Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

I collezionisti


La teoria della selezione naturale si basa sull’opinione che ciascuna nuova varietà, e infine ciascuna nuova specie, è prodotta e si conserva perché possiede qualche vantaggio su quelle con le quali entra in concorrenza. A questo stato di cose fa seguito, quasi inevitabilmente, l’estinzione delle forme meno favorite.

Da “L’origine della specie”, capitolo 10 – Successione geologica degli organismi viventi, di Charles Darwin


Qualche settimana fa mi è capitato di seguire una appassionata discussione fra due miei amici, o sarebbe meglio dire due conoscenti. Signori di una certa età, con una posizione sociale ben definita, padri di famiglia e persone del tutto rispettabili. Uno dei due è un docente di Economia in un istituto d’istruzione superiore, l’altro, poco più giovane, si occupa invece di assistere psicologicamente le persone che sono ospitate nelle nostre case di pena, un’opportunità questa che sembra la nostra società offra ai meno fortunati. Questi signori, dunque, in apparenza non forniscono eccessivi spunti critici a chi li conosce in modo non del tutto approfondito, in quanto, al di là delle modeste carenze caratteriali, lacune di cui tutto il genere umano è afflitto, potrebbero essere considerati come degli individui assolutamente normali. In realtà così non è perché i due conoscenti serbano in sé una grave mancanza a livello comportamentale che li potrebbe far inserire nella vasta categoria umana dei non equilibrati. Ebbene, ero lì, distante da loro non più di un metro e non considerato affatto in quanto la materia che disquisivano era talmente distante da me e sconosciuta a me, da farmi apparire più come un oggetto urbano d’arredamento che una persona in carne ed ossa. In realtà la discussione piena di passione verteva su oggetti che qualsiasi individuo normale non avrebbe difficoltà a catalogare come cose del tutto prive di particolari qualità, ma che invece ai loro occhi, agli occhi di questi due soggetti, appaiono come un qualcosa d’ineguagliabile e incantevole. Questi due signori sono dunque due collezionisti, due persone che spendono soldi e parte della loro vita alla ricerca degli oggetti più svariati, unico loro profondo desiderio, possedere ciò che hanno ma soprattutto bramare ciò che non hanno. Ho saputo solo in seguito che moltissime altre persone soffrono di questa assurda patologia, senza che questa tuttavia influisca troppo sul loro comportamento sociale. Lo psicologo nel corso della discussione sembrava spaziare a volo d’uccello su diversi campi, che potevano essere soldatini, francobolli, particolari modellini di macchine, fumetti, oppure libri illustrati da particolari e a loro conosciuti disegnatori; il professore di economia invece era dotto soltanto in soldatini prodotti in una particolare lega metallica e dipinti a mano, e libri di favole illustrati, conoscenza più settoriale ma assai più approfondita. Sulle prime questo confronto mi era apparso del tutto privo d’interesse, tanto che ero lì lì per salutarli e andare via, poi però un particolare aspetto del loro comportamento mi ha così incuriosito, per i risvolti psicologici che aveva, da soffermarmi un poco ad ascoltare e analizzare. La cosa che più mi aveva colpito dei due era la particolare passione con cui trattavano la materia, con competenza e scrupolosità, attenti entrambi ai minimi particolari e attenti anche a superare in maestria le competenze dell’interlocutore. La cosa che più mi intrigava in quella che in realtà mi appariva come una vera e propria competizione, era il particolare sentimento che era insito nel loro argomentare, ossia quel sentimento del “possesso” che avrebbe dovuto infliggere all’orgoglio dell’altro una sonora umiliazione. Fra i due si era stabilito, in un particolare momento, un accesissimo scontro verbale dove l’uno tentava di superare l’altro in oggetti posseduti e valore degli oggetti stessi. In realtà non sembrava che fossero poi così importanti gli oggetti in sé, in fondo si parlava di soldatini di metallo o libri illustrati, ma era il discorso dell’averli che dava alle loro fisionomie un aspetto da autentici combattenti. La cosa che più era evidente, oltre al desiderio sconfinato e morboso di possedere un dato oggettino, era anche quello che gli oggettini da collezionare sono anche senza limiti. Ossia, la cosa più eclatante del collezionismo è che, nella stragrande maggioranza dei casi, non finisce mai, così come sono senza confini l’ambizione, la cupidigia e la voglia di possedere sempre altri collezionabili. Dopo una buona ora di accanito affrontarsi a volte con le fiamme negli occhi e l’impeto nel cuore, i due non pericolosi malati di sindrome maniaco ossessiva-compulsiva, si sono lasciati con una stretta di mano e un sorriso, sintomo vago di rispetto reciproco, del tutto ignari che avevano dato uno spettacolo di loro assai incisivo da un punto di vista dell’introspezione e senza neanche sospettare che il loro svelarsi intimamente mi avrebbe fornito di materiale prezioso a comprendere meglio le dinamiche nefaste che operano nella nostra disgraziata società.
A discussione finita e con i collezionisti oramai distanti da me, mi sono chiesto in un momento di relativa calma, cosa poteva entrarci un’esperienza umana del genere nel grande discorso delle nostre condizioni sociali, politiche ed economiche. Le affinità non sembravano in prima analisi così evidenti da poter illuminare un quadro, ahinoi, tanto oscuro; poi però un opportuno approfondimento e un’adeguata analisi hanno evidenziato bene le varie analogie, e il quadro non è più apparso ermetico e fosco.
La nostra società occidentale, Europea in particolare, in questo momento è caratterizzata da una serie di vicende che solo in apparenza sembrano assai complicate e ricche di lati incomprensibili. In particolare la situazione economica sembra voler sfuggire a tutte le analisi possibili e immaginabili. Persone competenti e anche meno competenti, hanno rilevato che presi dieci illustri economisti, in condizioni di esporre un parere sulla situazione, hanno espresso in particolare dieci ipotesi e dieci analisi differenti. Ossia, questo dovrebbe significare che le condizioni cui siamo costretti a vivere, secondo quanto emerso, sono prodotte da cause che sono le più disparate e fantasiose, origini dunque che non sono affatto chiare ma di cui se ne apprezzano bene le nefaste conseguenze. In realtà di questi soggetti ci sarebbe ben poco da fidarsi, poiché il loro fiancheggiare il Potere in certi casi è così sfacciato da raggiungere una vera e propria adulazione. In altri casi invece il sistema di pensiero non lascia particolari possibilità a chi si avvicina con scarsa onestà e obiettività alla materia da analizzare. Sebbene questi squallidissimi soggetti sostengano in sostanza un ventaglio di possibilità differenti, su una cosa sola sembrano essere particolarmente d’accordo, ossia nel considerare il momento come un momento di “crisi”. A essere onesti sembrerebbe proprio che da svariati anni viviamo oramai in una specie d’incontrollato vortice economico e politico che sfugge a ogni umana volontà di riconciliazione con l’assennatezza. Sembrerebbe proprio che sulle nostre teste volteggi una specie di “destino” o meglio sarebbe dire di “progetto divino” a cui è impossibile mettere mano e soprattutto ordine. Le cose sembrano procedere come un treno lanciato a folle velocità senza conducente verso un inevitabile cataclisma, esperti e mass media non fanno altro che foraggiare questo clima di tragedia passata, presente e futura. Tutti sembrano concordi nell’imputare a forze per lo più trascendentali la situazione che ora stiamo vivendo. In verità, le cose sembrano proprio assai differenti da quello che vogliono far apparire; in verità non viviamo nessun momento di crisi; in verità colpevoli di questa condizione sono forze che hanno un volto e che hanno ben poco di spirituale, anzi individui molto terra terra. Non viviamo nessun momento di crisi perché le condizioni attuali sono state ben ponderate e le conseguenze ben previste. Crisi è quando vari elementi in contraddizione fra loro sfuggono infine al controllo, e in questo momento da noi non c’è nessun elemento che sfugge al controllo. Viviamo in una società capitalista e questo periodo storico non è poi tanto differente dai tanti periodi storici che si sono succeduti nel corso della nostra storia, dove si sono viste le forze del capitale passare da un periodo all’altro cercando di mettere ordine a un caos creato in una precedente fase, utilizzando rimedi e risorse capaci di ristabilire una continuità più o meno lunga, la quale avrebbe generato nuovo caos e a sua volta un nuovo ordine. Questa particolare capacità di adattamento alle varie situazioni e la capacità di risolvere particolari momenti di difficoltà, da loro stessi creati, sono una delle specifiche caratteristiche di questi individui che credono di gestire in modo naturale le sorti del mondo. A essere onesti, questa attitudine a mutare e all’adattarsi al mutare della situazione non è stata particolarmente alla base dell’esperienza collettivista, poiché una delle cause dell’insuccesso è stata proprio il credersi arrivati a uno stato di assoluta perfezione, tale da rendere impossibile e non auspicabile qualsiasi elemento di novità. Il capitale invece crea contraddizioni e caos, ma è sempre stato in condizioni di adattarsi alle mutate circostanze, proponendo adeguate correzioni. Dunque, ripeto, la nostra fase non può essere definita crisi, in quanto non ci sono ora elementi che sono sfuggiti alle possibilità umane di condizionamento. La nostra situazione economica, politico, sociale è condizione voluta, studiata bene a tavolino e applicata con invidiabile solerzia. Dopo le varie fasi capitaliste, accumulazione, etica, colonialista/imperiale, sociale di mercato, ora siamo nella particolare fase criminale/predatoria, non avendo più questi individui geneticamente modificati nemici naturali, possono dare sfogo a ogni loro delirante progetto. La nostra non è una crisi strutturale, ma la conseguenza di una precisa scelta, scelta perfezionata seguendo sconsideratamente e senza autocritica una particolare condizione psicologica, o sarebbe meglio dire psicopatica, che è via via maturata rapidamente in questi anni. I ricchi capitalisti/finanzieri hanno deciso di sfruttare, in un particolare momento storico, un caso a loro favorevole, una condizione sociale che loro stessi hanno perseguito e per cui hanno corrotto e combattuto. Verso la fine degli anni -70 e l’inizio degli anni -80, superata la “grande paura” del -68, la criminalità capitalista ha compreso che la fase Keynesiana che assicurava un’adeguata protezione sociale, con ridistribuzione del reddito a favore delle classi lavoratrici, non era più necessaria, poiché la sconfitta del “lavoro”, l'alternativa collettivista, era già evidente in campo economico, politico e sociale. John Maynard Keynes e il capitalismo occidentale di quell’epoca avevano la necessità improcrastinabile di fermare le aspirazioni Socialiste e Comuniste che andavano crescendo e consolidandosi in quell’epoca di trasformazione profonde, ma una volta che queste aspirazioni hanno perso il solido terreno rivoluzionario della possibile alternativa all’individualismo capitalista, passare alla fase successiva del ritorno a uno sfruttamento intensivo ed estensivo, a una nuova accumulazione di capitale e profitto, è stato l’ovvio passo successivo.  Il caso favorevole, quindi, è la sconfitta dell’antagonista “lavoro”; in particolare della “classe operaia” portatrice di un modo diverso di intendere la vita e i rapporti sociali. La vittoria totale ha lasciato campo libero allo svilupparsi incontrollato di una forma di ossessione, quella che in particolare nei “collezionisti”, che abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, li fa collocare fra i malati di “sindrome maniaco ossessiva-compulsiva”. Nella loro mente questi esseri devianti desiderano possedere più ricchezze possibili, così come i collezionisti desiderano avere, persuadendosi che questo sia avverabile, tutti gli oggettini che fanno parte di un’ipotetica e infinita collezione. Questi individui infermi hanno deciso quindi che era giunto il momento in cui l’accumulazione di più ricchezze era una meta raggiungibile, da perseguire e perseguibile, per soddisfare la loro sete morbosa di “collezionisti”. Al fine di soddisfare questa particolare cupidigia, loro hanno messo in programma tre processi da attuare con assoluta determinazione. Il primo processo, la disposizione suprema, è quella di rubare tutti i soldi che è possibile rubare, mediante l’appropriazione dei risparmi altrui e sottraendo sovrappiù di retribuzioni che sono al di sopra della soglia minima di sussistenza del lavoro salariato e non; secondo processo legato strettamente al primo è la riduzione in schiavitù delle masse operaie, tale da cancellarle definitivamente dal libro della Storia e così da raccogliere dal settore salari quell’ultra plusvalore impensabile in un Paese che ha piena consapevolezza del Valore del lavoro; terzo e ultimo processo, sempre strettamente legato ai primi due, è lo smantellamento completo dello Stato Sociale, cioè di tutti quei servizi e garanzie che un Paese civile dovrebbe avere per non rischiare di sprofondare nella barbarie. Questi tre percorsi dunque, solo alla base della nostra attuale situazione. Inutile dire che la classe politica in questo momento è particolarmente asservita a questo disegno criminale, e che la loro funzione nel disegno generale è di canaglia che svolge il lavoro sporco, mediante tassazione, smantellamento del sistema parlamentare e delle protezioni sociali; in particolare nel nostro Paese si sono succedute dal novembre del 2011 le peggiori delinquenze della storia della Repubblica, gentaglia che ha instaurato un vero e proprio regime dittatoriale, dove ogni voce di dissidenza e di democrazia rappresentativa è stata annullata o mortalmente emarginata.
Anche questa fase storica sembra confermare dunque l’ipotesi prima del buon Darwin, ipotesi che destina la vita a chi ha maggiori doti di sopravvivenza rispetto alle altre specie, e la morte a chi queste caratteristiche non le ha. Se la teoria è perciò fondata, possiamo dire con certezza che l’individualismo più cieco e becero è la caratteristica che premia chi del vivere ha una certa idea, mentre il collettivismo è quella condizione d’inferiorità che svantaggia alla lunga chi del vivere ha un’altra idea. Non sembra che allo stato delle cose ci siano altre possibilità d’interpretazione della contingenza economico/politico/sociale, sembra proprio che favoriti nella vita siano quelli che noi, in condizione d'inferiorità, consideriamo degenerati. Alla fine di questi inevitabili processi, rimarrà una ristrettissima cerchia di ricchissimi capitalisti/finanzieri, in pratica una ristrettissima cerchia di ricchi, con attorno un’aristocrazia di servi ben pagati e intorno ancora una sconfinata massa di miserabili, condizione questa già ipotizzata da intellettuali mille volte più grandi di noi; solo che alcuni di loro ipotizzavano un’inevitabile presa di coscienza delle masse indigenti, presa di coscienza che in realtà non avverrà mai, perché questo sembra essere nell’ordine naturale delle cose. Alternative reali non ce ne sono. Darwin parla di “estinzioni”, di “più favoriti e meno favoriti”, dunque prende come dato reale che il competitore più favorito resti in vita, il meno favorito scompaia. Per avere in linea squisitamente teorica un’altra possibilità, bisognerebbe non fare più riferimento alla realtà ma fare capolino nel meraviglioso campo dell’Utopia, e cercare un orientamento dalle esperienze storiche che si sono succedute nel corso dei secoli. Per cambiare la situazione bisognerebbe reinterpretare le ipotetiche leggi della vita e quello che risulta essere meno favorito si dovrebbe trasformare in quello più favorito, e se dunque il risultato ultimo è la scomparsa di uno dei competitori, il favorire questo processo non può che essere in sintonia con l’esistenza. In parole assai disadorne, i poveri dovrebbero cancellare dalla faccia della terra i ricchi, anche perché i ricchi potrebbero essere un cancro sociale momentaneamente trionfante, ma il cancro come malattia sembra andare contro ogni logica, poiché uccidendo il corpo ospitante uccide anche se stesso.

10 ottobre 2014
 





   

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