Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

Il grido di dolore

Fra i tanti articoli apparsi su quotidiani e settimanali, in occasione dell’annuale “Fiera del libro di Torino”, inerenti alle problematiche commerciali che i nostri editori sono costretti ad affrontare in questo triste momento di crisi, due in particolare hanno attirato la mia attenzione. Scritti dal giornalista Stefano Salis, sono stati pubblicati entrambi sul supplemento “Domenica” del Sole-24ore.
Di fronte all’evidente e tragica mancanza di crescita del prodotto libro, fra le constatazioni d’interesse e disinteresse, di successi e insuccessi, spicca, appunto, il grido di dolore degli editori.
Sciagurate mancanze di possibilità, non hanno consentito di approfondire l'intervento del signor Motta (presidente degli Editori) e del signor Ernesto Ferrero (direttore editoriale della Fiera).
Nell’esprimere l’amarezza per una mancata visita ministeriale, il signor Motta, fra le altre cose ha detto: “Gli editori sono degli imprenditori. Devono far fronte innanzitutto alle richieste del mercato. Poi possono occuparsi anche di far crescere la qualità e la domanda: ma questo in realtà non è il nostro compito…”
Sempre sul tema il signor Ferrero esprimeva invece: “Esiste un pubblico potenziale che non riusciamo a raggiungere.”
Dunque, davanti alle tribolazioni queste le voci, questi gli interventi.
Sulle affermazioni del signor Motta, mi rendo perfettamente conto della difforme statura, in conoscenze, esperienze ed impegni, che dividono le nostre vite, e con molta, molta, molta umiltà e decenza, accetterei la tesi della figura dell’editore imprenditore, rammentando appena la vita e l’opera del signor Elio Vittorini, sconfitto anch’esso, che, rivoltandosi nella tomba, definirebbe forse mostruosa l’affermazione, suppongo.
Non sono in condizioni né ho le capacità, dunque, per mettere in discussione le convinzioni personali dei Grandi, che hanno origine poi da un punto di Forza e di Potere: con i propri soldi ognuno fa quello che vuole!
Vorrei solo rimarcare un’evidente contraddizione che nuoce all’immagine e alla credibilità.
Se il lavoro dell’imprenditore editore è solo quello di “… far fronte innanzitutto alle richieste del mercato.” E se “Esiste un pubblico che non riusciamo a raggiungere.” Questo significa, avvalendosi di un minimo di buon senso, che i nostri Editori non sanno fare bene il loro mestiere, neanche seguendo alla lettera una filosofia liberamente scelta, deleteria per la Comunità, ma legittima, per questo tipo di società.
Sarei stato felice di leggere qualche abile parola atta a sanare la frattura, ma ahimè, per ossequio o difetto, nessuno si è preso la briga di porre domande o chiedere delucidazioni in merito, o forse, sarebbe più corretto affermare che a nessuno sarebbero mai interessate espressioni di pedante chiarimento.
Fin da bambino, scuole elementari, so che sono necessarie tre analisi prudenziali, prima di azzardare una qualsiasi affermazione: primo, appurare che abbiamo ben ascoltato le idee degli altri; secondo, verificare che la lingua sia collegata al cervello; terzo, contare fino a dieci, per un ultimo necessario controllo a conferma della sensatezza di quello che diremo.
È sospettabile che queste semplici regolette non siano patrimonio comune, e neanche appartengano a chi una società infetta attribuisce Prestigio e Grandezza.
Purtroppo, i conti tornano, e senza contraddizioni, se riusciamo ad intravedere un brano di verità, oltre l’istituto pianificato della menzogna.
Oscar Wilde, in un celebre aforisma diceva, più o meno: “Una volta i libri li scrivevano gli scrittori e li leggeva la gente; ora li scrive la gente e non li legge nessuno.” Era il fine –800, era il suo tempo.
Oggi non si ascoltano più i capricci del pubblico, i gusti del pubblico sono un progetto; ma anche qualora così non fosse, ogni opera ha il dovere di sospingere la società verso una crescita culturale e umana, e mai va cosparsa sulla decadenza e la povertà.
Nel mio piccolo viaggio nel mondo dell’editoria, ho raccolto alcune esperienze, certo soggettive, ma certo comuni a tante altre mute esperienze, sinossi della malattia.
“Oh, se conosci quel tal onorevole ora… se avessi accettato quella corruzione sessuale… se avessi chinato la testa davanti agli ammaestramenti impartiti dall’illustre direttore editoriale che mi diceva «… da anni e anni non leggo una sola riga dei libri che stampo!»… E se avessi capito il significato di quella affermazione? «Non leggiamo e non pubblichiamo manoscritti inviati dagli autori, abbiamo i nostri canali privilegiati!»… È vero! Se avessi dimenato la coda dietro l’affermato scrittore che ha dimenato la coda dietro l’affermato scrittore, che ha dimenato la coda dietro…”
Proposte? Sì, alcune, e molto semplici!
Codici Morali di comportamento. Sostituire al profitto individuale la crescita della Collettività. Autocritica. Ramazzare dai cataloghi balordaggini nazionali e internazionali. Emarginare l’uso dei programmi di scrittura computerizzata, generatori autonomi di testi. Limitare la prassi dell’editing coatto. Privilegiare la Qualità e il Valore, coltivare le Capacità.
Infine un consiglio minimo: leggete voi stessi ciò che stampate, magari senza morire di noia, o di vergogna!
15 giugno 2005



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