Blog di Massimo Perinelli, che si propone come completamento del suo omonimo sito. Sono trattati sempre i diversi temi del vivere, da proporre però con più immediatezza. Un nuovo tentativo nato da una residua fiducia nelle possibilità di comunicare. In fondo solo un ulteriore grido muto, segno di una dignitosa emarginazione.


giovedì 21 marzo 2019

Quel che resta del Salvini


La dove regnano i “democratici” c’è la rapina autentica e senza fronzoli. La conosciamo la vera natura del democratici.

Lenin – 30 agosto 1919 – Fabbrica Michelson – Pietrogrado

Ho cercato di riflettere su alcune cose che mi piacevano di Salvini. Così, superato un naturale rifiuto ho cercato di indagare, nel tentativo di svelare cosa ci fosse oltre. Poco o nulla apprezzo delle posizioni politico/economico/sociali, se mai ne avesse di sue; mi ha stupito invece ascoltare che sembra consapevole delle nostre mancanze culturali. Ma la specificità più interessante, vista la prima concordanza di vedute, è stata la problematica dell’immigrazione.
L’impegno a fermare il flusso di migranti l’ho trovato apprezzabile: un raro istante di consapevolezza in un mare d’ipocrisia e interessi commerciali. L’immagine offerta è stata quella di una persona informata che il fenomeno avesse scopi occulti, diversi da quelli sbandierati. Non mi è piaciuto il consiglio di “aiutarli a casa loro”: neanche per sogno, è sempre neocolonialismo, sono loro che devono muoversi e appropriarsi di quello che ritengono utile allo sviluppo. Accanto a certe note positive, tuttavia, ho voluto approfondite delle perplessità. In Italia, si dice, ci siano cinque milioni di immigrati regolari, e non si sa quanti irregolari. Questi migranti occupano spazi lavorativi nei settori più disparati. Come mai Salvini apprezza i migranti che sono già in casa, mentre non apprezza quelli fuori di casa? Prima stranezza. Abbiamo più di cinque milioni di disoccupati e cinque milioni di immigrati, regolari, che occupano posti di lavoro. Seconda stranezza. Secondo lui dovremmo dare credito alla storiellina dei “lavori che non vogliono fare gli Italiani”.Terza stranezza. E come mai il nord est industriale è così stracolmo di migranti? Quarta stranezza.
Non è stato poi difficile elaborare queste e altre notizie/informazioni per arrivare a una possibile conclusione. La realtà è che il buon Ministro ha fatto solo ciò che si doveva fare, quello che il programma stabilisce. Per mantenere in buona salute capitale e profitto, in questa fase, non è più necessario un eccessivo flusso di migranti, soprattutto dal sud del mondo. Salvini sa bene che gli industriali da lui rappresentati hanno avuto necessità di mano d’opera a basso costo, con la conseguente rovina della classe operaia nazionale. Per mantenere bassi o bassissimi i salari, sono necessarie varie ingegnose strategie, con continui adattamenti alle situazioni in rapida evoluzione. Come quella di evitare di monopolizzare il mercato con manodopera di un’unica etnia, perché è la pluralità, le masse non omogenee che sono portate naturalmente a mettersi in competizione fra loro (conflitto orizzontale), evitando di entrare in conflitto con i datori di lavoro, (conflitto verticale). Dunque, in base a ciò, i flussi da sud diminuiscono, mentre i flussi da est si intensificano. Di fronte a tali realtà, che sfuggono o non interessano, c’è da prendere atto che l’immagine politica, anche la sua, non  è che un’artefatta rappresentazione. Oltre, c’è la pura continuità di un rigoroso disegno egemonico. Il povero Ministro non è colui che vuol salvare la patria da invasioni selvagge, perché questa invasione è già avvenuta, o deve avvenire con altre forme, e con il consenso dell’intero schieramento politico. Invece di “chiudere la stalla quando già sono scappati i buoi”, si è badato a chiudere la stalla piena di una particolare specie di “buoi”. L’importante è avere un tasso di disoccupazione utile a mantenere un “esercito salariato di riserva”, non tale però da provocare disordini o movimenti di massa e, nello stesso tempo, disseminare una micro criminalità quotidiana, così da focalizzare l’attenzione sulla propria sicurezza personale ed evitare fastidiose intromissioni nelle problematiche sociali.
Queste semplici analisi hanno disegnato una figura diversa da quella che appariva. Solo un semplice ricambio di personaggi che devono assolvere al ruolo di imbonitori, adeguati al momento e allo scopo.
Salvini non propone un diverso sviluppo sociale, è sempre il solito caduco strumento adeguato a una rigorosa continuità, a un disegno politico/economico/sociale. Una volta svolto il suo compito, riempiti i suoi “sacchi”, farà spazio a un altro personaggio, così come si sono alteranti tanti commedianti prima di lui.
In realtà per cambiare le cose, sarebbero necessari altri Uomini e altri provvedimenti, sappiamo bene quali sono, ma la cosa, adesso, non avrebbe più senso alcuno, poiché sarebbe solo allungare un’agonia irreversibile.
E questo non è solo crudele, ma anche sciocco.

domenica 17 marzo 2019

Androide



Volete sapere per quale motivo le Grete androide e le folle comandate a distanza anticambiamento climatico sono dei bluff? È presto spiegato, e con pochissime semplici argomentazioni.
Il cambiamento climatico sarebbe dovuto, secondo gli esperti, allo sfruttamento intensivo e sciagurato delle risorse della Terra. Mettiamo che questo sia vero. Lo sfruttamento cieco delle risorse della Terra è dovuto a un certo tipo di sviluppo che, senza dilungarsi troppo nel definirlo, possiamo chiamare capitalistico. Il sistema capitalista realizza la società dei consumi, che non è determinata dai bisogni reali, ma dal profitto che il capitalista ricava. Ora, se lo sfruttamento cieco è dovuto al capitale, per risolvere il problema dobbiamo combattere il capitale. Se non combattiamo il capitale significa che o non siamo consapevoli del Reale, o che vogliamo salvare “capra e cavoli”, oppure, che il capitale ha fiutato, da almeno trentanni a questa parte, che i profitti non solo si possono realizzare sporcando il mondo, ma anche ripulendolo, dopo che l’abbiamo sporcato. E in più, la storiellina dei cambiamenti climatici potrebbe essere solo una menzogna, che ha come scopo la vendita di prodotti che “inquinano” meno, poiché quelli che "inquinano" non vanno più? E se queste masse così consapevoli e sensibili sono così pronte ora a cambiare, a migliorare, a salvare, perché tempo fa sono state così ardimentose a demolire un’esperienza che avrebbe potuto davvero salvare il mondo dalla fine?
Ai posteri l’ardua sentenza.    

venerdì 8 marzo 2019

Il Dono




… e morte lo scampò dal veder peggio.
         “Ad Angelo Mai” Canti - Giacomo Leopardi.

Da diversi anni si parla spesso, e spesso a sproposito, di una patologia che sembra oggi propagarsi ovunque, con effetti che i maggiori esperti ritengono disastrosi. Considerate le tante generose intenzioni di voler analizzare da ogni punto di vista il problema, oramai valutato come “sociale”, sembrerebbe fuori luogo appesantire ulteriormente il già irrespirabile clima che si è andato creando. Sennonché, a distrarmi dal fermo proposito di non intervenire, sono state due recenti letture, che in apparenza non avrebbero dovuto avere nulla di consequenziale, proprio per la loro natura in apparenza così distante: un altro prezioso testo riguardante Friedrich Nietzsche, e un meno prezioso articolo sulla depressione maggiore, apparso proprio questa settimana su un famoso settimanale. Ora, trovare una relazione fra di essi non è derivata da una precisa intenzione. D’improvviso il vortice di pensieri ha trovato un punto fermo, o meglio un probabile punto fermo: un’intuizione.
Sono andato dunque a verificare che questa avesse un fondamento.
Sarebbe necessario, per maggiore chiarezza, descrivere per sommi capi quali siano le idee che sembrano far convergere i pensieri del “personaggio” con le congetture dei “medici” che si interessano al disturbo. E qui trovo delle difficoltà, non tanto sulle seconde, quanto sui primi. Per tratteggiare il pensiero di Nietzsche occorrerebbe più di un articolo, semmai un testo/saggio, che vado concretando, e che non avrà mai nessuna diffusione fra le Folle. Trovare poche parole invece per descrivere cosa pensano i luminari della depressione è più facile. Basterà ricorrere alle opinioni che sia ritenuta una semplice malattia invalidante, che le cause scatenanti non sono chiare, e che si prova ad alleviarne i disturbi con i mezzi più disparati: psicologia, psichiatria, medicine variabili, droghe modificate, gruppi di auto aiuto, parole gentili e coccole.
Nietzsche ha offerto diverse opportunità di riflessione, basterà ricordare: il conflitto fra il Dionisiaco e l’Apollineo, l’Oltreuomo, la Volontà di potenza e l’Eterno ritorno dell’uguale. Capire queste intuizioni non è semplice, qualcuno ha capito qualcosa, quasi tutti hanno capito poco o nulla. Per comprendere meglio occorrerebbe avere in comune il medesimo “spirito”. Un percorso umano che va a formare nell'adulto quell'intricato tessuto di esperienze, sensazioni, passioni, riflessioni, desideri, istinti che condizionano la vita. Avere la “fortuna” di avere delle cose in comune, dona il “privilegio” di entrare in sintonia con lo spirito altrui. La consapevolezza di essere riuscito ad afferrare aspetti condivisibili, è un tipo di soddisfazione che potrei definire di ordine umano/intellettuale. Afferrare le varie conclusioni nascoste nell'Eterno ritorno dell’uguale, è un’esperienza che non posso però definire “piacevole”, poiché trascina il pensiero in un luogo oscuro, a ragion veduta occultato dalla Natura, dove è angoscioso entrare e difficoltoso uscire. Nietzsche consigliava vivamente alle persone sensibili di non approfondire il particolare tema, perché ben consapevole delle conseguenze.
Di fronte a una verità indiscutibile, esempio la Terra gira intorno al Sole, c’è ben poco da discutere. Di fronte, invece, a una verità possibile, una comune interpretazione, ogni discussione, ogni scambio di idee sarebbe sempre auspicabile. Secondo il punto di vista a cui sono giunto, asserire che la depressione maggiore sia una malattia che vada combattuta riportando l’individuo che ne soffre a una condizione di “normalità individuale e sociale”, è da tenere in considerazione come tesi, non come assioma. Pensare di superare il problema offrendo, come si prospetta nell'articolo, una droga come la ketamina, mi fa pensare che questa non sia una terapia che invita a riflettere e vivere, quanto più una coercizione a vivere secondo regole da altri stabilite. Ripeto, se ne parla molto di depressione, ma molto a sproposito. Un’attiva organizzazione cattolica, di recente ha ritenuto utile indicare i tanti motivi che creano depressione, senza annoiare, ne elenco solo alcuni dei quattordici: perdita del lavoro, divorzio, debiti, malattia, mancanza d’Amore e così via. Questi sono elementi validi, ma sono solo cause di un certo tipo di disagio che si risolve comunemente ritrovando un lavoro, guarendo, trovando un Amore. Alcuni credono di essere depressi, ma non lo sono, cercano solo coccole materne; certi si atteggiano a depressi soltanto per catturare un’attenzione che gli/le è negata; certi neanche si rendono conto di esserlo, e si trascinano con ignavia, o pensano al suicidio. Quei poveri disgraziati che non trovano in nessuna delle ragioni elencate il motivo di tanta sofferenza, sono esattamente quelli che possono essere definiti a ragione dei veri malati. Nietzsche era un individuo che soffriva di diverse patologie, ed era un depresso. In lui si riscontrano comportamenti e fissazioni che solo un altro depresso, con analoghi comportamenti e fissazioni, può capire. Pur desiderando vivere, intuì che l’infinito e l’eterno potrebbero essere soltanto un infinito e un eterno dove si propongono sempre le stesse cose, senza senso e senza scopo. Il brivido lungo la schiena che provoca questo medesimo percepire l’inutilità del Tutto, non è paragonabile a nessun altro turbamento.
Riassumendo, i medici avanzano la tesi che la depressione maggiore sia una malattia da curare, riportando il soggetto sofferente nell'ambito di una normalità individuale e sociale. Pensarla in questo modo genera una serie di comportamenti che hanno come principio base la convinzione di essere di fronte a degli emarginati, degli imperfetti inadeguati alla vita.  Il “comune sentire” di alcuni depressi, invece, mi fa supporre tutt'altra cosa, un’antitesi: la sensazione d’inutilità del Tutto, potrebbe essere soltanto uno delle tante mutazioni di cui è feconda la Natura, e che avrebbe come scopo il superamento di uno specifico genere uomo. Chiaro è che la depressione non ha solo quest’aspetto di sofferenza, c’è tutta un’incredibile varietà di angosce e tormenti. Una triste alchimia di sensazioni. Tuttavia, l'antitesi, “il Dono”, potrebbe essere quell'elemento di svolta e di diversificazione che in modo definitivo strapperebbe l’uomo da quell'idea nefasta di sé che limita, di fatto, le sue potenzialità. Sarebbe un modo per rovesciare la prospettiva: i depressi non sono i deboli e i mal riusciti, ma sono i primi che hanno intravisto la Realtà. A conforto di questo, potrei dire che la depressione, sotto certi aspetti, accresce notevolmente le capacità di indagare e di analizzare, migliora la sensibilità, fa comprendere cose che i “sani” spesso non riescono a vedere. Comunque, questo ribaltamento di prospettiva non avrebbe conseguenze solo sull'individuo sofferente, ma comporterebbe tutta una serie di conseguenze sociali a cui per necessaria sintesi non intendo accennare.
Vorrei riaffermare che ci troviamo comunque davanti a delle semplici opinioni, quindi, evitare di considerare preferendo l’una e ritenendo irricevibile l’altra, apparirebbe come un atto di arretratezza culturale, arrogante e presuntuoso.
Come il confronto possa avvenire, non ne ho la minima idea So invece che questo elemento di riflessione non sarà né valutato, né gradito.

mercoledì 14 novembre 2018

Guerra di classe

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Accade sempre più raramente, non so se per fortuna o per disgrazia, che qualcosa o qualcuno mi distragga da quel desiderio profondo d’oblio dalle miserie della Realtà. L’ambizione, che spesso vale la Vita, è assai antica e diffusa, e dovrebbe condurre a una serenità approssimativa, formata da un’alchimia di emozioni e sensazioni confluenti nella più completa rassegnazione. Ma il cammino è assai duro e laborioso, tanto che soltanto pochissimi eletti riescono nell'impresa. I più si devono accontentare del solo obiettivo, alternando periodi a periodi. Dunque, questa breve premessa per giungere alla denuncia del delittuoso fatto: un brevissimo articolo di fondo, incontrato davvero per caso, che ha vanificato mesi di ascetismo agnostico. L’articoletto, intitolato “Lotta di classe”, l’ho ritenuto poi, a mente lucida, un vero e proprio tranello, ordito dal bravo giornalista per attrarre sulle sue poche righe passioni che tento di sopire, con dubbi risultati. Premesso che sarebbe stato un controsenso se l’articolino fosse poi stato scritto con grande sapienza e intelligenza, in quanto il quotidiano tutto non brilla certo di questa luce, e gli avventori/lettori dello stesso non avrebbero mai potuto afferrarne il senso, se fosse stato composto con altra pasta. La problematica che il bravo giornalista ha cercato di mettere sotto osservazione, è stata la recente manifestazione “protav” dei cittadini di Torino. Ovvio giudicare una simile manifestazione del tutto legittima, nell’immagine composta e civile; non proprio corretto, invece, il valutare una simile protesta la prova del multiclassismo che guiderebbe un certo modo di intendere la società civile e le sue aspirazioni.
Con i suoi soliti modi ed espressioni da esemplare “prete di parrocchia”, il giornalista indicava nella massa composita, fatta di borghesia varia e proletariato vario, un accomunarsi nella medesima ambizione di lavorare, crescere e prosperare, messa in conflitto con la presunta ostinazione dei “Fascisti al Governo” a impedire questa splendida prospettiva. Certo non mi abbasserò al meschino pettegolezzo che vuole una folla di signore e signori della migliore borghesia in passerella, urlanti: “Fateci lavovave!”, non è questo il mio stile di denuncia, vorrei solo indicare alcune evidenze che il povero giornalista potrebbe non conoscere, o non aver capito, non essendo la cultura e l’intelligenza gradite nella particolare categoria e posizione.
Ora, se si dovesse spiegare perché il soggetto in questione ha pubblicato un’autentica scemenza, si dovrebbe ritornare indietro nel tempo e nella storia fino a incontrare, nei nostri studi, le origini del “capitalismo”, la sua non uniformità di pensiero e azione, e le sue tante avventure, oneste o malvagie, che l’hanno fatto sopravvivere, modificato, ma sostanzialmente incorrotto nella sua ossessione compulsiva al profitto, fino ai giorni nostri. Nel linguaggio quotidiano è passata la visione dominante che la “lotta di classe”, frutto delle “estasi mistiche” del povero Marx, sarebbe prerogativa del lavoro contro il capitale, il proletariato contro la borghesia. Questo è senz’altro vero se lo collochiamo dentro la Storia, se lo consideriamo un elemento del quadro, sbagliato se lo consideriamo l’unico requisito del quadro. Una vera e propria “guerra di classe” si è sempre combattuta all’interno della borghesia stessa, allorché una particolare categoria professionale intuiva che uno sfruttamento intensivo e cieco del fattore lavoro avrebbe portato la ricchezza agli uni, pochi, ma la morte agli altri, molti. L’auspicio cantato dal loro profeta che la massa lavoratrice avrebbe dovuto mantenersi sulla soglia della pura sopravvivenza e il sovrappiù morire, era d’improvviso vista come una vera minaccia. Da qui la differenziazione, a grossolane linee, fra oltranzisti e moderati, l’attenzione verso la “componente lavoro”, le “filosofie socialisteggianti”, il miglioramento delle condizioni sociali, tutto al solo scopo di “salvare il capitale”.
Ho sempre detto che non pretendo che la si pensi in egual modo, ma qui non sto valutando un pensiero diverso, sto affermando che alle radici di simili articolini idioti non c’è nessun pensiero e nessuna intelligenza, perché non c’è nessuna conoscenza. Non c’è coscienza storica e non c’è conoscenza che questa “guerra di classe”, all’interno di una singola classe, è una costante che è giunta fino a noi, mostrandosi ora con un volto più incipriato, ma non certo diverso nelle asprezze. Il povero giornalista, avrebbe dovuto almeno essere informato che oggi la principale preoccupazione di un certo mondo imprenditoriale è di nuovo la sua sopravvivenza: ancora, sempre la sopravvivenza. Studiosi e capitalisti illuminati hanno da qualche tempo percepito che la vittoria avvenuta nel novembre 1989 ha portato grandi cambiamenti nella psicopatologia capitalista, trasformando individui malati in deformi egoisti, accecati dalla lussuria della vittoria e ostinati nel massimo sfruttamento. Grida di panico si sono sollevate, accomunate dalla volontà di dissuadere, e così “salvare il capitalismo”, per l’ennesima volta. Quindi, la manifestazione di Torino, non è come dice il Poverino la prova che si ha da una parte un'ammirevole unità di Classi, una saggia comune visione, e dall’altra un’ottusità colpevole, è solo il sintomo che all’interno della borghesia imprenditoriale e finanziaria c’è sempre quel confronto ostico che mette in opposizione una patologia autodistruttiva a una presenza cosciente nella Realtà, sebbene inferma.
Non volevo dilungarmi in analisi noiosissime che avrebbero appesantito la piccola denuncia, e credo di averlo fatto. Considero l’articolino una scorrettezza nei confronti delle mie ambizioni: il colpevole sono io stesso, che ancora non riesco a ignorare del tutto l’imbecillità e la menzogna, supreme virtù del nostro tempo. Avrei potuto dilungarmi, spiegare meglio ma sono due le ragioni principali che ora mi impediscono di farlo. La prima è che gli individui consapevoli e intelligenti non hanno bisogno della mia lunga pochezza dialettica per afferrare il senso delle parole; la seconda è che le tante parole non servirebbero comunque alla comprensione, se la platea fosse composta da individui inconsapevoli e deficienti.

14 novembre 2018

giovedì 31 maggio 2018

Piccoli privilegi.






Forse un giorno, quando ero giovane e colmo ancora di tutti i necessari sentimenti unilaterali ed eccessivi della propria personalità, avrei anche avvertito il bisogno di giustificare e di chiarire i motivi che spingono a certe manifestazioni. O meglio, precisare cosa ci ha spinto verso un comportamento che appare come eccessivo e villano. Ma se per noi il tempo non è passata invano, e si è arrivati alla determinazione che la nostra vita è una vita riuscita, si è ottenuto quindi un “successo”, la consapevolezza ci dona anche una particolare posizione di “privilegio”, che ci consente di scorgere lucidamente i disagi, i dolori e le frustrazioni altrui. Il più delle volte questa capacità di essere partecipi, vicini, incontra la buona disposizione d’animo di chi sente che un affetto può aiutare. Altre volte, tante volte, l’immodestia e la mancanza di umiltà, porta a sovraccaricarsi di tutta quella acredine verso gli altri che impedisce di distinguere il bene dal male. Il credersi perfetti porta alla solitudine e all’emarginazione. Il credersi perfetti porta inevitabilmente a considerare gli altri imperfetti, e dunque responsabili del proprio dolore. È questa una tipica forma di “autodifesa ignorante”, che porta a ignorare le proprie responsabilità. È una difesa, ma una difesa sbagliata, che spinge a offendere, a calunniare di continuo chi responsabilità non ha. Non importa. La posizione di “privilegio” contempla anche la serenità di aver fatto tutto il possibile, ma è pur vero che non tutti si possono salvare.



lunedì 9 aprile 2018

Breve discorso sopra i sei capitoli della prima parte (La finestra), del romanzo “Gita al faro” di Virginia Woolf.







Vorrei premettere che una faticosa evoluzione umana e culturale di individuo pensante, mi ha portano, non senza antipatiche conseguenze, a rendere soggettivo quello che era stato solo oggettivo. Ossia, franata una verità che credevo assoluta, non ne ho costruita una nuova analoga, ma ho evitato proprio di costruire alcunché, trovando del tutto inutile edificare con tanto sforzo un assunto che in breve potrebbe cambiare, o non essere più adatto. Questo per dire che la riflessione che ho fatto sull'ennesima lettura parziale di un testo tenuto da tanti letterati nella massima considerazione, ora ha avuto questo risultato: “crescendo” potrei anche valutarlo in modo diverso.
Come suppongo sia noto a tutti, in campo narrativo esistono “prodotti commerciali” e “opere letterarie”. Non è questo il luogo per disquisire su una differenza che, senza dubbio, è patrimonio comune dell’umanità. Si rischierebbe di infastidire chi non lo merita o di ripetere cose risapute e stanche. Qui vorrei solo prendere in considerazione il secondo tipo di pubblicazioni, le “opere letterarie”, che sono tali perché contengono elementi riconosciuti come “artistici”. Anche qui evito di inoltrarmi. Il mio breve discorso non è quello di negare un’opera che merita di essere considerata “arte”; tutt’altro, ritengo invece che proprio per questo valore intrinseco, riflette, rispecchia comunque delle carenze che sono classiche del periodo storico e che, inoltre, rilevano un atteggiamento umano e artistico che non definirei proprio spocchioso, ma senza dubbio alcuno all’apparenza assai arrogante e presuntuoso.
Portando il discorso nel quadro ristretto della narrativa Europea, dal secolo XVIII in poi si è andata definendo in essa una tendenza che potrei definire di carattere sociale/educativo. Nel gran mare della narrativa ad uso distrazione della buona borghesia salottiera e annoiata, qualcuno ha creduto opportuno immettere degli elementi che avevano la capacità di indicare quali fossero le realtà sociali e umane che, secondo gli autori, andavano osservate e magari cambiate. In mancanza di varie vie di “comunicazione di massa”, i romanzi erano anch’essi fonte preziosa di chiarimento e consapevolezza, ovvio fra chi sapeva leggere. Almeno così si è creduto per un periodo di tempo. In seguito il progetto ha rivelato il suo aspetto di grande Illusione”, non riuscendo ad avere l’effetto sperato. La cultura e la coscienza non si era affatto diffusa fra le maggioranze, ma si era sempre più relegata fra risicate minoranze disperate, frustrate ed emarginate.
Se uno “scrittore” decide di partecipare al gioco della vita dando il suo contributo, inventa storie che abbiano la capacità di indicare i temi che lui ritiene importanti, che diano se possibile buoni spunti di riflessione a più lettori possibile. L’opera letteraria, per esser tale, deve possedere diverse caratteristiche. Importanti sono l’espressione personale e la comunicazione. Un eccesso dell’uno e dell’altro, comporta una squalifica della stessa. Un corretto equilibrio di attenzione dell’artista nei confronti del pubblico non significa snaturarsi, o spalmarsi su masse primitive, non significa far scrivere le opere dalla folla, significa riuscire meglio nella divulgazione delle “proprie idee”, così da migliorare la “propria capacità” di fornire spunti di riflessione. Il lettore va rispettato e tenuto in considerazione, poiché leggendo la storia deve immedesimarsi, comprenderla, e la grandezza dello scrittore è quella di veicolare l’idea, l’immagine, la sensazione, l’emozione mediante le parole, i periodi e le frasi, che devono essere comprensibili, a costo di restare minuti, se non ore, su un’unica pagina. Quando fa questo, significa che considera essenziale ciò che lo scritto deve provocare. Lui è il mediatore fra la realtà e chi legge. Nel corso dei tempi, però, questa filosofia che considera la collettività si è andata via via sgretolando, e il solipsismo ha prevalso sul progetto sociale. Nella Storia, il conflitto fra individuo e collettività, fra visione egoistica e modello altruistico dell’ordine sociale non si è mai risolto.
Per rendere visibile il pensiero posso citare la superiore grandezza di un’opera come “Germinal” di Emile Zola, scritto nel 1884/85, corretto nella sua forma tecnica, scorrevole e coinvolgente. Comprensibilissimo nel testo e nel messaggio di denuncia sociale; contrapposto al testo “Ulysses” di James Joyce, scritto nel 1922, l’unico libro che abbia mai visto in vendita con un altrettanto voluminoso libro di delucidazione accanto. Facile ricavare che dalla “grande illusione” di fine -800, si è arrivati all’avvolgersi su se stessi dell’inizi del -900. Evidente che lo scrittore Joyce non aveva nessun interesse per il “pubblico”. La sua semplice filosofia di vita è stata quella di interpretare la collettività come massa al servizio dell’individuo: è il lettore che deve sforzarsi e capire l’artista, deve darsi da fare per riuscire a entrare nella sua mente guastata dai deliri.
Ora, venendo alla questione con la signora Woolf, del suo testo “Gita al faro” ho letto per tre volte i primi tre capitoli della prima parte, e per due volte i secondi tre. Di quello che ha scritto, purtroppo, non mi è rimasta traccia alcuna e, disgrazia maggiore, non ho capito granché. A questo punto le possibili spiegazioni sono due: o sono le mie ridotte capacità cognitive a impedirmi di apprezzare il patrimonio che la signora Woolf ha messo a disposizione; oppure la signora Woolf, vittima di se stessa e dei suoi tempi, non ha creduto opportuno sforzarsi a rendere comprensibile il testo. Che io sia un soggetto che non apprezza sperimentalismi e innovazioni non apporta giustificazioni alla prova della Signora, perché, anche qualora fosse, le sue pagine risultano comunque incomprensibili. Sperimentalismo e innovazione in questo caso sono del tutto fallimentari.
Sciocco dire che le pagine sono scritte con la tecnica del “flusso di coscienza”. Non è questa una motivazione che rende incolpevole l’autrice, piuttosto la qualifica, o squalifica, come individuo che non ha ben valutato le conseguenze di questo metodo di scrittura. O le ha valutate e ne sconta le conseguenze.
La mia idea su questo ennesimo incidente di percorso lungo la lettura della Grande Narrativa Europea, è piuttosto semplice da render nota. Quasi mai un importante fenomeno della Storia ha una sola causa, piuttosto è tutto una complessa alchimia di fatti che lo rendono possibile, o impossibile. Anche in questo caso c’è una precisa e perpetua dinamica sociale che va sempre a privilegiare chi è orientato verso norme di vita più in sintonia con il modello sociale dell’epoca. Se degli elementi hanno riferimenti che comportano sovvertimento, caos e disordine, ovvio che questi elementi vanno emarginati. Nella particolare circostanza storica della signora Woolf, gli individui più sensibili si andavano avvolgendo su se stessi. Hanno rivolto la loro attenzione all’interiorità, proprio perché l’esteriorità, il Mondo intorno e i punti di riferimento di sempre, i Valori su cui avevano vissuto, venivano velocemente distrutti da una soverchiante “volontà di potenza”, dalla ricerca del massimo profitto, dall’espansionismo, dal colonialismo e dalle guerre. La mostruosità del “fuori” favorisce una disperazione che fa rivolgere le attenzioni al “dentro”. Le colpevolezze che attribuisco a questo modo di porsi nei confronti dell’altro, nascono proprio dai sentimenti di arroganza e presunzione che, sebbene in modo inconsapevole, di più se in modo consapevole, hanno praticamente distrutto, assassinato, condannato a morte una via luminosa che sembrava indicare quale fosse il giusto contributo che uno scrittore dovrebbe dare alla società in cui vive. Nessuno vuole negare il grande apporto che la creatività dell’individuo sa elargire, credo piuttosto che da parte sua sia necessario dare maggiore spazio al sociale, evitando di ridurre la narrativa d’arte a questione privata, inutile dimostrazione di bravura, catalogo di assurde eccentricità.
Al di là di quale sia l’ipotesi più realistica, come individuo pensante e cosciente, condanno questo tipo di esperienza narrativa, giudicandola inutile, dannosa e lesiva della dignità del lettore.
Reputo tuttavia censurabile la spontanea antipatia che nutro per questo tipo di osannati autori incomprensibili, e indecifrabili anche se si tenta di farli comprendere. Così come reputo deplorevole pensare che lodi e onori, così come l’apprezzamento altrui, siano favoriti soltanto dal terrore di apparire ipodotati dall’ambiente che ci siamo scelti per trascorrere la nostra vita.

6 aprile 2018

sabato 24 giugno 2017

LA GRANDE STRATEGIA DELL’IMPERO EUROPEO


                                                                               



Non c’è dubbio che la costruzione di un Impero definito, stabile, autonomo, operante come se fosse destinato a vivere per sempre, non è impresa facile. La Storia ci insegna questo, sebbene quella che ci propinano non appare pervasa di troppa “verità”, quanto piuttosto zeppa di menzogne, approssimazioni, opinioni divulgate da “liberi arbitrii retribuiti” assai discutibili, spesso collegati a necessità impellenti del Potere. Tuttavia, avendo un buon Sistema per interpretarla, una filosofia che sia il più possibile vicino alla propria sensibilità, e mettendoci anche una dose di “buon senso”, si può affermare che qualcosa fra l’approssimativo e l’inequivocabile si può trarre da tante parole scritte. Di Imperi ce ne sono stati molti. Hanno avuto un periodo di splendore diverso secondo le proprie aspirazioni e forza. Spesso la tendenza è stata quella di uniformare le varie eterogeneità, con mezzi che sono stati a volte crudeli sul “corpo”, a volte crudeli sullo “spirito”, o entrambi. Ossia, una ricercata perfetta alchimia di iniziative credute necessarie, in sintonia con l’universale “volontà di potenza”. Ma le vicende della Vita, si sa, di continuo sfuggono al controllo. Le nobili aspirazioni totalizzanti cedono sovente il posto alla “corruzione”, che sembra un elemento al di sopra e al di là della nostra personale antipatia nei confronti del caos. Questo per dire che una cosa è quello che vorremmo che fosse, un’altra è quella che è. La grandezza o la miseria di un Sistema dipendono da quella Darwiniana capacità di adattamento, che è una semplice “applicazione” dell’immenso e sconosciuto programma universale della Vita. La Classe Borghese, quella che una volta si indicava come Capitalista, oppure meglio Padroni, da questo punto di vista è riuscita ad adattarsi meglio, con un’ottima dose di trasformismo che gli consente da secoli di governare, non senza tribolazioni e patimenti, secondo ciò che gli detta il proprio bisogno economico, i propri ridotti codici etici, la propria malattia genetica e il drammatico disturbo ossessivo compulsivo volto all'accumulazione. Se, per esempio, poniamo l’attenzione sulla diffusa praticata dell’eliminazione fisica di chi non è in armonia con lo sviluppo degli eventi, vediamo che non si è perso troppo tempo a sterminare un Gruppo, una Etnia, dei Sovversivi. Non è questa la sede per approfondire il vasto tema, non ne sono all'altezza, né è intenzione di questo breve scritto definire Bene e Male di tali manifestazioni. Vorrei solo insospettire il lettore mostrando alcuni dubbi, e alcune certezze, che potrebbero illuminare un quadro per ora solo intravisto.
Alcuni Imperi si sono retti ricorrendo, oltre che al consueto uso della Forza, anche sfruttando il fattore religioso. Una credulità che ha impedito di porsi la domanda se la struttura fosse o non fosse di per sé più adatta alle proprie esigenze e bisogni. Così è sempre stato, così è, così sarà. Ognuno ha un ruolo e una posizione immutabile. Sono strutture sociali dove nessuno si è mai domandato “Perché?”, o almeno sono davvero stati pochi a domandarselo, e per questo non hanno dato troppo fastidio, non hanno fanno carattere. Quando le posizioni all’interno di una comunità non sono messe in discussione, tutto procede per il meglio. Quando però dubbi, domande e perché entrano prepotenti nelle menti, quando alcuni individui pensati diffondono incertezze, quando infine sono in molti a mettere in discussione quello che è sempre stato, il sistema inizia ad avere delle vibrazioni, delle serie problematiche da risolvere. Le forme che consentono di ritornare a una relativa calma sono sostanzialmente tre: la corruzione dell’oro, la minaccia delle armi e la religione. Questo per dire, semplicemente, che ci sono semplici e antichi mezzi per zittire dubbi e domande. Anche il Capitale li ha usati. Ha concesso diritti sociali, diritti del lavoro, ha inserito in un tipo di sviluppo, ha adattato le religioni alle esigenze, tante volte ha represso.
Mettendo a fuoco fatti prossimi a noi, verso la fine dell’ottocento le Potenze Europee si sono impegnate in una prova di forza a livello mondiale che ha avuto delle conseguenze sugli equilibri sociali. Il super sfruttamento della Classe operaia, accanto al secolare sfruttamento delle masse contadine, ha creato un particolare humus che li ha sospinti verso una parziale consapevolezza. Risentimento e rabbia hanno trovato il sostegno di una Teoria, un'aspirazione al meglio dai contenuti Utopistici, ritenuti prossimi a realizzarsi. Le continue agitazioni sviluppavano paure, creavano un atteggiamento negativo verso quelle Classi all’apparenza minacciose. Per risolvere le fastidiose discordie si è ricorso a soluzioni estreme.
La Prima Guerra Mondiale è scoppiata per diverse ragioni, la famosa alchimia di fattori: la spartizione commerciale dei mercati, protezionismo e dazi doganali, ultima guerra Dinastica, ma principalmente si è fatto ricorso a questo mezzo estremo per farla finita con quella che appariva come una massa troppo agitata e creduta prossima a una Rivoluzione Mondiale.
Con un semplice alleggerimento di quindici milioni di individui si è raggiunta una nuova stabilità. Non si può dire che questo sia stato l’unico sterminio di massa che “l’uomo” ricordi… figuriamoci. Ora le condizioni sono diverse, soprattutto dopo un’esperienza che ha mostrato la difficoltà oggettiva a costruire un modo di vivere alternativo al “capitalismo”. La vittoria dei “ricchi” sui “poveri” ha diffuso l’idea di una non indispensabilità di certe “conquiste” che hanno fiaccato, spezzato, umiliato la volontà di volare di un’intera Classe. Da quel momento preciso si è disegnato un quadro, che a tappe forzate dovrebbe condurre a una distinzione di ruoli che si considera naturale conseguenza di un divenire, sebbene sia, in realtà, uno status indicativo di un ultra sfruttamento che ha fondamenta nel passato. Le masse non fanno più paura, sono state vinte, annientate, con la guerra, il terrore, il “terrorismo”, da sempre efficace risorsa dei soliti “servizi segreti nazionali/internazionali”; dalla micro criminalità, tollerata e incoraggiata, tanto per far sentire continuamente in pericolo di vita, così da badare più alla propria incolumità fisica che ad altre problematiche sociali. Metodi vecchi come il mondo, sempre efficaci. Quei pochi che riflettono e hanno capacità d’analisi non danno nessun fastidio, le micro minoranze riottose, vivono isolate, emarginate, frustrate. Tanti migrano e vanno via nella speranza/illusione che altrove sia diverso. Il quadro si perfeziona. La concorrenza economica con altri Imperi è la ragione apparente, il giustificativo da cui si sviluppa la visione d’insieme, l’archetipo da costruire.
Le diverse nazioni europee creano un centro di direzione unico. Sviluppano un programma economico. Stabiliscono categorici vincoli di legge e di rappresentanza politica. Pianificano un unico modello di organizzazione sociale: una ristretta Classe di padroni, una contenuta casta di lacchè dei padroni, un’ampia categoria di schiavi/salariati che ritengono enorme privilegio la pura sussistenza, assediati da una considerevole massa di creature che vivono ai margini: uno sterminato “esercito salariato di riserva”, il cui scopo è la sopravvivenza, e il salto di Classe come aspirazione, ambizione alla riduzione in schiavitù.
Questo Disegno, sebbene appaia complesso, in verità non lo è. Piuttosto è il tempo necessario alla sua realizzazione e le inevitabili difficoltà risolvibili che intervengono a misurare gli interventi e adattarli alle circostanze. Che alcune Nazioni Europee siano oramai sulla buona strada per essere considerate in armonia, sottomesse al Disegno è cosa evidente. La totale assenza di rivendicazioni e di movimenti antagonisti è sintomo di morte certa. Altre Società, come la nostra, hanno bisogno di più attenzioni. Le particolarità che mi hanno suggerito questa “grande strategia imperiale” sono molteplici. La riorganizzazione di realtà economiche piccole, medie e grandi. Il ridimensionamento del “valore lavoro". La disparità di condizioni economiche. L’accumulazione di ricchezza. L’enorme “utile d’impresa”. L'incontrollato plusvalore. Infine, il ricorso a una riforma della realtà religiosa, per una “civiltà cristiana” non più adeguata alle nuove esigenze. Un avvicinamento e successivo patto compromissorio fra ebraismo-cristianesimo-islamismo, con una potente prevalenza di quest’ultimo, per sua natura più adatto allo scopo (Islam, sottomissione, abbandono, consegna totale di sé a dio). Ma in particolare dei piccoli elementi mi hanno suggerito che la fugace intuizione non era peregrina: la demonizzazione delle opinioni non in sintonia, ovvero le Verità per Legge, l’importazione di schiavi, il “reddito di cittadinanza”.
Le Verità per Legge sono cose piuttosto comprensibili: l’olocausto, il riscaldamento globale, le vaccinazioni, sei un criminale se le neghi. Per quanto riguarda l’importazione di schiavi, anche qui districarsi nel mare di menzogne e di falsità è stato piuttosto facile. È il sospetto a proposito del “reddito di cittadinanza” che mi ha costretto a riflettere con maggiore ostinazione.
Per quale motivo questa elemosina sociale dovrebbe essere la prova provata che c’è un Disegno preciso dietro ciò che appare invece come una semplice iniziativa sociale?
Che un certo “Movimento” politico, creato da società per azioni ambigue, sia stato la forma migliore che il Potere ha trovato per indirizzare il malessere che serpeggiava nel Paese, è cosa oramai chiara. Non chiara era la ragione per cui con ostinazione il Movimento stesso abbia per primo proposto quest’obolo pietoso. Rivelatrice è stata la notizia che la stessa UE, tanti anni fa, aveva invitato gli Stati membri ad adottare il “reddito di cittadinanza” definito come “elemento qualificante del modello di Europa Sociale”. Dopo la direttiva, quasi tutti gli Stati si sono uniformati, creando quindi un'armoniosa Classe di sottoproletariato passivo; da noi, e pochi altri Paesi, la direttiva non è stata applicata. Evidente che l’iniziativa deve essere proposta, digerita e metabolizzata con linguaggi e comportamenti che suggeriscano alle “masse” l’idea di una conquista sociale. Ossia, con l’astuzia si è pensato di usare una propria creatura, in apparenza alternativa, per promuovere un elemento del futuro Sistema. L’evidenza che l’elemosina sia stata da prima osteggiata fieramente, poi pian piano sia entrata fra le ipotesi possibili di tutte le bande politiche, è stata la ricercata conferma. In prospettiva, quindi, includeranno tutti i servizi sociali, sanità, pensioni, scuole, nell’assegno mensile comprensivo di tutto.
La “grande strategia dell’Impero Europeo” naviga su solide basi di programmazione e assenza di dissenso, sfruttando ogni elemento che in apparenza, alla futura sterminata massa di schiavi e parassiti, apparirà come una conquista, e come l’unico modo di Vita possibile.
Come salvarsi da tutto questo? Semplicissimo. Convincere quel lavoratore tedesco dell’est che nel novembre 1989 ha creduto che “finalmente avrebbe mangiato frutta esotica”, che in verità per una papaya ha rinunciato a un “paradiso terrestre” costruito con tanti sacrifici, soprattutto di vite umane, da veri Uomini, e non da dio.