Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

sabato 24 giugno 2017

LA GRANDE STRATEGIA DELL’IMPERO EUROPEO


                                                                               



Non c’è dubbio che la costruzione di un Impero definito, stabile, autonomo, operante come se fosse destinato a vivere per sempre, non è impresa facile. La Storia ci insegna questo, sebbene quella che ci propinano non appare pervasa di troppa “verità”, quanto piuttosto zeppa di menzogne, approssimazioni, opinioni divulgate da “liberi arbitrii retribuiti” assai discutibili, spesso collegati a necessità impellenti del Potere. Tuttavia, avendo un buon Sistema per interpretarla, una filosofia che sia il più possibile vicino alla propria sensibilità, e mettendoci anche una dose di “buon senso”, si può affermare che qualcosa fra l’approssimativo e l’inequivocabile si può trarre da tante parole scritte. Di Imperi ce ne sono stati molti. Hanno avuto un periodo di splendore diverso secondo le proprie aspirazioni e forza. Spesso la tendenza è stata quella di uniformare le varie eterogeneità, con mezzi che sono stati a volte crudeli sul “corpo”, a volte crudeli sullo “spirito”, o entrambi. Ossia, una ricercata perfetta alchimia di iniziative credute necessarie, in sintonia con l’universale “volontà di potenza”. Ma le vicende della Vita, si sa, di continuo sfuggono al controllo. Le nobili aspirazioni totalizzanti cedono sovente il posto alla “corruzione”, che sembra un elemento al di sopra e al di là della nostra personale antipatia nei confronti del caos. Questo per dire che una cosa è quello che vorremmo che fosse, un’altra è quella che è. La grandezza o la miseria di un Sistema dipendono da quella Darwiniana capacità di adattamento, che è una semplice “applicazione” dell’immenso e sconosciuto programma universale della Vita. La Classe Borghese, quella che una volta si indicava come Capitalista, oppure meglio Padroni, da questo punto di vista è riuscita ad adattarsi meglio, con un’ottima dose di trasformismo che gli consente da secoli di governare, non senza tribolazioni e patimenti, secondo ciò che gli detta il proprio bisogno economico, i propri ridotti codici etici, la propria malattia genetica e il drammatico disturbo ossessivo compulsivo volto all'accumulazione. Se, per esempio, poniamo l’attenzione sulla diffusa praticata dell’eliminazione fisica di chi non è in armonia con lo sviluppo degli eventi, vediamo che non si è perso troppo tempo a sterminare un Gruppo, una Etnia, dei Sovversivi. Non è questa la sede per approfondire il vasto tema, non ne sono all'altezza, né è intenzione di questo breve scritto definire Bene e Male di tali manifestazioni. Vorrei solo insospettire il lettore mostrando alcuni dubbi, e alcune certezze, che potrebbero illuminare un quadro per ora solo intravisto.
Alcuni Imperi si sono retti ricorrendo, oltre che al consueto uso della Forza, anche sfruttando il fattore religioso. Una credulità che ha impedito di porsi la domanda se la struttura fosse o non fosse di per sé più adatta alle proprie esigenze e bisogni. Così è sempre stato, così è, così sarà. Ognuno ha un ruolo e una posizione immutabile. Sono strutture sociali dove nessuno si è mai domandato “Perché?”, o almeno sono davvero stati pochi a domandarselo, e per questo non hanno dato troppo fastidio, non hanno fanno carattere. Quando le posizioni all’interno di una comunità non sono messe in discussione, tutto procede per il meglio. Quando però dubbi, domande e perché entrano prepotenti nelle menti, quando alcuni individui pensati diffondono incertezze, quando infine sono in molti a mettere in discussione quello che è sempre stato, il sistema inizia ad avere delle vibrazioni, delle serie problematiche da risolvere. Le forme che consentono di ritornare a una relativa calma sono sostanzialmente tre: la corruzione dell’oro, la minaccia delle armi e la religione. Questo per dire, semplicemente, che ci sono semplici e antichi mezzi per zittire dubbi e domande. Anche il Capitale li ha usati. Ha concesso diritti sociali, diritti del lavoro, ha inserito in un tipo di sviluppo, ha adattato le religioni alle esigenze, tante volte ha represso.
Mettendo a fuoco fatti prossimi a noi, verso la fine dell’ottocento le Potenze Europee si sono impegnate in una prova di forza a livello mondiale che ha avuto delle conseguenze sugli equilibri sociali. Il super sfruttamento della Classe operaia, accanto al secolare sfruttamento delle masse contadine, ha creato un particolare humus che li ha sospinti verso una parziale consapevolezza. Risentimento e rabbia hanno trovato il sostegno di una Teoria, un'aspirazione al meglio dai contenuti Utopistici, ritenuti prossimi a realizzarsi. Le continue agitazioni sviluppavano paure, creavano un atteggiamento negativo verso quelle Classi all’apparenza minacciose. Per risolvere le fastidiose discordie si è ricorso a soluzioni estreme.
La Prima Guerra Mondiale è scoppiata per diverse ragioni, la famosa alchimia di fattori: la spartizione commerciale dei mercati, protezionismo e dazi doganali, ultima guerra Dinastica, ma principalmente si è fatto ricorso a questo mezzo estremo per farla finita con quella che appariva come una massa troppo agitata e creduta prossima a una Rivoluzione Mondiale.
Con un semplice alleggerimento di quindici milioni di individui si è raggiunta una nuova stabilità. Non si può dire che questo sia stato l’unico sterminio di massa che “l’uomo” ricordi… figuriamoci. Ora le condizioni sono diverse, soprattutto dopo un’esperienza che ha mostrato la difficoltà oggettiva a costruire un modo di vivere alternativo al “capitalismo”. La vittoria dei “ricchi” sui “poveri” ha diffuso l’idea di una non indispensabilità di certe “conquiste” che hanno fiaccato, spezzato, umiliato la volontà di volare di un’intera Classe. Da quel momento preciso si è disegnato un quadro, che a tappe forzate dovrebbe condurre a una distinzione di ruoli che si considera naturale conseguenza di un divenire, sebbene sia, in realtà, uno status indicativo di un ultra sfruttamento che ha fondamenta nel passato. Le masse non fanno più paura, sono state vinte, annientate, con la guerra, il terrore, il “terrorismo”, da sempre efficace risorsa dei soliti “servizi segreti nazionali/internazionali”; dalla micro criminalità, tollerata e incoraggiata, tanto per far sentire continuamente in pericolo di vita, così da badare più alla propria incolumità fisica che ad altre problematiche sociali. Metodi vecchi come il mondo, sempre efficaci. Quei pochi che riflettono e hanno capacità d’analisi non danno nessun fastidio, le micro minoranze riottose, vivono isolate, emarginate, frustrate. Tanti migrano e vanno via nella speranza/illusione che altrove sia diverso. Il quadro si perfeziona. La concorrenza economica con altri Imperi è la ragione apparente, il giustificativo da cui si sviluppa la visione d’insieme, l’archetipo da costruire.
Le diverse nazioni europee creano un centro di direzione unico. Sviluppano un programma economico. Stabiliscono categorici vincoli di legge e di rappresentanza politica. Pianificano un unico modello di organizzazione sociale: una ristretta Classe di padroni, una contenuta casta di lacchè dei padroni, un’ampia categoria di schiavi/salariati che ritengono enorme privilegio la pura sussistenza, assediati da una considerevole massa di creature che vivono ai margini: uno sterminato “esercito salariato di riserva”, il cui scopo è la sopravvivenza, e il salto di Classe come aspirazione, ambizione alla riduzione in schiavitù.
Questo Disegno, sebbene appaia complesso, in verità non lo è. Piuttosto è il tempo necessario alla sua realizzazione e le inevitabili difficoltà risolvibili che intervengono a misurare gli interventi e adattarli alle circostanze. Che alcune Nazioni Europee siano oramai sulla buona strada per essere considerate in armonia, sottomesse al Disegno è cosa evidente. La totale assenza di rivendicazioni e di movimenti antagonisti è sintomo di morte certa. Altre Società, come la nostra, hanno bisogno di più attenzioni. Le particolarità che mi hanno suggerito questa “grande strategia imperiale” sono molteplici. La riorganizzazione di realtà economiche piccole, medie e grandi. Il ridimensionamento del “valore lavoro". La disparità di condizioni economiche. L’accumulazione di ricchezza. L’enorme “utile d’impresa”. L'incontrollato plusvalore. Infine, il ricorso a una riforma della realtà religiosa, per una “civiltà cristiana” non più adeguata alle nuove esigenze. Un avvicinamento e successivo patto compromissorio fra ebraismo-cristianesimo-islamismo, con una potente prevalenza di quest’ultimo, per sua natura più adatto allo scopo (Islam, sottomissione, abbandono, consegna totale di sé a dio). Ma in particolare dei piccoli elementi mi hanno suggerito che la fugace intuizione non era peregrina: la demonizzazione delle opinioni non in sintonia, ovvero le Verità per Legge, l’importazione di schiavi, il “reddito di cittadinanza”.
Le Verità per Legge sono cose piuttosto comprensibili: l’olocausto, il riscaldamento globale, le vaccinazioni, sei un criminale se le neghi. Per quanto riguarda l’importazione di schiavi, anche qui districarsi nel mare di menzogne e di falsità è stato piuttosto facile. È il sospetto a proposito del “reddito di cittadinanza” che mi ha costretto a riflettere con maggiore ostinazione.
Per quale motivo questa elemosina sociale dovrebbe essere la prova provata che c’è un Disegno preciso dietro ciò che appare invece come una semplice iniziativa sociale?
Che un certo “Movimento” politico, creato da società per azioni ambigue, sia stato la forma migliore che il Potere ha trovato per indirizzare il malessere che serpeggiava nel Paese, è cosa oramai chiara. Non chiara era la ragione per cui con ostinazione il Movimento stesso abbia per primo proposto quest’obolo pietoso. Rivelatrice è stata la notizia che la stessa UE, tanti anni fa, aveva invitato gli Stati membri ad adottare il “reddito di cittadinanza” definito come “elemento qualificante del modello di Europa Sociale”. Dopo la direttiva, quasi tutti gli Stati si sono uniformati, creando quindi un'armoniosa Classe di sottoproletariato passivo; da noi, e pochi altri Paesi, la direttiva non è stata applicata. Evidente che l’iniziativa deve essere proposta, digerita e metabolizzata con linguaggi e comportamenti che suggeriscano alle “masse” l’idea di una conquista sociale. Ossia, con l’astuzia si è pensato di usare una propria creatura, in apparenza alternativa, per promuovere un elemento del futuro Sistema. L’evidenza che l’elemosina sia stata da prima osteggiata fieramente, poi pian piano sia entrata fra le ipotesi possibili di tutte le bande politiche, è stata la ricercata conferma. In prospettiva, quindi, includeranno tutti i servizi sociali, sanità, pensioni, scuole, nell’assegno mensile comprensivo di tutto.
La “grande strategia dell’Impero Europeo” naviga su solide basi di programmazione e assenza di dissenso, sfruttando ogni elemento che in apparenza, alla futura sterminata massa di schiavi e parassiti, apparirà come una conquista, e come l’unico modo di Vita possibile.
Come salvarsi da tutto questo? Semplicissimo. Convincere quel lavoratore tedesco dell’est che nel novembre 1989 ha creduto che “finalmente avrebbe mangiato frutta esotica”, che in verità per una papaya ha rinunciato a un “paradiso terrestre” costruito con tanti sacrifici, soprattutto di vite umane, da veri Uomini, e non da dio.


giovedì 2 marzo 2017

LA GUERRA DEI MONDI

                                       

       Nessuno ha mai capito niente delle donne, perché non c’è niente da capire.

                                                                                            Friedrich Nietzsche

Devo confessare che per molti anni, compresi fra infanzia e prima adolescenza, non vedevo il mondo femminile come un mondo a sé, separato e misterioso, era solo un modo diverso di essere, con le sue regole, riti, chiare e importanti funzioni. Questa realtà non mi creava troppi problemi ed era ben integrato nella quotidianità. Le cose sono iniziate a cambiare quando si è presentata la necessità di trovare una “Compagna” per condividere la vita, così da rispettare la Natura che da sempre, d’improvviso, accende tormenti che sembrano poi essere soltanto dei subdoli espedienti per assicurare la continuità della specie. La cosa non è stata così drammatica come tanti la disegnano. Succede a molti d’incontrare subito la persona giusta. Per me è stato così. Con Lei non ci sono stati grossi problemi, solo un po’ dovuti all’inesperienza, un po’ con i genitori, un po’ per la peculiare bestialità che caratterizza noi “maschi”. Aspetti sgradevoli che Lei ha immediatamente messo in chiaro e smussato a dovere, plasmandomi come meglio ha creduto. Un delizioso assillo quotidiano.
Dunque, questo breve articolo non parla di fantascienza, come suggerirebbe il titolo, rubato dal famoso romanzo di H. G. Wells, ripreso poi in chiave becero antiComunista nel film omonimo del 1953, regia di B. Haskin. Queste poche parole avrebbero l’intenzione, forse meglio l’illusione, di contribuire a rendere meno oscuro il tema dell’oggettiva incompatibilità fa Uomo e Donna. No, questo è eccessivo, meglio dire incomprensibilità fra “maschi” e “femmine”, una certa mancanza di chiarezza che caratterizza determinati rapporti umani.
Devo dire che l’argomento non mi è mai interessato troppo. La “femmina” che ho incontrato da “piccolo” è stata l’unica a monopolizzare per tanti anni l’attenzione. Oggi è più o meno la stessa cosa. Nonostante ciò, oltre la sfera protettiva inconsciamente creata, il mondo fuori esiste e, bene o male, con esso ho dovuto e devo fare i conti. Un mondo invadente, subdolo, malvagio.
L’impressione che le cose fossero diverse da come le avevo in modo innocente archiviate, ricorrendo alle limitate conoscenze, è sopraggiunta per caso, sfogliando una rivista, in un momento di colpevole leggerezza, rivelatasi fatale. Fra le pagine c’era un articolo, con relativo servizio fotografico di un personaggio dello spettacolo noto: Alessandro Gassman, figlio di un altro personaggio dello spettacolo notissimo. Le foto dell’attore mi hanno suscitato uno spontaneo moto di sorpresa. “Poveraccio…” mi sono detto, “ma è proprio brutto brutto, povero disgraziato. Com’è stata possibile questa sciagura. I genitori mi sembra che fossero persone piacevoli. Bah, vai a capire la genetica.” Ho concluso ignaro.
La sera stessa, a cena, così per parlare di qualcosa, ho portato a conoscenza mia Moglie e mia Figlia della curiosa constatazione del mattino.
Non avrei mai immaginato che quest’osservazione avrebbe spalancato per me le porte dell’Inferno. Mai immaginato che “l’errore” mi avrebbe indirizzato verso un sentiero disseminato d’inquietanti misteri.
“Brutto!” Mi hanno aggredito entrambi con gli occhi fiammeggianti d’odio. “Gassman brutto? Ma sei diventato scemo per caso.” Inutile, a questo punto, è risultato il patetico tentativo di contestualizzare la sensazione. Sono stato redarguito a colpi d’inequivocabile “invidia”, di chiara “insensatezza” e lampante mancanza di “senso estetico”, tutte cose di cui, senza saperlo, sarei affetto. Ho capito piuttosto in fretta, per mia fortuna, che non era il caso di continuare sulla strada della “tesi, antitesi, sintesi”, poiché questa antica forma di discussione è valida solo fra maschi. La drammatica esperienza mi ha fatto intuire che, probabilmente, l’idea di bellezza e bruttezza è un concetto variabile. Che tanti altri fattori ci differenziano, tanto da oscurare non solo i risultati ma anche le fonti, ossia istinti, emozioni e sensazioni che fanno maturare le differenze.
Invitato a valutare con più equilibrio e sensatezza, l’ulteriore indagine non mi ha fornito elementi nuovi, nessuna variazione di giudizio, nessun rivelato impulso negativo nei suoi confronti: per me Alessandro Gassman era e resta un mediocre attore, simpatico, cordiale, ma decisamente “brutto poveraccio”. Non posso farci niente.
La scoperta non ha cambiato la mia vita, certo, però ha generato una sorta di nuova diffidenza verso questa spesso sacralizzata “altra metà del cielo”. Uno stimolo a considerare in modo diverso, più approfondito, con valutazioni diverse l’universo femminile. Ho archiviato l’episodio solo momentaneamente, ignaro che il tempo mi avrebbe portato altri elementi utili alla comprensione, elementi che potrebbero apparire estranei al discorso.
Chi si impegna in qualche forma d’arte sa bene che l’ispirazione, ossia quell’improvvisa luce che si accende sotto forma di opera letteraria o dipinto, oppure scultura, è davvero qualcosa di misterioso. Sono state scritte pagine e pagine su quest’argomento, tante ipotesi, ma la “verità” non è mai stata neanche sfiorata, mi sembra. Analogo discorso per l’intuizione, ancora nessuno ha fornito efficaci spiegazioni, c’è chi la crede addirittura opera di dio… dio, ma figuriamoci! Va da sé, però, che fra chi studia per trovare risposte alle tante domande, questo improvviso accendersi di una luce, lì dove c’era buio pesto, solo un groviglio di dubbi, ha davvero del miracoloso. Non si sa perché ma succede. Queste intuizioni sono avvenute più volte nella mia vita. Nel caso in questione è avvenuta mentre passeggiavo, cercando di sciogliere l’ansia dovuta a una faccenda che sembrava minacciare il mio oramai limitato futuro. Avevo avuto una violenta discussione con una “persona cara”. Niente di drammatico, per carità, ma le sue posizioni mi apparivano talmente indecifrabili che il tentativo di comprensione lo avvertivo superiore alle mie capacità. Come faccio sempre in questi casi ho chiesto aiuto a dei riferimenti affettivi. I loro contributi, tuttavia, sebbene sinceri e preziosi, non mi pare che contenessero argomenti validi a dipanare la matassa d’inconciliabilità che pesano sulle scelte della “persona cara”. Accanto a ciò, un’altra esperienza condizionava la mia vita. Alcuni comportamenti, argomenti, posizioni teoriche e pratiche cui avevo affidato il compito di chiarire il mio pensiero, sembravano disturbare una contenuta platea di persone. Sebbene afflitte da svariate problematiche portatrici di ansie e sofferenze, le loro analisi mi apparivano troppo superficiali, inefficaci a risolvere tali tormenti. L’argomento più semplice e immediato, ossia l’analisi delle difficoltà, come di solito avviene fra persone consapevoli, non aveva portato a sostanziali risultati. La sensazione che ci fosse un “qualcosa” che impediva alla logica di trionfare era palese, sebbene quel “qualcosa” fosse di difficile identificazione.
Per quale motivo in altre situazioni analoghe le cose hanno sempre avuto esiti felici e senza intoppi, mentre in queste situazioni no?
Mai avrei immaginato che quelle complicazioni fossero l’annuncio di un temporale di proporzioni considerevoli. Da quel momento in poi le cose non hanno fatto che peggiorare. Senza rendermi conto delle conseguenze immediate di questo non intendere, la sensibilità verso tutta una serie di sottolineature che casualmente si andavano accumulando su di me, sul mio modo d’agire e di pensare, diventavano sempre più condizionanti.
Piano piano, dubbio dopo dubbio, ho iniziato a posarmi sul viso insospettate maschere d’eccessive cautele, prudenze, irresolutezze che impedivano di comportarmi come di solito ho sempre fatto. Quella persona si offenderebbe se parlo in un certo modo. Quell’altra è sensibile a particolari argomenti. Un’altra si chiude in se stessa se parlo dei suoi problemi. Poi c’è quella a cui appari poco educato… quella che ti sente distante… quella che ti ha allontanato in malo modo.
“Tu hai dei problemi amico mio!”. “Non ti rendi conto di quello che dici!”. “Ma no, non ti è mai importato molto di me!”. “Beh, io sono così, se pensi di adeguarti bene, altrimenti…”. “Con simili idee con me hai chiuso!”. “Esci in fretta da quest’aula, tu non sei adatto a partecipare…”. “Guarda di non dire più quelle cose!”
Con questo variegato bagaglio di reazioni, quasi tutte con aggressivi punti esclamativi finali, la mia già scarsissima autostima sembrava navigare su un mare di rovine.
Come mai, giunto all’età senile con la convinzione che non potevo ritenermi un individuo così spaventoso, imprevista arriva la crudele correzione che invece lo sei?
Questa era la domanda a cui non riuscivo a dare risposta. Tutta una vita spesa nel tentativo di migliorare, correggere, superare se stesso, poi d’improvviso arriva il crollo dell’oramai assiomatica persuasione.  Quest’ipotesi mi lacerava in modo tale da fissarmi come fossi diventando pazzo.
No, neanche la Compagna di tutta una vita mi era d’aiuto, in questa circostanza. Anzi, nell’ultima occasione prima della liberatoria rivelazione mi aveva rimproverato dicendomi: “È colpa tua, avresti dovuto capire subito!” Con riferimento a un foglietto pubblicitario che garantiva un servizio poi rivelatosi falso. Come? Il foglietto racconta bugie ed io sono colpevole di non averlo capito? Non sarebbe più logico dire che il messaggio è opera di “una” poco di buono?
È la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Ricordo bene dov’ero quando la salvifica intuizione mi ha svelato, sollevandomi prontamente dall’affanno, che tutte le situazioni che stavo vivendo avevano un dato comune che non ero riuscito a cogliere. Ero seduto sulla panchina di un parco pubblico. Un attimo in cui il sole aveva fatto capolino fra le nubi. Una luce: non mi ero accorto, non mi ero reso conto che tutte le situazioni ambigue che stavo vivendo, che si erano in modo sinistro accumulate in così poco spazio di tempo, erano tutte originate da rapporti con “femmine”.
“Accidenti!” Ho sussurrato stupito e sorpreso. Come ho fatto a non individuare subito questo evidente elemento. In un attimo ho provato il medesimo piacere provato da tanti individui assai più grandi di me, confortati da analoga esperienza. I conflitti e le conseguenti pene erano dunque provocati da problematiche importanti, senza dubbio, la cui soluzione però l’avevo affidata a consuetudini che sono valide nei rapporti fra “maschi”, non fra “maschi” e “femmine”. Mi sentivo d’improvviso sollevato. Le tante figure che avevano complicato la mia vita, mettendo in crisi addirittura vecchie certezze, in un istante erano diventate una semplice constatazione. Sempre a corto di autostima, per una conferma, ho pensato di riferire l’esperienza e la relativa intuizione a un amico fraterno. Amico fraterno cui la quarantennale conoscenza dei miei pregi e dei miei difetti l’ha portato ad apostrofare con amorevole comprensione la mia inesauribile ingenuità.
“Ma è sempre stato così.” Mi ha detto con un benevolo sorriso sulle labbra.
“Beh, può essere che sia sempre stato così, tuttavia io non mi sono mai accorto che fosse del tutto impossibile capirle.”
Come in genere si fa, successivo alla rivelazione, ho tentato un approfondimento ricorrendo alla ragione. Non riuscivo a rassegnarmi. Una cosa era certa, la difficoltà era davvero evidente solo con “femmine”; nonostante cercassi nel mio passato un’analoga esperienza con “maschi” proprio non riuscivo a trovarlo. Dovevo per forza accettare l’evidenza. In seguito mi sono venuti in mente altri elementi utili da valutare in modo diverso. Per esempio avevo notano, ma non tenuto conto, di quel diverso modo di comportarsi in un supermercato. I “maschi” in genere camminano dritti per la corsia centrale, quando scorgono l’oggetto di loro interesse si inoltrano fra gli scaffali, si soffermano un istante, esaminano, poi tornano nella corsia contrale. Un’immaginaria linea retta, dunque, guida i loro gesti. Le “femmine”, invece, non seguono affatto questa prassi. Escono dalla corsia centrale per inoltrarsi fra gli scaffali disegnando una linea contorta, tanto da perdersi fra le diverse merci e non far più ritorno. Solo in quel momento mi rendevo conto delle tante volte in cui la mia Compagna, durante le nostre spese, l’ho considerata persa, preda anche Lei della “congenita linea contorta”.
La rivelazione produceva inevitabili conseguenze. Preso atto che il mio comportamento si stava inconsapevolmente modificato. Riuscendo a identificare che i conflitti erano generati da un irrisolvibile conflitto già individuato e analizzato senza soluzione alcuna da tanti Maestri. Assodato che il disagio si traduceva in una modifica dei propri comportamenti, sembrava evidente che la soluzione escogitata dall’istinto era del tutto inadeguata. Questa nobile dinamica è valida se lo “smussarsi" è preceduto da una reale scoperta di proprie manchevolezze. Questo significa crescere e migliorarsi, e questo sprone è validamente indotto soprattutto dalle Donne. Ma quando il modificare i propri comportamenti è dovuto a una rinuncia alle proprie idee e alle proprie valutazioni della realtà, allora questo non è crescere, ma un modificarsi senza carattere, un difettare di una propria “verità”, un essere privo di un nostro personale “bene e male”. Riuscire a intuire tramite un’ispirazione che le cose si trovano in certo modo, risolve un’inquietudine ma non risolve il problema, proprio perché il problema è irrisolvibile. Scoprire che le “femmine” geneticamente sono portate alle lunghe riflessioni e difettano di decisione è un fatto. Come scoprire che i “maschi” sono portati a decidere senza riflettere troppo è un altro fatto. Ovvio che queste predisposizioni se controllate producono cose buone, se mal controllate producono cose cattive. Personalmente in questa fase della Vita l’esperienza mi ha portato a dover valutare i singoli rapporti e le singole problematiche, nel tentativo di scoprire quali sono le modifiche possibili e quelle assurde, ben consapevole, questo sì, che corazze comportamentali e violenze alla propria natura caratteriale e alle proprie risorse intellettuali portano a ben conosciute e sperimentate dure conseguenze. E allora, se un difetto va senz’altro corretto, un’opinione ben motivata va difesa, con ostinazione se occorre, anche a costo di risultare sgradito a un pubblico femminile. Così come anche a un pubblico maschile, se occorre.