Blog di MASSIMO PERINELLI, scrittore che proporre in lettura alcune sue opere letterarie; così come articoli di letteratura, politica, filosofia, testi che dovrebbero favorire un confronto sui diversi temi del vivere. Nulla di più che un estremo tentativo, nato da una residua fiducia nelle possibilità che hanno gli individui di comunicare. In fondo solo un "grido muto", segno di una dignitosa emarginazione.

domenica 11 ottobre 2020

LE PANTOFOLE DEL RE SOLE

Tre anni fa, io e mia Moglie eravamo impegnati nella solita spesa settimanale, compiuta di solito in un supermercato della zona dove abitiamo. Non c’era molta gente, per fortuna, e giravamo senza fretta fra le corsie, osservando qui e là fra gli scaffali forniti di tutto il necessario, e anche più del necessario. Mentre la mia Compagna spingendo il carrello l’ho vista dirigersi verso il reparto dedicato agli alimenti per Gatti, la curiosità mi ha pungolato spingendomi verso uno scaffale colmo dei più vari modelli di ciabatte e pantofole. Erano tutte in vendita a prezzo scontato, ma scontato a tal punto da apparire come un semplice espediente per non regalarle. Frugando in competizione con altre persone interessate al medesimo articolo, alla fine ho fatto cadere la mia scelta su un paio di ciabatte, un modello classico, aperte dietro, e delle pantofole piuttosto insolite in verità, mai viste prima, di cui però ne ho sospettata la comodità. Quando ho mostrato a mia Moglie cosa avrei voluto acquistare, ha storno un po’ il naso. La singolare pantofola non la trovava affatto gradevole, tutt’altro, le appariva come una vecchia babbuccia da pensionato, e, in effetti, non le potevo dare torno. Però, una volta tornati a casa l’ho subito provata, verificando con soddisfazione che l’impressione di comodità che avevo solo sospettato era più che veritiera. Trascorsa poco più di una settimana dall’acquisto e senza che ci fosse mai avuta occasione in Famiglia di ritornare a discutere della pantofola, tornando a casa la sera alla solita ora, mia Moglie mi ha subito mostrato un ritaglio di giornale, rendendomi partecipe della sua sorpresa. In pratica, il ritaglio di giornale economico/finanziario riportava la notizia che la fabbrica Francese della pantofola acquistata a saldo, era prossima al fallimento. L’aveva riconosciuta dalla foto a corredo dell’articolo. In sostanza siamo venuti a sapere che è un prodotto che affonda le radici addirittura nel XVII secolo, ai tempi di Luigi XIV, quando i calzolai del posto iniziarono a usare feltri riciclati dall'industria cartaria per fabbricare la suola rigida. Non ha caso ho usato il presente indicativo per indicare il prodotto, poiché le pantofole sono ancora ai miei piedi, anche adesso che sto scrivendo l’articolo. Da questa semplice esperienza ne ho tratto un importante insegnamento, che dovrebbe aiutare a chiarire per quale motivo il nostro modello di sviluppo e di vita ci stanno portando al disastro.

Sono quattro anni che porto queste pantofole e sono ancora in perfetto stato, quando, in parallelo, le ciabatte comprate nello stesso momento, di una nota fabbrica Israeliana, non sono riuscite a sopravvivere neanche mezza stagione, come d'altronde altri prodotti nazionali o esteri acquistati in passato.

Per quale motivo la fabbrica Francese del XVII secolo produceva prodotti così eccellenti e oggi se ne producono invece di così scadenti?

E per quale motivo dopo tanti anni la fabbrica sta per chiudere?

Qui devo fare un cenno, per forza di cose, a un problema che hanno avuto i Tedeschi dell’ovest capitalista, quando si sono trovati di fronte al problema della riunificazione: il che fare delle industrie dello Stato Tedesco dell’est Comunista. Per meglio rendere comprensibile la riflessione, poiché sono abbastanza vecchio da ricordarmi che tipo di elettrodomestici fabbricava l’industria Italiana ed Europea negli anni sessanta, posso dire che quei prodotti erano assai diversi da quelli commercializzati ora. Prima c’era una maggiore attenzione alla qualità, intesa come funzionalità e durata; e la differenza non mi sembra trascurabile. In parallelo c’era anche una vasta rete di tecnici che riparavano i vari apparecchi quando si guastavano. Oggi potremmo classificarlo come “indotto”. L’ottica economica era diversa nei suoi principi base di politica industriale. In pratica, tornando alla Germania. I politici e gli industriali Tedeschi si sono trovati davanti a una realtà produttiva simile alla nostra negli anni sessanta: fabbriche di elettrodomestici che producevano frigoriferi, lavatrici, televisori che superavano i venti anni di vita. Prodotti costruiti per durare, non per realizzare solo il massimo profitto. Era una stravaganza impossibile da tollerare. Impossibile perché gli stessi prodotti in occidente devono morire sempre più rapidamente e senza la minima possibilità di essere riparati. Le schede inserite nei vari apparecchi, infatti, sono provviste di un chip di fine vita, il processo si chiama obsolescenza programmata. In pratica è come quando chiamate il tecnico perché il vostro frigorifero si è guastato, e nel 90% dei casi vi dice che “È la scheda, non conviene ripararlo”. Ha ragione, perché il chip assassino si trova proprio nella scheda principale che fa funzionare l’elettrodomestico. Morto il chip morto il frigo. Ora, da queste due storielle, le pantofole francesi e gli elettrodomestici tedeschi, se ne potrebbe trarre anche una lezione, se fossimo in grado di farlo. Purtroppo, come specie animale, non siamo in grado, poiché Socrate ha detto una cosa non perfettamente corretta: la Ragione è senza dubbio utile all’uomo, ma non rappresenta che una piccola percentuale a una cifra di tutto ciò che contiene il cervello. Ossia, quando prendiamo delle decisioni, anche nel quotidiano, a noi sembra che siano scaturite facendo ricorso alla ragionevolezza, in verità esse sono scaturite da condizionamenti molteplici e profondi di cui non abbiamo nessuna consapevolezza. Questo per dire che anche noi, come occidente, avevamo la possibilità negli anni sessanta di immaginare e programmare una scienza industriale capace di produrre pantofole del Re Sole semplici, solide, fatte per durare, capaci di salvaguardare a meraviglia le risorse ambientali, e invece abbiamo preferito le ciabatte Israeliane, che si rompono subito, fanno guadagnare tanti soldi all’industria, massacrano l’ambiente e sono in pratica la nostra scelta di morte. La colpa naturalmente non è soltanto degli industriali Ebrei, ovvio che li ho presi solo ad esempio perché parliamo di ciabatte, la colpa è dell’intera specie umana Homo Sapiens. Il sistema sociale/economico/politico Comunista non era privo di problemi, tutt’altro, però partiva da un paradigma corretto: il bene della collettività a scapito di qualche rinuncia dell’individuo. Sganciando il vivere sociale dalle psicopatologie ossessive compulsive di certi industriali e finanzieri disturbati di mente, controllando con estrema inflessibilità l’infinita capacità di corruzione che l’oro ha sugli individui, forse si sarebbe potuto costruire qualcosa di diverso, che avrebbe potuto salvarci. L’errore grande, comune all’intera epoca passata, è stato quello di credere che si sarebbe potuto creare, col semplice apporto dell’economia e della cultura, quell’Uomo Nuovo capace di riannodare il rapporto con la Natura devastata e saccheggiata dall’Uomo Vecchio. Tutti lo pensavano. Tutti con le più varie sfumature. Ma erano uomini del secolo scorso, non conoscevano la genetica e non sapevano che l’Uomo Vecchio non ha nessuna possibilità di rinnovarsi, poiché è tarato all’origine, è dalla nascita immutabile nei suoi difetti.

È stato nobile crederlo, inevitabile costatarne il totale fallimento. Gli individui che hanno creduto che fabbricare pantofole del Re Sole fosse un paradigma su cui edificare una civiltà più giusta, non hanno pensato che quella Giustizia a fondamento delle loro idee, in fondo non è nient’altro che purissima metafisica, tanto distante da una Natura Umana incapace di intravvedere all’orizzonte, come conseguenza della chiusura di un’antica fabbrica, anche la prossima fine della sua presenza sulla Terra.

sabato 26 settembre 2020

CAMMINANDO PER LE STRADE DI ROMA

Ieri, ho fatto una passeggiata di un paio di chilometri per raggiungere l’ufficio di mia Moglie, che aveva un piccolo problema da risolvere. Infine ho deciso di farli a piedi, quei due chilometri, perché ho atteso per quindici minuti un autobus che non arrivava. Lungo la strada, molto conosciuta, ho incontrato, sulla sinistra, in sequenza, tre postazioni di bidoni della spazzatura nascosti dalla mondezza, certo da giorni non raccolta. Poco distante due reti con materassi e delle coperte sudice sistemate accanto a un muro: lussuosi “posti letto” coperti da un tratto della sopraelevata. Più avanti delle biciclette abbandonate, un ventilatore, dei vecchi giocattoli, lastre di vetro rotte e dei cartoni bagnati. Lì nei pressi tre mascherine sanitarie buttare per terra. Più avanti c’è la sala giochi, dove credo si pratichi la tombola, o qualcosa di simile, frequentatissima da strani disadattati, vecchi spenti e individui terminali che non trovano nessun altra attrattiva nella vita. A metà percorso, in una delle piazze maggiori di zona, c’erano due ragazzi che questuavano dei soldi, dopo aver eseguito dei giochi d’abilità di una gradevolezza dubbia, a giudicare dalle facce degli automobilisti fermi ai semafori. Alla fermata, “varia umanità di tutti i colori e di tutte le razze” attendeva un tram che si faceva desiderare, mentre degli “zingari” che avevano steso dei teli in terra, cercavano di vendergli della mercanzia abominevole, che tanti, tuttavia, osservava, la rigirava fra le mani e ne chiedeva il prezzo. Cammino, ed ecco altre mascherine sanitarie buttate per terra, due anche di stoffa di colore nero. D’improvviso, mentre procedevo a passo lento, cercando un’impossibile tranquillità, viste le sciocche inquietudini che non riesco mai a dominare, si è fatto vivo un tram: stracolmo di “varia umanità di tutti i colori e di tutte le razze”, ammassati come animali su un carro bestiame. Nei pressi dell’ufficio, su una strada laterale, un “luogo di culto musulmano” era affollato di fedeli nei loro abiti tradizionali, consoni al mistico momento. Poco distante un gruppo di ragazzi Cinesi discuteva nella loro lingua oscura. L’unico bar gestito da nostri connazionali, era chiuso, forse fallito causa pandemia. Le ultime mascherine gettate in terra davanti al “luogo di culto musulmano”, facevano arrivare a dieci il conto delle protezioni contro il Covid gettate in terra nei due chilometri percorsi. Dimenticavo: davanti al supermercato c’erano due poveracci sdraiati sul marciapiede che chiedevano l’elemosina. Il bus che avrei voluto prendere non è mai passato. Non mi pare di aver incrociato non più di cinque o sei connazionali “bianchi”. Ho rischiato due volte di finire investito da sub-umani al volante, che mi hanno apostrofato anche in malo modo perché non sono stato sollecito nell’attraversare la strada, sulle strisce. Ho dovuto dribblare con maestria fra automobili parcheggiate male, marciapiedi disastrati, radici d’alberi, monopattini sfrecciati e bici insolenti. Il tutto, accompagnato dalle consuete quotidianità: un piacevole sottofondo di rumori molesti di tutti i tipi, traffico impazzito composto da pazzi al volante dentro automobili sempre più invasive, clacson in varie tonalità, scambi d’indecenti improperi fra automobilisti fuori di sé, spacciatori di droghe, tossicodipendenti, prostitute sudamericane, omosessuali/travestiti in vendita al miglior offerente, e una fila imbarazzante di consumatori di alcaloidi che attendevano pazienti il proprio turno davanti a una tabaccheria.

Arrivato sano e salvo in ufficio, ho compiuto il mio piacevole dovere, ho baciato mia Moglie, e sono ritornato a casa… a piedi, di nuovo, perché l’autobus che mi sarebbe stato utile non si è mai visto. Ovviamente ripetendo le medesime esperienze, piuttosto singolari per una società che si definisce “civile”.

Ora, rinnovo il mio invito: se qualche “anima bella” vuole parlare della nostra “sana vita comunitaria” sono sempre disponibile.

domenica 12 luglio 2020

L'IDIOTA


È da questa mattina, il momento più difficoltoso della giornata, che sto cercando un aggettivo che possa qualificare non un singolo comportamento, o un brano della vita, ma tutta la mia vita. Ho frugato in ogni angolo. Ho scandagliato ogni situazione. Ho riflettuto su ogni scelta. Quindi, ecco l’illuminazione. D’improvviso, dopo tanto cercare, appare l’aggettivo giusto, più appropriato: idiota. Ho la seccante sensazione di essere, ed essere stato, un perfetto idiota. Facile, dopo, trovare gli elementi per suffragare l’intuizione. Nel grande sacco delle mie amarezze, ho potuto trovare gli errori che comunemente tutti gli “esseri umani” compiono. Ma questo non giustificherebbe il drastico giudizio. Piuttosto, i fattori che più hanno contribuito a definirmi tale, sono di natura sostanziale. Ossia, quello d’aver sempre rincorso obiettivi che con la Vita Vera non c’entrano nulla. Crearsi un mondo apparente, parallelo, fatto di sogni e d’irrealtà non è il modo giusto di vivere. Trasferire questi entusiasmi metafisici nel proprio quotidiano, o nella società, non è il modo corretto vivere. La Vita Vera non è Utopia. Inseguendo una speranza nata dall’incapacità di muoversi nel mondo reale non si onora la Vita. Rispettando rigorosi Codici Morali di Comportamento non si onora la Vita. Circondandosi di una coesa sfera d’Amore e di Affetto non si onora la Vita.

Queste mi appaiono, oggi, alla luce di una nuova consapevolezza, come dei ripieghi, delle esclusioni, delle scappatoie.  La Vita Vera si manifesta ora come l’esatto contrario di quello che ho sempre desiderato. Non un’Utopia, ma un caos totale d’egoistiche raccapriccianti esigenze. Non un rigido rispetto di Regole, ma una totale indisciplina, un “homo homini lupus”, un “bellum omnium contra omnes”, un celebrare la cattiveria, la crudeltà, l’ignoranza, l’ipocrisia, la falsità, l’inganno, l’arroganza e la presunzione. Non Amore e Affetto, ma un metodico sottrarre e accumulare oro, al solo scopo di rubare agli altri e godere nel vederli soffrire; un capitalizzare senza fine e senza fini, solo per saziare una smisurata, ossessivo compulsiva infermità psichica.

Quindi, solo uno scemo poteva trascinare durante la sua vita questo pesante fardello d’illusioni. Per fortuna che questa ristretta minoranza di reietti va progressivamente scomparendo. Giustamente, perché non sono ben visti, né stimati. Credono di vedere cose che gli altri non vedono, ma non è così. Vedono solo cose che desiderano vedere, proprio per la loro incapacità di Vivere.

Idioti al punto tale da desiderare fortemente per sé “quell’eterno ritorno dell’uguale”, che gli consentirebbe di vivere e rivivere in eterno fedelmente quello che hanno già vissuto.


sabato 4 luglio 2020

IL QUADERNO A QUADRETTI

Per fare un po’ di chiarezza sulle dimensioni dell’insolenza raggiunta dall'Uomo quando afferma d’aver rivelato, mediante la ragione e la scienza, certe leggi che governano l’universo, o le stesse regole del mondo, credo sia utile alla comprensione ridurre, come sempre si dovrebbe fare in certi casi, dal macro al micro le immagini relative. Ossia ridurre l’universo, l’infinito e l’eterno, il mondo, a una forma più piccola, più familiare e visibile, come può essere un quaderno. Direte, cosa c’entra un quaderno: è presto detto. Dunque, l’esperienza è facile e breve. Comprate un quaderno scolastico. Meglio se a quadretti per la quinta elementare. Quello con i quadrati più piccoli. Una volta acquistato, apritelo e osservate le pagine. Sfogliatele con calma, senza fretta, così da rendervi bene conto della loro quantità e della corrispondente quantità di quadretti. Il tutto senza contare, non serve, dobbiamo solo con uno sforzo di fantasia equiparare quello che i grandi filosofi definiscono il “Tutto”, o “l’Essere”, a un comune quaderno. È comunque un atto arbitrario, ridurre un “Tutto/Essere” infinito ed eterno a un quaderno a quadretti finito e mortale, ma non avendo altre valide possibilità, diciamo che possiamo accontentarci di questa approssimazione. Ora, aprite la copertina e osservate la prima pagina. Di questa prima pagina andate con lo sguardo su, verso il primo quadrato in alto a sinistra. Perfetto. Quel quadratino che ora avete isolato dal resto e state osservando, è il limite entro il quale la “mente umana” si tormenta, esplora e valuta, senza neanche capire granché. Addirittura riempiendo l’incomprensibile, gli spazi oscuri, con vivaci fantasie.

Ora, staccate gli occhi da quella limitata realtà e sfogliate con calma il quaderno: le pagine e i quadrati restanti sono, probabilmente, l’altro “Tutto/Essere” di cui ignoriamo perfino l’esistenza e la misura. Ci stiamo assassinando il cervello da secoli nel tentativo di dare delle valide spiegazioni, agendo dentro il quadratino in alto a sinistra della prima pagina.

Nonostante ciò, nonostante la nostra piccineria, ci siamo auto creati con una fervida immaginazione un dio che ci ha nominato nientemeno che padroni del mondo, e dell’universo. Il tutto arricchito con un delirio di perché e percome, ipotesi, tesi, antitesi e sintesi, principi, materia e spirito, trascendenza e metafisica, teologia e teoretica, filosofie e scienze, un’infinità d’interpretazioni soggettive divulgate come verità oggettive.

L’Homo Sapiens è una creatura disperata che non può trovare il suo ruolo nel Mondo. Non sa cosa fare, e si illude che la ragione possa aiutarlo, ignaro che è proprio la ragione la sua principale anomalia. Le altre Creature sanno cosa devono fare e lo fanno, senza l’ausilio della ragione.

L’Homo Sapiens non è in condizioni di sanare caratteristiche strutturali rincorrendo a illusioni e atti di superbia, semplicemente perché il mistero non è nascosto nel quadratino in alto a sinistra, ma nell'intero quaderno.


lunedì 8 giugno 2020

UNA FOGNA CHIAMATA ATAC/CITTÀ/PAESE (Azienda Tranvie e Autobus del Comune)

Chi vive da sempre in una città come Roma, ed è anziano, sa bene che ci sono delle problematiche talmente incancrenite, contorte e decadenti che, con amarezza, vanno accettate per quello che sono. Le soluzioni richiederebbero degli interventi radicali, coordinati da personalità senza timori o debolezze, personaggi che purtroppo non abbiamo mai avuto. L’azienda citata non è la sola a essere degradata, ovviamente, ma è senza dubbio un luminoso esempio di un ambiente corale pubblico proteso al massimo profitto privato, e non al bene comune.

Inutile dilungarsi sulle sporcizie accumulate nel tempo. Meglio impegnarsi a divulgare una delle tante indecenze quotidiane che siamo costretti a subire.

La recente esperienza personale.

Davanti all’edificio dove abito da quarant’anni, si estende un deposito ATAC che accoglie dei vecchi tram che camminano da non meno di sessant’anni. Il deposito è talmente anacronistico per la posizione occupata e per la vetustà dell’edificio, che appare come una bruttura insopportabile da vedere e da sentire. La vergogna è composta di più fabbricati e uno di questi sembra adibito a uffici. Sul tetto ci sono dei macchinari che, presumibilmente, servono al condizionamento; impianti in condizioni imbarazzanti da vedere e anche rumorosi, che tutto il vicinato sopporta con pazienza, rassegnato a una delle tante schifezze che non si riescono a migliorare. Quindi, sabato scorso, 30 maggio, alle 9.45 circa del mattino, una di queste attrezzature ha iniziato a rovesciare intorno un suono preoccupante, acuto e fastidioso. Ritenuto ovvio un rapido intervento, abbiamo atteso fino alle 17 circa, quando è misteriosamente cessato. Convinti che tutto si fosse risolto per il meglio, con disappunto verso le 2 di notte, invece, la “sirena” si è rimessa in funzione. Senza smettere mai. La mattina successiva, domenica 31 maggio, esausto, mi sono recato nella portineria dell’edificio per denunciare il problema. Un custode, “guardia giurata”, si è subito trincerato dietro un classico “Non so cosa fare… non è compito mio…”. Invitato a verificare la gravità del problema, e resosi conto lui stesso, mi ha assicurato che avrebbe fatto presente il guasto. Inutile dire che il guasto non è stato risolto. Lunedì 1 giugno sono tornato in portineria, e un’altra “guardia giurata”, dopo toccanti affermazioni di partecipazione, mi ha accompagnato, rimarcando il privilegio accordatomi, da due smunti impiegati, un maschio e una femmina, che si sono anch’essi affrettati a informarmi che non erano tenuti a intervenire, pur conoscendo l’origine del guasto.

La rapida visita di altre due strutture ATAC vicine, e la conoscenza di altre “guardie giurate” impegnate a giocare con i loro smartphone, mi hanno confermato l’assurdo che nessun responsabile, vuoi impiegato o dirigente, era presente nelle varie sedi.

Tutti assenti da chissà quanto tempo e fino a mercoledì 3 giugno.

Dopo nuove ore d’incubo, martedì 2 giugno, Festa della Repubblica, ritornato nella portineria, l’ennesima “guardia giurata” mi ha candidamente preso in giro assicurandomi che in giornata avrebbero risolto il problema. Falso. Nessun intervento. La sirena ha continuato a lacerare l’aria con ferocia, per ore e ore. Disperato e sull’orlo di una crisi di nervi, ho telefonato in ordine: alla Polizia Urbana (Vigili), alla Pubblica Sicurezza, ai Carabinieri e ai Vigili del Fuoco. Più volte, di continuo, con insistenza. Nessuno, pur assicurandomi una soluzione, ha fatto nulla per aiutarci.

La sirena ha continuato a suonare.

Mercoledì 3 giugno, alle ore 9.00, dopo l’ennesima nottata da incubo, sono sceso di fretta, e in portineria questa volta c’era una signora, che all’ennesima richiesta d’aiuto mi ha risposto: “Ma adesso non c’è nessuno!” Esibendo un sorriso falso.

Davanti all’ennesima menzogna, la mente ragionevole ha ceduto. Ho iniziato a urlare e a imprecare, in modo deciso ma consapevole, e come per magia, gli urli hanno materializzato sull’uscio due sorpresi impiegati, che ho invitato subito ad assumersi le proprie responsabilità. E qui, proprio in quel preciso istante, c’è stata la prova suprema della sporcizia morale e materiale che certi individui sono capaci d’esprimere. Negando l’evidenza hanno girato la responsabilità su dei condizionatori posti su edifici vicini. Ma l’immagine più spregevole di tutta questa storia, l’immagine che la caratterizza, è l’istante in cui mentre un “impiegato” continuava a negare in modo insolente, il suo collega, intravisto dalla finestra da mia Moglie e da mia Figlia, con un semplice cacciavite in mano si affrettava a salire sul tetto per spegnere l’apparecchiatura guasta.

Cos’altro dire?

Quattro giorni d’incubo per tutto il vicinato, per non salire due minuti su una scaletta e sul tetto.

Quattro giorni d’incubo e di arrabbiature per la falsità, la disonestà e la pusillanimità di miserabili individui.

In questa brutta storia non ci sono responsabilità maggiori o minori, le colpe vanno distribuite senza riserva alcuna su tutta l’Azienda. L’ATAC è sempre stata un volgare carrozzone clientelare, buono solo ad arricchire e gratificare la sporcizia umana di turno. Scansafatiche e profittatori. Parassiti e imbroglioni. Vampiri e traffichini. Una struttura parassitaria e indecorosa.

L’ATAC non è un’azienda malata, è una fogna che andrebbe risanata. Ma non è la sola. L’ATAC è l’immagine paradigmatica della Città e del Paese. Quel sentirsi scaltri al punto da riuscire a fregare e a prendere in giro tutti, restando impuniti. Le “società pubbliche” non brillando in attenzione per il cittadino, quel cittadino apatico che paga e invece di ricevere rispetto subisce insolenze. Le “società pubbliche” dimostrano che la nostra “vita civile” non è che un assoluto disinteressarsi dell’altro, un depredare, un beffare, un deridere sistematico e compiaciuto.

Uno stile di vita che mortifica ogni solidarietà e rispetto umano.


lunedì 27 aprile 2020

GENTE FALSA




Non ho nessun rispetto per “questa gente”, perché è falsa e non dice le cose come stanno. Avrei avuto rispetto se fin dal principio avessero ammesso i propri errori e le proprie responsabilità, classificandosi per quello che sono: ladri e incapaci. Avrebbero dovuto dire che le conseguenze che viviamo sono dovute alle scelte che da anni si sono adottate: una politica fondata sullo smantellamento programmatico centralizzato di ogni forma di protezione sociale. Un autentico omicidio dello Stato Sociale. Se togli un posto letto, non hai più un posto letto quando le persone si ammalano. Hanno invece preferito mentire e scaricare sugli altri le loro colpe. Avrebbero dovuto prendere atto che un tipo di collettività così strutturata non ha grandi speranze di vita, è un puro atto suicida. Cambiare strada, dunque, prendere atto della follia di un capitalismo, di una finanza e di un sistema di consumi che favorisce atti di purissima demenza. Ma, purtroppo, questo loro non lo possono fare, perché, contrariamente a ciò che appare, non sono individui sani ma malati psichici da curate, o meglio da allontanare. L’ulteriore tragedia nella tragedia è l’atteggiamento di passività delle Folle, che massacrate nello “spirito” e nella “materia”, non sono in condizioni né di capire, né di difendersi, né di reagire.
Non è questa, tuttavia, un’eccezionalità. In realtà la storia è costellata di problematiche sempre uguali, ma in abiti diversi. L’unica differenza è che questa crisi, appare davvero come l’ultima che l’homo sapiens vivrà.

domenica 12 aprile 2020

CHE FARE?


In questo momento la mia sensazione è che ci sia, anche negli individui che hanno una buona capacità di comprendere, una diffusa sensazione di smarrimento. Ossia, è indubbio che sappiano fare un’analisi della realtà, che sappiano individuare quali sono le cause di questa situazione; il problema, però, appare imbarazzante, quando ci si accorge che le analisi sono sì parzialmente esaustive, ma prive di quella che si potrebbe definire l’idea su come uscire dalla situazione. Mi sembra che non sia la semplicità a contraddistinguere questa fase storica, che non sia per niente facile sbrogliare questo “Nodo Gordiano”, e che non sia neanche certo che affrontando il problema in un modo diverso il risultato sia garantito.
Tuttavia, ci siamo andati a cacciare in questa situazione per tutta una serie di motivi, cui vale la pena solo accennare: individualismo, capitalismo, finanza, profitto, consumismo, delirio d’onnipotenza, disturbi psichiatrici. Non mi sembra d’aver rintracciato, nei brani letti ovunque, un accenno a quello che potrebbe apparire come un’efficace via d’uscita. Il tutto si limita a speranze, illusioni, retoriche sulla bontà e fiducia nella capacità di miglioramento dell’uomo. Ora, premettendo che non ho nessuna Verità da suggerire; che sono quasi del tutto convinto che oramai non si possa fare più nulla; che il treno della Storia sia passato, potrei comunque affermare, senza superbia, che saprei “Che fare?” per tentare di sistemare un meccanismo malconcio.
Uno Stato, una Società non sono organismi semplici. Ogni problema si complica nell’attimo stesso in cui fissi lo sguardo su di esso. Qualsiasi legge deve calarsi su una realtà che la accetta e la assimila. È inutile governare in modo altruista se poi gli individui sono egoisti. Inutile tentare di estirpare la corruzione quando sono tutti corrotti. Inutile essere onesti fra una folla di disonesti. Non c’è altra possibilità, di fronte a questi impedimenti, che tentare di risolverli con mezzi che “Noi” riteniamo adeguati.

In riferimento alla Nostra situazione, primo provvedimento indispensabile è la sospensione della Costituzione, poi, nell’ordine: scioglimento delle assemblee rappresentative; formazione di un Governo composto di personalità di cultura Socialista/Collettivista; cancellazione dei trattati Internazionali; uscita dall’Unione Europea e dalla Nato; cessazione e ritiro delle missioni militari all’Estero. Revisione dei trattati con lo Stato del Vaticano. Revisione dei Codici Penali e Civili. Nazionalizzazione e socializzazione dei mezzi di produzione. Collettivizzazione dell’agricoltura. Confisca delle finanze private speculative. Azzeramento del debito sovrano. Tetto massimo di retribuzione. Tetto massimo di pensione. Cancellazione d’ogni “diritto acquisito”. Rimpatrio dei clandestini. Criminalizzazione del parassitismo sociale, finanziario, industriale, tecnocratico, politico. Ripristino della pena di morte.
Per risolvere l’attuale crisi sanitaria, Covid-19, che è una conseguenza non una fatalità, risultato dello smantellamento della Sanità pubblica e dalla mancata cessazione delle attività produttive non indispensabili, confisca senza indennizzo delle strutture sanitarie private, patrimonio degli stessi  imprenditori, e loro socializzazione. Riconversione delle strutture industriali per una sollecita pianificazione e produzione di apparecchiature sanitarie fondamentali e di generale pubblica utilità.

Sono certo che ai più queste prime proposte appariranno eccessive, che non ci sono le condizioni per svilupparle, che non c’è una classe consapevole che le appoggi, che non c’è un ceto dirigente che le realizzi, che questi aspetti totalitaristici spaventano, e che il “Popolo” non accetterebbe mai un simile status, tanto è corrotto. Non posso che essere d’accordo: le mie sono idee per salvare un corpo morente che desidera vivere, nulla si può fare se il corpo ha deciso di morire. Le condizioni di decadenza sono irreversibili in rapporto ai processi sociali. La “natura umana” non è programmata per vivere in sintonia con la Natura, e con se stessa. La ragione dell’uomo è in condizioni di fantasticare una “utopia”, capace di sognare un mondo in pace e in armonia, capace di codificare il bene e il male, purtroppo questo vale poco, perché sono i suoi “cervelli primitivi” che hanno prevalenza sull’agire. La Ragione umana non è una caratteristica evolutiva superiore, è una caratteristica involutiva inferiore. La Ragione vorrebbe mostrare come si deve vivere, perché ha la superbia di rintracciare nella Natura qualcosa che non funziona. Gli Animali più evoluti di noi, non hanno questo tipo di presunzione, vivono senza domandarsi se la Natura potrebbe essere migliore, semplicemente vivono come sentono che si deve vivere. L’uomo è una povera “bestia” disperata, che crede d’aver compreso la tragedia, il non senso, il dolore e la crudeltà del vivere, e accanto a queste consapevolezze sente dentro di sé anche l’impossibilità ad accettarle. Forse, non è tanto lo sforzarsi a trovare rimedi che non sappiamo poi come attuare che ci salverà dalla disperazione, quanto la certezza che la nostra esperienza di Homo Sapiens si esaurirà in fretta, così da consentire alle specie più evolute di vivere nella massima serenità possibile.