Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

lunedì 9 aprile 2018

Breve discorso sopra i sei capitoli della prima parte (La finestra), del romanzo “Gita al faro” di Virginia Woolf.







Vorrei premettere che una faticosa evoluzione umana e culturale di individuo pensante, mi ha portano, non senza antipatiche conseguenze, a rendere soggettivo quello che era stato solo oggettivo. Ossia, franata una verità che credevo assoluta, non ne ho costruita una nuova analoga, ma ho evitato proprio di costruire alcunché, trovando del tutto inutile edificare con tanto sforzo un assunto che in breve potrebbe cambiare, o non essere più adatto. Questo per dire che la riflessione che ho fatto sull'ennesima lettura parziale di un testo tenuto da tanti letterati nella massima considerazione, ora ha avuto questo risultato: “crescendo” potrei anche valutarlo in modo diverso.
Come suppongo sia noto a tutti, in campo narrativo esistono “prodotti commerciali” e “opere letterarie”. Non è questo il luogo per disquisire su una differenza che, senza dubbio, è patrimonio comune dell’umanità. Si rischierebbe di infastidire chi non lo merita o di ripetere cose risapute e stanche. Qui vorrei solo prendere in considerazione il secondo tipo di pubblicazioni, le “opere letterarie”, che sono tali perché contengono elementi riconosciuti come “artistici”. Anche qui evito di inoltrarmi. Il mio breve discorso non è quello di negare un’opera che merita di essere considerata “arte”; tutt’altro, ritengo invece che proprio per questo valore intrinseco, riflette, rispecchia comunque delle carenze che sono classiche del periodo storico e che, inoltre, rilevano un atteggiamento umano e artistico che non definirei proprio spocchioso, ma senza dubbio alcuno all’apparenza assai arrogante e presuntuoso.
Portando il discorso nel quadro ristretto della narrativa Europea, dal secolo XVIII in poi si è andata definendo in essa una tendenza che potrei definire di carattere sociale/educativo. Nel gran mare della narrativa ad uso distrazione della buona borghesia salottiera e annoiata, qualcuno ha creduto opportuno immettere degli elementi che avevano la capacità di indicare quali fossero le realtà sociali e umane che, secondo gli autori, andavano osservate e magari cambiate. In mancanza di varie vie di “comunicazione di massa”, i romanzi erano anch’essi fonte preziosa di chiarimento e consapevolezza, ovvio fra chi sapeva leggere. Almeno così si è creduto per un periodo di tempo. In seguito il progetto ha rivelato il suo aspetto di grande Illusione”, non riuscendo ad avere l’effetto sperato. La cultura e la coscienza non si era affatto diffusa fra le maggioranze, ma si era sempre più relegata fra risicate minoranze disperate, frustrate ed emarginate.
Se uno “scrittore” decide di partecipare al gioco della vita dando il suo contributo, inventa storie che abbiano la capacità di indicare i temi che lui ritiene importanti, che diano se possibile buoni spunti di riflessione a più lettori possibile. L’opera letteraria, per esser tale, deve possedere diverse caratteristiche. Importanti sono l’espressione personale e la comunicazione. Un eccesso dell’uno e dell’altro, comporta una squalifica della stessa. Un corretto equilibrio di attenzione dell’artista nei confronti del pubblico non significa snaturarsi, o spalmarsi su masse primitive, non significa far scrivere le opere dalla folla, significa riuscire meglio nella divulgazione delle “proprie idee”, così da migliorare la “propria capacità” di fornire spunti di riflessione. Il lettore va rispettato e tenuto in considerazione, poiché leggendo la storia deve immedesimarsi, comprenderla, e la grandezza dello scrittore è quella di veicolare l’idea, l’immagine, la sensazione, l’emozione mediante le parole, i periodi e le frasi, che devono essere comprensibili, a costo di restare minuti, se non ore, su un’unica pagina. Quando fa questo, significa che considera essenziale ciò che lo scritto deve provocare. Lui è il mediatore fra la realtà e chi legge. Nel corso dei tempi, però, questa filosofia che considera la collettività si è andata via via sgretolando, e il solipsismo ha prevalso sul progetto sociale. Nella Storia, il conflitto fra individuo e collettività, fra visione egoistica e modello altruistico dell’ordine sociale non si è mai risolto.
Per rendere visibile il pensiero posso citare la superiore grandezza di un’opera come “Germinal” di Emile Zola, scritto nel 1884/85, corretto nella sua forma tecnica, scorrevole e coinvolgente. Comprensibilissimo nel testo e nel messaggio di denuncia sociale; contrapposto al testo “Ulysses” di James Joyce, scritto nel 1922, l’unico libro che abbia mai visto in vendita con un altrettanto voluminoso libro di delucidazione accanto. Facile ricavare che dalla “grande illusione” di fine -800, si è arrivati all’avvolgersi su se stessi dell’inizi del -900. Evidente che lo scrittore Joyce non aveva nessun interesse per il “pubblico”. La sua semplice filosofia di vita è stata quella di interpretare la collettività come massa al servizio dell’individuo: è il lettore che deve sforzarsi e capire l’artista, deve darsi da fare per riuscire a entrare nella sua mente guastata dai deliri.
Ora, venendo alla questione con la signora Woolf, del suo testo “Gita al faro” ho letto per tre volte i primi tre capitoli della prima parte, e per due volte i secondi tre. Di quello che ha scritto, purtroppo, non mi è rimasta traccia alcuna e, disgrazia maggiore, non ho capito granché. A questo punto le possibili spiegazioni sono due: o sono le mie ridotte capacità cognitive a impedirmi di apprezzare il patrimonio che la signora Woolf ha messo a disposizione; oppure la signora Woolf, vittima di se stessa e dei suoi tempi, non ha creduto opportuno sforzarsi a rendere comprensibile il testo. Che io sia un soggetto che non apprezza sperimentalismi e innovazioni non apporta giustificazioni alla prova della Signora, perché, anche qualora fosse, le sue pagine risultano comunque incomprensibili. Sperimentalismo e innovazione in questo caso sono del tutto fallimentari.
Sciocco dire che le pagine sono scritte con la tecnica del “flusso di coscienza”. Non è questa una motivazione che rende incolpevole l’autrice, piuttosto la qualifica, o squalifica, come individuo che non ha ben valutato le conseguenze di questo metodo di scrittura. O le ha valutate e ne sconta le conseguenze.
La mia idea su questo ennesimo incidente di percorso lungo la lettura della Grande Narrativa Europea, è piuttosto semplice da render nota. Quasi mai un importante fenomeno della Storia ha una sola causa, piuttosto è tutto una complessa alchimia di fatti che lo rendono possibile, o impossibile. Anche in questo caso c’è una precisa e perpetua dinamica sociale che va sempre a privilegiare chi è orientato verso norme di vita più in sintonia con il modello sociale dell’epoca. Se degli elementi hanno riferimenti che comportano sovvertimento, caos e disordine, ovvio che questi elementi vanno emarginati. Nella particolare circostanza storica della signora Woolf, gli individui più sensibili si andavano avvolgendo su se stessi. Hanno rivolto la loro attenzione all’interiorità, proprio perché l’esteriorità, il Mondo intorno e i punti di riferimento di sempre, i Valori su cui avevano vissuto, venivano velocemente distrutti da una soverchiante “volontà di potenza”, dalla ricerca del massimo profitto, dall’espansionismo, dal colonialismo e dalle guerre. La mostruosità del “fuori” favorisce una disperazione che fa rivolgere le attenzioni al “dentro”. Le colpevolezze che attribuisco a questo modo di porsi nei confronti dell’altro, nascono proprio dai sentimenti di arroganza e presunzione che, sebbene in modo inconsapevole, di più se in modo consapevole, hanno praticamente distrutto, assassinato, condannato a morte una via luminosa che sembrava indicare quale fosse il giusto contributo che uno scrittore dovrebbe dare alla società in cui vive. Nessuno vuole negare il grande apporto che la creatività dell’individuo sa elargire, credo piuttosto che da parte sua sia necessario dare maggiore spazio al sociale, evitando di ridurre la narrativa d’arte a questione privata, inutile dimostrazione di bravura, catalogo di assurde eccentricità.
Al di là di quale sia l’ipotesi più realistica, come individuo pensante e cosciente, condanno questo tipo di esperienza narrativa, giudicandola inutile, dannosa e lesiva della dignità del lettore.
Reputo tuttavia censurabile la spontanea antipatia che nutro per questo tipo di osannati autori incomprensibili, e indecifrabili anche se si tenta di farli comprendere. Così come reputo deplorevole pensare che lodi e onori, così come l’apprezzamento altrui, siano favoriti soltanto dal terrore di apparire ipodotati dall’ambiente che ci siamo scelti per trascorrere la nostra vita.

6 aprile 2018