Chi vive da sempre in una città come Roma, ed è anziano, sa
bene che ci sono delle problematiche talmente incancrenite, contorte e
decadenti che, con amarezza, vanno accettate per quello che sono. Le soluzioni
richiederebbero degli interventi radicali, coordinati da personalità senza timori
o debolezze, personaggi che purtroppo non abbiamo mai avuto. L’azienda citata
non è la sola a essere degradata, ovviamente, ma è senza dubbio un luminoso esempio
di un ambiente corale pubblico proteso al massimo profitto privato, e non al
bene comune.
Inutile dilungarsi sulle sporcizie accumulate nel tempo. Meglio
impegnarsi a divulgare una delle tante indecenze quotidiane che siamo costretti
a subire.
La recente esperienza personale.
Davanti all’edificio dove abito da quarant’anni, si estende
un deposito ATAC che accoglie dei vecchi tram che camminano da non meno di
sessant’anni. Il deposito è talmente anacronistico per la posizione occupata e
per la vetustà dell’edificio, che appare come una bruttura insopportabile da
vedere e da sentire. La vergogna è composta di più fabbricati e uno di questi sembra
adibito a uffici. Sul tetto ci sono dei macchinari che, presumibilmente, servono
al condizionamento; impianti in condizioni imbarazzanti da vedere e anche rumorosi,
che tutto il vicinato sopporta con pazienza, rassegnato a una delle tante schifezze
che non si riescono a migliorare. Quindi, sabato scorso, 30 maggio, alle 9.45
circa del mattino, una di queste attrezzature ha iniziato a rovesciare intorno
un suono preoccupante, acuto e fastidioso. Ritenuto ovvio un rapido intervento,
abbiamo atteso fino alle 17 circa, quando è misteriosamente cessato. Convinti
che tutto si fosse risolto per il meglio, con disappunto verso le 2 di notte,
invece, la “sirena” si è rimessa in funzione. Senza smettere mai. La mattina
successiva, domenica 31 maggio, esausto, mi sono recato nella portineria
dell’edificio per denunciare il problema. Un custode, “guardia giurata”, si è
subito trincerato dietro un classico “Non so cosa fare… non è compito mio…”.
Invitato a verificare la gravità del problema, e resosi conto lui stesso, mi ha
assicurato che avrebbe fatto presente il guasto. Inutile dire che il guasto non
è stato risolto. Lunedì 1 giugno sono tornato in portineria, e un’altra
“guardia giurata”, dopo toccanti affermazioni di partecipazione, mi ha accompagnato,
rimarcando il privilegio accordatomi, da due smunti impiegati, un maschio e una
femmina, che si sono anch’essi affrettati a informarmi che non erano tenuti a
intervenire, pur conoscendo l’origine del guasto.
La rapida visita di altre due strutture ATAC vicine, e la
conoscenza di altre “guardie giurate” impegnate a giocare con i loro
smartphone, mi hanno confermato l’assurdo che nessun responsabile, vuoi impiegato
o dirigente, era presente nelle varie sedi.
Tutti assenti da chissà quanto tempo e fino a mercoledì 3
giugno.
Dopo nuove ore d’incubo, martedì 2 giugno, Festa della
Repubblica, ritornato nella portineria, l’ennesima “guardia giurata” mi ha
candidamente preso in giro assicurandomi che in giornata avrebbero risolto il
problema. Falso. Nessun intervento. La sirena ha continuato a lacerare l’aria
con ferocia, per ore e ore. Disperato e sull’orlo di una crisi di nervi, ho
telefonato in ordine: alla Polizia Urbana (Vigili), alla Pubblica Sicurezza, ai
Carabinieri e ai Vigili del Fuoco. Più volte, di continuo, con insistenza. Nessuno,
pur assicurandomi una soluzione, ha fatto nulla per aiutarci.
La sirena ha continuato a suonare.
Mercoledì 3 giugno, alle ore 9.00, dopo l’ennesima nottata
da incubo, sono sceso di fretta, e in portineria questa volta c’era una
signora, che all’ennesima richiesta d’aiuto mi ha risposto: “Ma adesso non c’è
nessuno!” Esibendo un sorriso falso.
Davanti all’ennesima menzogna, la mente ragionevole ha
ceduto. Ho iniziato a urlare e a imprecare, in modo deciso ma consapevole, e
come per magia, gli urli hanno materializzato sull’uscio due sorpresi
impiegati, che ho invitato subito ad assumersi le proprie responsabilità. E qui,
proprio in quel preciso istante, c’è stata la prova suprema della sporcizia
morale e materiale che certi individui sono capaci d’esprimere. Negando l’evidenza
hanno girato la responsabilità su dei condizionatori posti su edifici vicini. Ma
l’immagine più spregevole di tutta questa storia, l’immagine che la
caratterizza, è l’istante in cui mentre un “impiegato” continuava a negare in
modo insolente, il suo collega, intravisto dalla finestra da mia Moglie e da
mia Figlia, con un semplice cacciavite in mano si affrettava a salire sul tetto
per spegnere l’apparecchiatura guasta.
Cos’altro dire?
Quattro giorni d’incubo per tutto il vicinato, per non
salire due minuti su una scaletta e sul tetto.
Quattro giorni d’incubo e di arrabbiature per la falsità, la
disonestà e la pusillanimità di miserabili individui.
In questa brutta storia non ci sono responsabilità maggiori
o minori, le colpe vanno distribuite senza riserva alcuna su tutta l’Azienda.
L’ATAC è sempre stata un volgare carrozzone clientelare, buono solo ad
arricchire e gratificare la sporcizia umana di turno. Scansafatiche e profittatori.
Parassiti e imbroglioni. Vampiri e traffichini. Una struttura parassitaria e
indecorosa.
L’ATAC non è un’azienda malata, è una fogna che andrebbe risanata.
Ma non è la sola. L’ATAC è l’immagine paradigmatica della Città e del Paese.
Quel sentirsi scaltri al punto da riuscire a fregare e a prendere in giro
tutti, restando impuniti. Le “società pubbliche” non brillando in attenzione
per il cittadino, quel cittadino apatico che paga e invece di ricevere rispetto
subisce insolenze. Le “società pubbliche” dimostrano che la nostra “vita
civile” non è che un assoluto disinteressarsi dell’altro, un depredare, un beffare,
un deridere sistematico e compiaciuto.
Uno stile di vita che mortifica ogni solidarietà e rispetto
umano.