Blog di MASSIMO PERINELLI, scrittore, che ha come ambizione quella di suggerire la lettura di alcune delle sue opere letterarie, e con gli articoli di letteratura, politica, filosofia favorire discussioni sui diversi temi del vivere. Niente di più che un estremo tentativo nato da una residua fiducia nelle possibilità che hanno gli individui di comunicare. In fondo solo un "grido muto", segno di una dignitosa emarginazione.

martedì 16 luglio 2019




E infine sono giunto a ciò che temevo: il famoso “muro bianco”. Non vi annoio con congetture lunghe e noiose, vorrei solo che ricordaste, o teneste adesso in considerazione, il famoso film di Akira Kurosava, “Rashomon”. La grandezza del regista e dello scrittore che ha composto il testo, Akutagawa, è stata quella di mostrare quanto sia fragile e vaga l’idea che abbiamo, se la abbiamo, della Verità. Quando si giunge al punto estremo che Loro hanno raggiunto, tutto diventa inconsistente. Doloroso prendere atto che, quello che siamo, sia stato costruito mattone dopo mattone, faticosamente, su una pura interpretazione soggettiva della realtà. Che non è la Realtà.

domenica 14 luglio 2019

Un Paese che muore.




Madri che uccidono i figli ancora con il codone ombelicale gettandoli nel fiume. Madri che uccidono figli già svezzati. Padri che uccidono i figli, le mogli e i figli. Mariti che uccidono le mogli e le amanti. Fidanzati che uccidono le fidanzate e le ex fidanzate. Padri che uccidono i loro figli correndo a 180 chilometri orari per filmare l’evento con lo smartphone. Tossicodipendenti/alcolizzati al volante che uccidono bambini che giocano sul marciapiede sotto casa. Ubriachi e drogati al volante che uccidono bambini, adolescenti, adulti e vecchi, donne e uomini. Padri di famiglia considerati innocenti che hanno ammazzato a colpi di pistola ragazzi di 20 anni. Politici corrotti e ladri con diritto d’impunità. Depenalizzazione dei reati. Magistratura inesistente. La magistratura se la intende con la politica; la politica se la intende con la delinquenza organizzata nazionale; la delinquenza organizzata nazionale se la intende con la delinquenza organizzata internazionale, che se la intende con i Governi. Industriali che usano i soldi dello Stato e investono i loro in finanza speculativa. Industriali che delocalizzano, creando disoccupazione, ma con un risparmio del 90% sui costi. Scontri fra etnie del sud con etnie d’oriente, con il risultato pratico, voluto, del massimo ribasso sul costo del lavoro. 17.886.623 pensionati. 3.000 suicidi l’anno, 1130 morti sul lavoro. Italia al terzo posto in Europa per consumo di droga. 435.000 morti in 10 anni per consumo di alcol. 1.700.000 persone senza casa. Tra gennaio e giugno 2017 sono state consumate 2.333 violenza carnali. Nel totale, il 21% delle donne Italiane, pari a 4.500.000 milioni, sono state costrette a compiere atti sessuali senza il loro volere. 1.500.000 hanno subito violenza più grave. 653.000 donne vittime di stupro. 745.000 di tentato stupro. Il 39% delle violenze sessuali sono compiute da stranieri (910 – nel 2017), il 61% da connazionali (1423 – nel 2017). Sporcizia ovunque: etica, politica, economica, finanziaria, sociale, o causata da un consumismo cieco e suicida. Incompetenza e incapacità. Degrado e speculazione. Individui grandi e piccoli ridotti a larve subumane. Estinzione di ogni forma di socialità. Assenza di educazione e codici morali di comportamento. Vecchi con ragazzina/o di tutte le etnie al seguito. Vecchie con ragazzina/o di tutte le etnie al seguito. Prostituzione d’ogni tipo, maschile e femminile.


5.300.000 nostri concittadini residenti oltrefrontiera; 5.200.000 stranieri regolari, e forse altrettanti irregolari, residenti in Italia. Se ne vanno i migliori, importiamo i peggiori. E questa è solo l’ouverture della catastrofe. Questa è solo l’anteprima di ciò che accadrà sempre più velocemente, in seguito.
Si può fare qualcosa per evitarlo? No, non si può fare nulla, oramai.

martedì 18 giugno 2019

Consapevolezza di esistere


Vorrei continuare su questa tesi, al di là del bene e del male, dell’inconsapevolezza di esistere della maggior parte degli Homo Sapiens. Questa foto l’ho scattata nell’agosto del 2017, a Vipiteno. Parco pubblico. È giunta dopo di noi, io e mia moglie, questa famigliola, padre, madre, figlia, figlio, all’ora di pranzo. Si sono seduti sulla panchina di fronte. Hanno mangiato in fretta scambiandosi indispensabili, poche parole, quindi hanno assunto la disposizione che vedete ritratta. E dopo circa mezz’ora sono andati via.
Ora, mi domando e vi domando: queste “creature” sono vive o sono morte? 

martedì 11 giugno 2019

GAY PRIDE – ORGOGLIO OMOSESSUALE, O INCONSAPEVOLEZZA DELLA MORTE?


Ieri pomeriggio, del tutto ignaro di cosa stava per accadermi, mi recavo al solito posto frequentato da non so quanti anni. Ritrovo di vecchi amici che, insieme a una famiglia che ami e che ti ama, sono a oggi la cura più efficace per convivere in modo dignitoso con l’odioso “male oscuro”. Quindi, candido come un pupo, d’improvviso mi sono trovato la strada sbarrata da una nutrita e annoiata pattuglia di vigili urbani, occupata senza nessuna voglia a indicare ad automobilisti sbraitanti come animali in gabbia strade alternative. Supponendo che fosse la solita, quotidiana, inutile manifestazione, per raggiungere il luogo scelto ho dovuto parcheggiare il motorino a circa un chilometro dall’arrivo. Lungo la strada non c’erano né bandiere né striscioni. Non udivo né suoni né voci. Uno strano silenzio che non dava delucidazioni sulla natura del presunto corteo. Arrivato alla meta, però, la certezza di cosa sarebbe di lì a poco avvenuto si è presentata in tutta la sua audacia.
Ieri, 8 giugno 2019, pomeriggio, a Roma, era previsto lo svolgersi del solito corteo qualificato come “Gay pride”, tradotto, “Orgoglio omosessuale”, che si svolge qui e là nel mondo con frequenze annuali: ma io non lo sapevo!
Un po’ infastidito, non certo dagli omosessuali, ci mancherebbe, ma per la continua, estenuante, ricorrente violenza cui siamo sottoposti, senza neanche avere il piacere di poter valutare non dico come risolutive, ma almeno utili queste manifestazioni, che da anni e anni e anni possono essere qualificate di totale impotenza, più che di forza.
Dopo aver salutato il mio Amico, insieme abbiamo d’improvviso avvertito una musica assordante, che anticipava lo scivolare lungo la via di creature, al di là del bene e del male, obiettivamente bizzarre. Fermo con le braccia conserte sulla soglia dell’edicola, non ho perso un istante del lunghissimo corteo. Dai poliziotti tediati a capo, alle striminzite macchine per la pulizia alla fine. Ho visto è seguito tutto, senza troppa partecipazione, il manifestarsi di una condizione umana oramai analizzata e archiviata. Tuttavia, la manifestazione è durata circa un’ora, e in quei sessanta minuti, nella mia testa malmessa, è successo qualcosa che ho dovuto poi, per forza, tenere in considerazione. Ossia, dal primo carro gremito, con individui saltellanti intorno, all’ultimo carro gremito, con individui saltellanti intorno, è avvenuto un qualcosa nelle sensazioni impossibile da trascurare. Non ho perso troppo tempo a prendere coscienza di cosa era accaduto, le emozioni sono state chiare, tanto che la ragione ne ha subito preso atto. Non è la prima volta che assito a simili riti di esistenza in vita, solo che anni fa, ricordo, avevano un carattere diverso. Come se da un’iniziale, comprensibile gioia di poter/voler uscire allo scoperto, nell’arco del tempo sia sopravvenuto un esaurimento, una stanchezza, un “si deve fare”, un’opacità che ha spento colori e spontaneità. Rigido come un militare di guardia all’Altare della Patria, non smettevo di scrutare, ora incuriosito, non tanto dai bizzarri personaggi sui carri, che vanitosi/se, se non addirittura sfacciati/te, cercavano frenetici di scuotere i partecipanti, quanto dagli anonimi personaggi che intorno procedevano lenti. Non c’era “bella gente” sul marciapiede e lungo la strada, tutt’altro, ciò che appariva era ”brutta gente”, sul marciapiede e lungo la strada. Non era una classificazione soggettiva quella che stavo compiendo, semmai una classificazione oggettiva: se fossero stati degli Statali, o dei Pensionati, oppure dei Metalmeccanici, li avrei comunque classificabili come “brutta gente”. C’è da chiarire che l’espressione “brutta gente” è con riferimento a un’impressione estetica, e non “spirituale”. Ho trascurato quei tipici atteggiamenti provocatori, se non patetici, che dovrebbero scandalizzare e che oramai non scandalizzano più nessuno, non mi interessavano, piuttosto cercavo di scoprire quale fosse il sentimento caratterizzante che sembrava aleggiare fra quella folla. Folla che tentava, senza riuscirci, di apparire spontanea e verosimile. Goffe femmine che cercavano di apparire maschi, goffi maschi che cercavano di apparire femmine; individui che sembravano né l’una né l’altro; maschi che ostentavano seni finti di plastica, femmine che con strette fasce tentavano di nascondere i seni; ondeggiare di fianchi da odalische di maschi seminudi e incedere pesante di femmine a imitazione dei maschi; maschi e femmine, finti/e o meno, tutti a tracannare bottiglie di birra, provavano con il semplice espediente di mostrarsi naturali, o trasgressivi. Se i primi “orgogli omosessuali” mi sono apparsi originali, festosi, allegri, spontanei, colorati, quest’ultimo “orgoglio omosessuale” mi è apparso spento. La sensazione prima è che mi stesse sfilando davanti un lungo corteo funebre, appena toccato da spenti colori. Solo verso la fine la sensazione mi è apparsa più chiara: sembrava aleggiare su tutti una cupa “inconsapevolezza della morte”. Il “problema omosessuale” si è acceso per tante ragioni diverse, ragioni di carattere economico, culturale, politico, sociale, di facile analisi. Non ho nessuna intenzione di aprire una controversia, la dialettica che ne seguirebbe sarebbe priva di senso per due motivi. È difficile far cambiare idea quando le posizioni sono più di fede che di ragione, quindi inamovibili, ma soprattutto perché queste poche righe vertono su delle sensazioni, delle emozioni provate da una persona semplice, ma non certo ignara della vita. Quindi, dal mio punto di vista, una cupa atmosfera di decadenza pesava su queste creature convinte di rendere omaggio alla vita. In realtà recitavano una commedia grottesca, ignari di aver fatto carta straccia di quella che sembra essere la principale caratteristica dell’esser vivi, quella di procreare e trasmettere alla generazione successiva il proprio bagaglio genetico. Questo loro rotolarsi nella mota appiccicosa e ottusamente edonista del piacere assoluto, fine a se stesso, questa piena decadenza, fa in modo che si perda il senso dell’esistere, il buon senso dell’esistere. Nonostante gli sforzi intellettuali e scientifici, ignoriamo se la vita abbia un senso o meno. Però, individui capaci di osservare non si sono lasciati sfuggire comportamenti ignorati dai più: quello dei pinguini, per esempio, o delle rondini, oppure delle cicogne, che si sottopongono, da secoli, a grandi sacrifici al solo scopo della riproduzione, senza sognarsi di mettere in discussione quello che stanno facendo. Si potrebbero trarre da queste osservazioni due conclusioni: o non ci poniamo il problema, pensando saggiamente che siamo troppo piccoli, sebbene massimamente arroganti e presuntuosi, per capire, e ci lasciamo dirigere da quelle che sembrano regole valide per tutti; o ci convinciamo che la vita non ha nessun senso, e allora ci lasciamo andare a tutto quello che di mortifero, irrazionale e fatuo ci passa per la testa.  
Liberi di scegliere. Non ci sono azioni buone o cattive, ci sono azioni che hanno delle conseguenze.
Mi son detto poi, un po’ turbato dall’ambiguo pensiero: che cavolo c’entra questo con i problemi di questa povera gente costretta dalla genetica a comportarsi così, che deve gestire quotidianamente un istinto impazzito e una massa d’umani ignoranti che li biasima? Cosa c’entra con i pinguini, con le rondini e le cicogne? A queste domande non so rispondere. Sarebbe troppo facile dire che, se fossero tutti così, saremmo già scomparsi. Troppo facile dire che la grandezza esiste anche in queste devianze genetiche, con esempi di eminenti omosessuali che hanno fatto della sobrietà, dell’equilibrio, e dell’accettazione della loro condizione, motivo di serenità. Troppo facile rispondere che in ogni categoria si nascondono nobiltà e miseria. Troppo facile dire che la “specie umana” è una specie nociva e infestante, e che la Natura troverà presto il modo per liberarsene: forse questo è uno dei modi? Ma, come ripeto, queste poche righe non le ho scritte per risolvere un problema, per ora irrisolvibile, le ho scritte solo per esprimere un’emozione diversa, strana, che mi ha colpito e che ha offuscato con un velo nero una manifestazione che avrebbe voluto, nelle intenzioni, esser di vita piuttosto che di morte.

domenica 5 maggio 2019

I Miserabili



Con questa breve considerazione non voglio recensire il capolavoro di Victor Hugo, ma solo rendere partecipi di una realtà sociale, maggiormente europea, che non mi pare sia stata tenuta nella dovuta considerazione, sebbene sia talmente visibile da risultare imbarazzante. La sensazione che ci fosse qualcosa che non andava nel verso giusto, si è manifestata soprattutto nell'osservare un declino, che si può presentare con molteplici aspetti, della classe politica nel nostro Paese. Questo solo aspetto nazionale, però, non aveva avuto la capacità di riuscire a proporre un’ipotesi credibile. Poi, le elezioni avvenute di recente in Ucraina, sebbene non sia questo un Paese riconducibile alla realtà Europea; la Francia con il suo patetico presidente; i bei volti sorridenti, da attori hollywoodiani, volti da rivista di lusso, splendidi nell'aspetto nobile e curato, così come appaiono i vincitori delle ultime elezioni Spagnole, hanno contribuito a muovere il pensiero dal sospetto alla certezza. Le particolarità, le virtù di una classe politica, in genere sono di solito in sintonia con il momento storico. Se la situazione ha bisogno di individui di una certa levatura, significa che il momento è serio. Se la situazione langue nella routine, significa che il momento non è serio, e può permettersi anche personaggi di scarsa levatura. Riconoscendo come realtà oggettiva che è l’humus sociale a creare i responsabili pubblici, senza andare troppo indietro nella Storia, si può affermare che in Italia, e in Europa, abbiamo avuto, in passato, al di là del bene e del male, personalità politiche che hanno svolto il loro compito contando su indubbie qualità diplomatiche, amministrative e governative. Questi personaggi hanno gestito situazioni caratterizzate, nel secondo dopo guerra, da grandi conflitti, scontri di valori e idee, con conseguenti necessità di controllare masse sociali disordinate, alcune sulla via della consapevolezza. Ossia, in potenza, nella possibilità di prendere coscienza di sé e in seguito gestire la società secondo la loro visione del mondo. Questa pericolosa potenzialità andava controllata, gestita e resa infeconda. L’impegnativo compito è stato affidato dal Potere industriale e finanziario a politici che hanno saputo dimostrare la loro adeguatezza. La “democrazia” e la sua illusoria realizzazione sono state le armi più efficaci per eliminare certe tendenze, così come illusoria è stata la sensazione d’integrazione economica, sociale, politica. Sentirsi partecipi di un progetto che avrebbe dato origine alla piena soddisfazione di ogni singolo cittadino, ha agito come ottimo agente narcotico. Indubbio che i personaggi politici sono stati all'altezza della situazione. Hanno svolto il loro lavoro con efficacia e solerzia, tanto da giungere al successo finale. Da quel momento le condizioni sono cambiate. L’affermazione di una classe sull'altra ha, per forza di cose, posto il problema dell’aggiornamento dei programmi. La “vecchia classe dirigente” non aveva più le caratteristiche adatte per il nuovo corso che andava via via prendendo forma. Allontanata dalla direzione, era sostituita con delle prime forme ibride, che avrebbero rappresentato egregiamente quel periodo di transizione. Profili umani dove coesistevano vecchi e nuovi elementi: da un ciclo di lotta a un ciclo di rimodellamento dei ruoli. Venendo a mancare i “nemici naturali”, industria e finanza, hanno raggiunto una condizione di privilegio tale da poter esprimere, senza più condizionamenti, tutte le loro latenti patologie psichiche ossessive compulsive. Il capitale e il profitto potevano finalmente liberarsi di una mal tollerata spesa sociale, per procedere speditamente verso un accumulo fine a se stesso. La cosa più evidente che abbiamo potuto costatare, è la lenta trasformazione dei comportamenti degli individui/massa, sollecitati con sempre più perfezionate adulazioni a dimenticare, obliare il loro comportamento sociale, per concentrare l’attenzione verso suggerimenti di tipo edonistico. Questo passaggio da uno status di proto-collettivismo a uno di cieco individualismo è avvenuto in modo graduale, senza destare sospetto alcuno, agendo su diversi piani, dalla sofisticata demonizzazione dell’utopia, alle raffinate lusinghe al consumo, alla follia integrazionista multiculturale. La realtà che si è andata realizzando la possiamo distinguere non ancora nella sua completezza finale, ma nel suo buon grado di avanzamento. La realizzazione più rilevante possiamo identificarla nel comportamento degli individui, modificati nella loro quotidianità e nelle loro prospettive di vita. La variazione si può figurare come una graduale perdita di campo visivo. Da un’ampiezza capace di scorgere gli altri, a ciò che avviene intorno, si è ristretta alla sola percezione di sé e delle proprie necessità. Lo stato di disperazione non si manifesta con un volgere lo sguardo all'analisi del disagio nella sua complessità, quanto piuttosto nel cercare di sopravvivere in un habitat di cui se ne ignora la direzione, e si trasforma secondo regole oscure. Il risultato di questo degrado fisico, economico e morale, è un agitarsi affannoso nella costante angoscia di trovare di che vivere, sia essa costituita dalla ricerca di che sfamarsi, oppure dall'acquisto di superflui nuovi prodotti che offre il mercato, oppure dall'affermazione sociale attraverso comportamenti che non si avvertono come riprovevoli. Questa condizione di decadenza, dove non si registrano più grosse tensioni sociali, dove tutto è vita agonizzante, pura sopravvivenza, conservazione, cavarsela o morire, dunque, non ha più bisogno di forme e personaggi preparati a mediare fra potere reale e potere apparente, bensì di personaggi che in sintonia con ciò che li circonda, sono miserabili anch'essi. L’espediente usato delle convenzioni democratiche non ha più ragione di esistere. Il Potere reale non è eletto. Il Potere reale c’è e basta. Le direttive di carattere economico non sono decise dai governi e dai parlamenti nazionali, ma sono soltanto ratificate dai governi e dai parlamenti nazionali. Le leggi sono comandate da organismi sovranazionali, élite, circoli esclusivi, aristocrazie ristrette. Il mondo del lavoro non è più considerato come una classe antagonista con cui confrontarsi, piuttosto come una folla di individui isolati, confusi, da sfruttare a proprio piacimento. La distruzione dell’aspetto comunitario, già così fragile, è ben rappresentata dallo squallore dei politici che si alternano nella simulata conduzione del nostro Paese: miserabili nei Comuni, miserabili nelle Regioni, miserabili nelle Province, miserabili alla Camera e al Senato, miserabili al Governo, miserabili i Ministri, miserabili i Leader di partito, valenti solo ad accrescere le proprie ricchezze, e a ingannare.
Queste condizioni di pochezza sono classiche di certi periodi storici. Poi avviene qualcosa che riattiva le dinamiche sociali. È probabile che questo avverrà di nuovo, sebbene abbia la sensazione che questa che stiamo vivendo sia davvero la fase finale dell’esperienza “Homo sapiens”. Siamo al capolinea, alla fine, perché non sappiamo più esprimere qualcosa di migliore, di superiore, e non abbiamo più la possibilità di tornare indietro e riprendere a percorrere la strada giusta. In genere queste modeste analisi finiscono così, con insopportabili lamentii, senza dare almeno una prospettiva, senza indicare come poter uscire dalla situazione di miseria. Da parte mia non sarebbe poi necessario un granché per porre rimedio al dramma che stiamo vivendo, basterebbe dire la Verità. La reale condizione. Non è difficile. Se un modesto individuo è riuscito a rendersi consapevole, non vedo perché non dovrebbero riuscirci anche gli altri. Il problema è che nessuno è disposto a dire la Verità, perché dirla, significherebbe “far saltare il tappo”, con tutte le conseguenze che questo comporta. E poiché nessuno crede che siamo alla fine, il cerchio si chiude.
Nietzsche dice che l’uomo è qualcosa che va superato; un animale che non ha ancora affinato il suo istinto: ha ragione il Maestro.
Solo dopo di noi comparirà qualcosa di migliore. Forse.

1 maggio 2019
Festa del Lavoro
  

sabato 20 aprile 2019

Forme tollerabili di esistenza




Mi auguro con questa caotica confessione di prestare aiuto almeno a chi si trova nel medesimo stato d’animo. Volevo precisare, a chi interessa, sospetto quindi a pochi o a nessuno, che la mia posizione in fatto di “consumo di carne animale” è assai complessa e conflittuale. Non sono vegano, né vegetariano, mi definirei piuttosto un semivegetariano, poiché consumo con crescenti sensi di colpa pochissime “specie animali”. Non credo che forme di fanatismo controproducente possano risolvere il problema, il problema non è tale se osservato dalla parte della Natura. I predatori cacciano e uccidono per mangiare: un Gatto o una Tigre vegana mi appaiono difficili da immaginare. Credo invece di assoluta immoralità e crudeltà il sistema della “produzione intensiva” della carne, e dei suoi derivati. Tuttavia, credo che questo sia un tema non stralciabile dal grande discorso del sistema capitalistico consumistico. Se il paradigma di una società è il profitto, tutta la società sconta le conseguenze di questa malattia psichica. Persone malate di mente non possono prestare attenzione a sofferenze e dolori altrui, sia essi animali sia essi esseri umani. La mostruosità da eliminare, con le buone o con le cattive, sono dunque le produzioni intensive che riducono esseri viventi a pure esteriorità insensibili.
Vendere bistecche di maiale/vitellone/pollo a pochi euro il chilo è crudele e immorale.
Dunque, bisogna riportare la produzione a livelli di tollerabilità, realizzata da umanità responsabile e consapevole delle sofferenze. Riportare la vita di queste Creature a una forma ammissibile, accettabile, tollerabile di esistenza. Se questo poi dovesse comportare un aumento dei costi, tanto meglio, poiché significherebbe riequilibrare le abitudini alimentari di un homo sapiens sempre più grasso, flaccido, bulimico, incapace di sopravvivere e riprodursi, corrotto nei sensi, inebetito e ridotto a vuoto consumatore moribondo di animali morti fra eccessivi patimenti.

giovedì 21 marzo 2019

Quel che resta del Salvini


La dove regnano i “democratici” c’è la rapina autentica e senza fronzoli. La conosciamo la vera natura del democratici.

Lenin – 30 agosto 1919 – Fabbrica Michelson – Pietrogrado

Ho cercato di riflettere su alcune cose che mi piacevano di Salvini. Così, superato un naturale rifiuto ho cercato di indagare, nel tentativo di svelare cosa ci fosse oltre. Poco o nulla apprezzo delle posizioni politico/economico/sociali, se mai ne avesse di sue; mi ha stupito invece ascoltare che sembra consapevole delle nostre mancanze culturali. Ma la specificità più interessante, vista la prima concordanza di vedute, è stata la problematica dell’immigrazione.
L’impegno a fermare il flusso di migranti l’ho trovato apprezzabile: un raro istante di consapevolezza in un mare d’ipocrisia e interessi commerciali. L’immagine offerta è stata quella di una persona informata che il fenomeno avesse scopi occulti, diversi da quelli sbandierati. Non mi è piaciuto il consiglio di “aiutarli a casa loro”: neanche per sogno, è sempre neocolonialismo, sono loro che devono muoversi e appropriarsi di quello che ritengono utile allo sviluppo. Accanto a certe note positive, tuttavia, ho voluto approfondite delle perplessità. In Italia, si dice, ci siano cinque milioni di immigrati regolari, e non si sa quanti irregolari. Questi migranti occupano spazi lavorativi nei settori più disparati. Come mai Salvini apprezza i migranti che sono già in casa, mentre non apprezza quelli fuori di casa? Prima stranezza. Abbiamo più di cinque milioni di disoccupati e cinque milioni di immigrati, regolari, che occupano posti di lavoro. Seconda stranezza. Secondo lui dovremmo dare credito alla storiellina dei “lavori che non vogliono fare gli Italiani”.Terza stranezza. E come mai il nord est industriale è così stracolmo di migranti? Quarta stranezza.
Non è stato poi difficile elaborare queste e altre notizie/informazioni per arrivare a una possibile conclusione. La realtà è che il buon Ministro ha fatto solo ciò che si doveva fare, quello che il programma stabilisce. Per mantenere in buona salute capitale e profitto, in questa fase, non è più necessario un eccessivo flusso di migranti, soprattutto dal sud del mondo. Salvini sa bene che gli industriali da lui rappresentati hanno avuto necessità di mano d’opera a basso costo, con la conseguente rovina della classe operaia nazionale. Per mantenere bassi o bassissimi i salari, sono necessarie varie ingegnose strategie, con continui adattamenti alle situazioni in rapida evoluzione. Come quella di evitare di monopolizzare il mercato con manodopera di un’unica etnia, perché è la pluralità, le masse non omogenee che sono portate naturalmente a mettersi in competizione fra loro (conflitto orizzontale), evitando di entrare in conflitto con i datori di lavoro, (conflitto verticale). Dunque, in base a ciò, i flussi da sud diminuiscono, mentre i flussi da est si intensificano. Di fronte a tali realtà, che sfuggono o non interessano, c’è da prendere atto che l’immagine politica, anche la sua, non  è che un’artefatta rappresentazione. Oltre, c’è la pura continuità di un rigoroso disegno egemonico. Il povero Ministro non è colui che vuol salvare la patria da invasioni selvagge, perché questa invasione è già avvenuta, o deve avvenire con altre forme, e con il consenso dell’intero schieramento politico. Invece di “chiudere la stalla quando già sono scappati i buoi”, si è badato a chiudere la stalla piena di una particolare specie di “buoi”. L’importante è avere un tasso di disoccupazione utile a mantenere un “esercito salariato di riserva”, non tale però da provocare disordini o movimenti di massa e, nello stesso tempo, disseminare una micro criminalità quotidiana, così da focalizzare l’attenzione sulla propria sicurezza personale ed evitare fastidiose intromissioni nelle problematiche sociali.
Queste semplici analisi hanno disegnato una figura diversa da quella che appariva. Solo un semplice ricambio di personaggi che devono assolvere al ruolo di imbonitori, adeguati al momento e allo scopo.
Salvini non propone un diverso sviluppo sociale, è sempre il solito caduco strumento adeguato a una rigorosa continuità, a un disegno politico/economico/sociale. Una volta svolto il suo compito, riempiti i suoi “sacchi”, farà spazio a un altro personaggio, così come si sono alteranti tanti commedianti prima di lui.
In realtà per cambiare le cose, sarebbero necessari altri Uomini e altri provvedimenti, sappiamo bene quali sono, ma la cosa, adesso, non avrebbe più senso alcuno, poiché sarebbe solo allungare un’agonia irreversibile.
E questo non è solo crudele, ma anche sciocco.