenti validi a dipanare la matassa d’inconciliabilità
che pesano sulle scelte della “persona cara”. Accanto a ciò, un’altra esperienza
condizionava la mia vita. Alcuni comportamenti, argomenti, posizioni teoriche e
pratiche cui avevo affidato il compito di chiarire il mio pensiero, sembravano
disturbare una contenuta platea di persone. Sebbene afflitte da svariate
problematiche portatrici di ansie e sofferenze, le loro analisi mi apparivano troppo
superficiali, inefficaci a risolvere tali tormenti. L’argomento più semplice e
immediato, ossia l’analisi delle difficoltà, come di solito avviene fra persone
consapevoli, non aveva portato a sostanziali risultati. La sensazione che ci
fosse un “qualcosa” che impediva alla logica di trionfare era palese, sebbene
quel “qualcosa” fosse di difficile identificazione.
Per quale motivo in altre
situazioni analoghe le cose hanno sempre avuto esiti felici e senza intoppi,
mentre in queste situazioni no?
Mai avrei immaginato che quelle
complicazioni fossero l’annuncio di un temporale di proporzioni considerevoli.
Da quel momento in poi le cose non hanno fatto che peggiorare. Senza rendermi
conto delle conseguenze immediate di questo non intendere, la sensibilità verso
tutta una serie di sottolineature che casualmente si andavano accumulando su di
me, sul mio modo d’agire e di pensare, diventavano sempre più condizionanti.
Piano piano, dubbio dopo dubbio,
ho iniziato a posarmi sul viso insospettate maschere d’eccessive cautele,
prudenze, irresolutezze che impedivano di comportarmi come di solito ho sempre
fatto. Quella persona si offenderebbe se parlo in un certo modo. Quell’altra è
sensibile a particolari argomenti. Un’altra si chiude in se stessa se parlo dei
suoi problemi. Poi c’è quella a cui appari poco educato… quella che ti sente
distante… quella che ti ha allontanato in malo modo.
“Tu hai dei problemi amico mio!”.
“Non ti rendi conto di quello che dici!”. “Ma no, non ti è mai importato molto
di me!”. “Beh, io sono così, se pensi di adeguarti bene, altrimenti…”. “Con simili
idee con me hai chiuso!”. “Esci in fretta da quest’aula, tu non sei adatto a
partecipare…”. “Guarda di non dire più quelle cose!”
Con questo variegato bagaglio di
reazioni, quasi tutte con aggressivi punti esclamativi finali, la mia già
scarsissima autostima sembrava navigare su un mare di rovine.
Come mai, giunto all’età senile
con la convinzione che non potevo ritenermi un individuo così spaventoso,
imprevista arriva la crudele correzione che invece lo sei?
Questa era la domanda a cui non
riuscivo a dare risposta. Tutta una vita spesa nel tentativo di migliorare,
correggere, superare se stesso, poi d’improvviso arriva il crollo dell’oramai
assiomatica persuasione. Quest’ipotesi mi
lacerava in modo tale da fissarmi come fossi diventando pazzo.
No, neanche la Compagna di tutta
una vita mi era d’aiuto, in questa circostanza. Anzi, nell’ultima occasione
prima della liberatoria rivelazione mi aveva rimproverato dicendomi: “È colpa
tua, avresti dovuto capire subito!” Con riferimento a un foglietto
pubblicitario che garantiva un servizio poi rivelatosi falso. Come? Il
foglietto racconta bugie ed io sono colpevole di non averlo capito? Non sarebbe
più logico dire che il messaggio è opera di “una” poco di buono?
È la classica goccia che fa
traboccare il vaso.
Ricordo bene dov’ero quando la salvifica
intuizione mi ha svelato, sollevandomi prontamente dall’affanno, che tutte le
situazioni che stavo vivendo avevano un dato comune che non ero riuscito a
cogliere. Ero seduto sulla panchina di un parco pubblico. Un attimo in cui il sole
aveva fatto capolino fra le nubi. Una luce: non mi ero accorto, non mi ero reso
conto che tutte le situazioni ambigue che stavo vivendo, che si erano in modo
sinistro accumulate in così poco spazio di tempo, erano tutte originate da
rapporti con “femmine”.
“Accidenti!” Ho sussurrato
stupito e sorpreso. Come ho fatto a non individuare subito questo evidente
elemento. In un attimo ho provato il medesimo piacere provato da tanti
individui assai più grandi di me, confortati da analoga esperienza. I conflitti
e le conseguenti pene erano dunque provocati da problematiche importanti, senza
dubbio, la cui soluzione però l’avevo affidata a consuetudini che sono valide nei
rapporti fra “maschi”, non fra “maschi” e “femmine”. Mi sentivo d’improvviso sollevato.
Le tante figure che avevano complicato la mia vita, mettendo in crisi
addirittura vecchie certezze, in un istante erano diventate una semplice constatazione.
Sempre a corto di autostima, per una conferma, ho pensato di riferire l’esperienza
e la relativa intuizione a un amico fraterno. Amico fraterno cui la quarantennale
conoscenza dei miei pregi e dei miei difetti l’ha portato ad apostrofare con
amorevole comprensione la mia inesauribile ingenuità.
“Ma è sempre stato così.” Mi ha
detto con un benevolo sorriso sulle labbra.
“Beh, può essere che sia sempre
stato così, tuttavia io non mi sono mai accorto che fosse del tutto impossibile
capirle.”
Come in genere si fa, successivo alla
rivelazione, ho tentato un approfondimento ricorrendo alla ragione. Non
riuscivo a rassegnarmi. Una cosa era certa, la difficoltà era davvero evidente
solo con “femmine”; nonostante cercassi nel mio passato un’analoga esperienza con
“maschi” proprio non riuscivo a trovarlo. Dovevo per forza accettare
l’evidenza. In seguito mi sono venuti in mente altri elementi utili da valutare
in modo diverso. Per esempio avevo notano, ma non tenuto conto, di quel diverso
modo di comportarsi in un supermercato. I “maschi” in genere camminano dritti
per la corsia centrale, quando scorgono l’oggetto di loro interesse si
inoltrano fra gli scaffali, si soffermano un istante, esaminano, poi tornano
nella corsia contrale. Un’immaginaria linea retta, dunque, guida i loro gesti.
Le “femmine”, invece, non seguono affatto questa prassi. Escono dalla corsia centrale
per inoltrarsi fra gli scaffali disegnando una linea contorta, tanto da
perdersi fra le diverse merci e non far più ritorno. Solo in quel momento mi rendevo
conto delle tante volte in cui la mia Compagna, durante le nostre spese, l’ho
considerata persa, preda anche Lei della “congenita linea contorta”.
La rivelazione produceva
inevitabili conseguenze. Preso atto che il mio comportamento si stava inconsapevolmente
modificato. Riuscendo a identificare che i conflitti erano generati da un
irrisolvibile conflitto già individuato e analizzato senza soluzione alcuna da
tanti Maestri. Assodato che il disagio si traduceva in una modifica dei propri
comportamenti, sembrava evidente che la soluzione escogitata dall’istinto era
del tutto inadeguata. Questa nobile dinamica è valida se lo “smussarsi" è
preceduto da una reale scoperta di proprie manchevolezze. Questo significa
crescere e migliorarsi, e questo sprone è validamente indotto soprattutto dalle
Donne. Ma quando il modificare i propri comportamenti è dovuto a una rinuncia
alle proprie idee e alle proprie valutazioni della realtà, allora questo non è
crescere, ma un modificarsi senza carattere, un difettare di una propria
“verità”, un essere privo di un nostro personale “bene e male”. Riuscire a
intuire tramite un’ispirazione che le cose si trovano in certo modo, risolve
un’inquietudine ma non risolve il problema, proprio perché il problema è
irrisolvibile. Scoprire che le “femmine” geneticamente sono portate alle lunghe
riflessioni e difettano di decisione è un fatto. Come scoprire che i “maschi”
sono portati a decidere senza riflettere troppo è un altro fatto. Ovvio che
queste predisposizioni se controllate producono cose buone, se mal controllate
producono cose cattive. Personalmente in questa fase della Vita l’esperienza mi
ha portato a dover valutare i singoli rapporti e le singole problematiche, nel
tentativo di scoprire quali sono le modifiche possibili e quelle assurde, ben
consapevole, questo sì, che corazze comportamentali e violenze alla propria natura
caratteriale e alle proprie risorse intellettuali portano a ben conosciute e
sperimentate dure conseguenze. E allora, se un difetto va
senz’altro corretto, un’opinione ben motivata va difesa, con ostinazione se
occorre, anche a costo di risultare sgradito a un pubblico femminile. Così come
anche a un pubblico maschile, se occorre.
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