Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

Eutanasia del potere


Sotto i raggi infuocati del sole, infatti, in quel mattino di rinascita, era appunto di quegli uomini che l’intera campagna era gravida: dopo aver atteso nei solchi il momento propizio, ora si preparavano a spuntare in vista di futuri raccolti e tale lavorio di germinazione, producendo un nero esercito vendicatore, presto avrebbe fatto esplodere la terra.

                                                                     Da “Germinale” di Emile Zola


Chi vuol vivere deve lottare! Chi non vuole lottare in questo mondo non merita di vivere.

                                                                     Da “ Mein leben” di Adolf Hitler


Erano diversi anni che non mi concedevo il piacere di un viaggio in treno. Da diversi mesi ne avvertivo il desiderio, sebbene non fossi riuscito a capire il motivo di tanta brama. Tuttavia, in una particolare occasione, in cui era possibile scegliere fra viaggio individuale, con la solita comoda macchina, e viaggio collettivo, con il più ritenuto disagevole treno, assecondando quell’intensa voglia, avevo scelto di coprire i chilometri che mi separavano dalla destinazione con il mezzo pubblico. Non mi dividevano troppe ore dal momento della decisione, tuttavia, avevo preparato la valigetta utile per le ventiquattro ore, o poco più, che mi avrebbero tenuto lontano da casa con la massima calma. Il giorno stabilito mi ero recato alla stazione. Non avevo previsto che una valanga di ricordi mi sarebbero franati addosso nel preciso momento in cui sulla banchina attendevo il mio treno. Lo avevo completamente dimenticato, ma quella stazione era proprio la stessa dove, non meno di cinquanta anni fa, prendevo il convoglio che avrebbe portato una minuscola comitiva, me, mia madre, mio cugino e la sorella di mia madre, in una spiaggia non troppo distante dalla città. Una spiaggia famosa per la sua sabbia ferrosa, ideale, si credeva allora, per dei ragazzini un po’ gracili e macilenti, in realtà a corto di nobili sostanze nutritive utili alla crescita. Non c’era possibilità di scelta a quei tempi, e il desiderio di recarsi al mare poteva essere soddisfatto solo ricorrendo a questo mezzo di trasporto, a volte con pesanti sacrifici da parte delle madri, ma anche dei padri. Tuttavia allora era così e non ci si lamentava più di tanto, poiché altre comodità non erano previste dalla grama vita di famiglie operaie. Non avevo atteso molto il treno. Dopo pochi minuti e mille ricordi d’improvviso sbiaditi, eccolo comparire all’orizzonte, annunciato da una voce maschile. Si era fermato, alcune persone erano scese, alcune erano salite, poche considerata la mattina di giorno feriale, gli sportelli si erano chiusi e il convoglio aveva ripreso il viaggio. Per fortuna il treno non era di quelli troppo nuovi, con le poltrone a vista, era il classico treno “antico”, con i suoi bravi scompartimenti e le porte scorrevoli e le tendine logore svolazzanti. Per un attimo la sensazione era che il tempo si fosse fermato ai lontani viaggi avventurosi verso quel mare che allora sembrava tanto lontano; per una frazione di secondo ero tornato bambino, e la spiaggia e le cabine e il mare e gli ombrelloni erano sempre lì in attesa del ragazzino di cinquant’anni fa. Ma riprendevo in fretta consapevolezza. Gli scompartimenti erano piuttosto affollati. Cercare un posto era impegnativo, nonostante ciò, con un po’ di pazienza l’avevo trovato. Adocchiato un posto libero, avevo chiesto educatamente se fosse occupato, ricevuta risposta negativa mi ero seduto piuttosto soddisfatto di aver trovato, nonostante la folla, un sedile vicino al finestrino. Bene! mi ero detto, il mare mi attende, il sole mi attende… oh no, ma quale mare, quale sole! è passato più di mezzo secolo da allora, e la vecchiaia oramai incombe, le madri non ci sono più, sono volate via e quella spiaggia ferrosa non pretende di curare più nessuno. Era quella solo una piacevole illusione risvegliata dalla stoffa lisa dei sedili, dagli odori d’antico e dai cartellini con gli avvisi ai passeggeri. Dopo pochi minuti di sosta il treno ripartiva. Mi ero seduto davanti a una coppia di signore, che si distinguevano dagli altri passeggeri, una poco più giovane dell’altra, silenziose e dallo sguardo triste. Sebbene mi avesse colpito lo stato emotivo, non mi interessava assolutamente indagare la ragione di quella mesta tristezza, tanto evidente. Tuttavia, nel corso del viaggio, considerata la mia solitudine, era stato inevitabile origliare con discrezione la fitta conversazione che avevano intrapreso subito dopo. Sulle prime battute non avevo dato peso al racconto di vita, poi però, nonostante tutto coinvolto emotivamente dall’esperienza tragica di una di loro, non ho potuto fare a meno di ascoltare con più attenzione. La bella signora che raccontava l’esperienza era di qualche anno più anziana dell’altra, ma non di molto. Le cose che più mi avevano colpito di lei erano i capelli di un bel colore ramato, ma con un’antiestetica riga di ricrescita di un altro colore, e lo smalto delle unghie, non perfetto, staccato in diversi punti. L’uno e l’altro davano una brutta sensazione di trascuratezza che non sembravano in sintonia con la piacevolezza del soggetto. L’amica che con lo sguardo addolorato e partecipe seguiva il discorso, non presentava elementi di disordine, anzi, sembrava molto curata nei particolari e ogni tanto posava delicatamente la mano sulla spalla dell’amica o le sfiorava il viso, invitandola così più volte in modo generico a farsi coraggio.
In estrema sintesi, quello che mi era sembrato di capire, ma non avevo motivo di dubitarne, in quanto erano proprio sedute nel sedile davanti a me e non facevano alcun mistero delle parole, la signora bionda soffriva di una situazione assai penosa. La madre, un’anziana oramai giunta quasi agli ottant’anni, soffriva di una grave malattia, molto invalidante, il morbo di Alzheimer, e da diversi mesi i medici le avevano annunciato che non sapevano per quanti anni ancora avrebbe potuto vivere così, ma che sarebbero stati anni assai difficili da gestire, soprattutto per le persone che si sarebbero prese cura di lei. Dopo aver ricevuto la terribile diagnosi, dopo averla trattenuta in ospedale per qualche mese, i medici l’avevano dimessa, con tutte le raccomandazioni del caso. Così la signora bionda, da allora, era rimasta a gestire la madre insieme con sua figlia, una ragazza di ventiquattro anni, coinvolta, poverina, anch’essa nel dramma. Del padre, ovvero del marito della signora, lei ne aveva fatto solo un breve accenno, quel che bastava a rilevarne la poca affidabilità. Un personaggio senza dubbio meschino, a suo modo un autentico vigliacco, che aveva creduto opportuno allontanarsi di gran lena dalla moglie, e lasciarla quindi cuocere nel suo brodo, non appena aveva fiutato nell’aria che le cose sarebbero maturate in modo davvero seccante. Un divorzio era giunto opportuno a interrompere una storia da dimenticare. Erano anni che viveva così, e sembrava che, nonostante l’aiuto della figlia, facesse molta fatica a gestire la malattia. Questi pazienti soffrono di continue crisi e spesso, con l’avanzare del male, tendono a non ricordare neanche il volto delle persone amate, o una volta amate, chissà! Le condizioni peggioravano di settimana in settimana, fino a giungere alle condizioni attuali che vedevano la madre costretta quasi di continuo a letto, oramai incapace di badare a sé neanche nelle funzioni indispensabili alla sopravvivenza e quindi totalmente dipendente dalle persone vicine. Ad aggravare la situazione era poi intervenuto un sentimento che, in condizioni normali, avrebbe dovuto rallegrare il cuore, perché ricco di emozioni e sensazioni, ma che allora, viste le condizioni oggettive, aveva gravato il suo animo di troppa ansia. La signora bionda si era innamorata di una persona della sua stessa età, un bravo signore, anche lui con un’esperienza negativa di matrimonio alle spalle. Un divorziato che per puro caso si era avvicinato a lei e che aveva subito mostrato nei suoi confronti attenzione e affetto. Dunque, fra i due si era stabilito un bel rapporto e, sebbene la vita fosse già per buona parte trascorsa, questo non gli aveva impedito di fare sogni e progetti per quello che ne restava. Il signore aveva l’idea di trasferirsi in una città di una regione del centro, per avviare un’attività imprenditoriale da lasciare poi in eredità ai suoi due figli. Un progetto a cui avrebbe potuto dare ancora un apporto concreto, considerata la relativa giovinezza, contribuendo così a indirizzare i figli verso una possibile prospettiva di lavoro. Questa eventualità comportava quindi lo spostamento in un’altra regione, non troppo distante, e la signora bionda sarebbe stata felicissima di seguirlo, se non fosse stata gravata da una simile incombenza. In più la prospettiva di una vendita della casa di proprietà, se libera, le avrebbe consentito di ricavare quel capitale comodo a una più agevole sistemazione in “terra straniera”. A questo spinoso quadro si aggiungeva poi che la figlia era fidanzata da diversi anni con un ragazzo della sua età e che avesse la legittima aspirazione a sposarsi e trasferirsi in una casa sua, per costruire la sua vita. In definitiva, quindi, la situazione era a tal punto compressa e fossilizzata da apparire in potenza portatrice di fatti nuovi inerenti alla vita, ma concretamente immobilizzata in una situazione di morte senza apparenti vie d’uscita. Con una serenità invidiabile, la signora aveva senza remore parlato anche di eutanasia e di assumersi in prima persona la responsabilità di intervenire sullo stato di salute, confortata anche dalle ultime parole della madre, che, ancora in condizioni di ragionare, aveva espresso la volontà di chiudere l’esperienza terrena. Però, era ben consapevole che le condizioni del Paese, da un punto di vista anche culturale, non le avrebbero permesso di adoperarsi nel modo in cui avrebbe voluto. Tutti i partecipanti alla tragedia erano costretti a viverla nel modo in cui mai avrebbero voluto, impossibilitati a viverla nel modo in cui avrebbero invece voluto. L’assurdità era questa, che una persona giunta alla fine della vita, sostenuta solo dal cuore che batteva ancora, condizionava con un’esistenza non voluta alcune persone impossibilitate a vivere in un modo diverso. Un’opportuna, umana, rispettosa eutanasia avrebbe potuto liberare forze trattenute da considerazioni sociali e filosofiche discutibili, poco rispettose, esse, dell’autodeterminazione e del libero arbitrio di individui ancora indipendenti intellettualmente, liberi di scegliere se vivere o morire.
Dopo aver percorso insieme un lungo tratto di strada, in previsione, le due signore avevano con calma preso i bagagli e si erano apprestate a scendere, mentre io avrei invece proseguito per altri chilometri ancora. Quando il treno si era fermato, loro si erano alzate dalle poltrone e, salutando educatamente, si erano congedate con un tenue sorriso sulle labbra. Avevo risposto al saluto sollevandomi appena, in segno di rispetto nei confronti di una persona che forse non si era posto il problema se avessi o no ascoltato la lunga conversazione. La cosa che più mi era rimasta impressa di lei, nell’andar via, sono i gesti vagamente infastiditi compiuti nel sistemare i capelli e quel rapido nascondere le mani, come se si fosse resa conto d’improvviso del suo stato di disordine.
Una volta ripreso il tragitto, avevo continuato per un lungo tratto di strada a ripensare alle parole della signora, mentre osservavo con calma il paesaggio che fuggiva oltre il finestrino. Era indubbio che la situazione tragica non avesse troppe vie d’uscita, poiché assumersi in prima persona la responsabilità di porre termine a una vita che, sebbene non fosse più gradita neanche dalla stessa morente, era pur sempre un’azione che comportava gravosi problemi emotivi, filosofici, etici e penali. Eppure, al di là d’ipotizzati sensi di colpa conseguenti, mi era chiaro che il farlo, se fossimo in una società più rispettosa della legittima volontà dell’individuo pensante, avrebbe reso più serene e libere da condizionamenti senza senso persone sacrificate a una vita dolente. Questo era il pensiero dominante mentre il treno macinava strada ferrata verso la meta, tuttavia, non so proprio per quale pertugio sono passato dal problema individuale al pensiero collettivo, ossia, d’improvviso, in parallelo alla tragica situazione della signora, mi era parsa del tutto simile la situazione tragica che vive il nostro paese.
Certo a molti è noto che storicamente Poteri da tempo consolidati, non sono stati in grado di trasformare, almeno fino al sopraggiungere di una terribile crisi, le situazioni in modo che i privilegi e le regole vigenti potessero mutare in un qualcosa di diverso, più adeguate alla trasformazione delle condizioni sociali. Ossia, certe classi dirigenti artefici di un determinato regime, non si sa per quali precisi motivi, forse culturali, politici o addirittura biologici, non sono in condizioni di trasformarsi e di rinunciare ai propri vantaggi anche davanti alla più evidente, stridente delle contraddizioni. La storia è piena di esperienze dove un Potere ha preferito essere spazzato via, allontanato anche con la violenza piuttosto che trasformarsi e adattarsi. Massima espressione di questa incapacità possiamo indicare l’aristocrazia francese alle soglie della rivoluzione del 1789. Ora, precisamente in questo preciso periodo storico, da noi sta avvenendo più o meno la stessa cosa. Una privilegiatissima e arrogantissima classe dirigente, incapace di scorgere le mutate condizioni che hanno permesso il consolidarsi del proprio potere, si ostina senza consapevolezza alcuna a vivere in un modo troppo disuguale dalle condizioni di vita della maggioranza della popolazione. Il parallelo evidente fra la situazione della signora sul treno e la situazione sociale attuale, prende il via da questo, dalla consapevolezza che un’intera classe dirigente è oggi socialmente d’impaccio all’evolversi della società, è diventata quindi un peso insostenibile. Privilegi esagerati come quelli a cui assistiamo non sono più tollerabili, soprattutto quando alle masse sociali si propone una via di sacrifici e di rinunce dolorose. La contraddizione nasce quando davanti a questa evidente verità, confortata dai fatti, e davanti all’ostinazione in cui il Potere continua a difendere privilegi non più difendibili, la società più consapevole e meno cieca non ha armi adeguate per combattere e trasformare una condizione incancrenita dalle caparbietà. La democrazia con le sue regole non consente un allontanamento, un’eutanasia del potere, e quindi siamo costretti a convivere con un corpo malato, senza nessuna possibile cura, solo perché principi etici e costituzionali impediscono il normale svolgimento della vita. In pratica chi è cosciente della situazione si trova nella seccante situazione di non poter prendere provvedimenti, per l’impossibilità oggettiva di ricorrere a sistemi che non hanno una legittimità, ma che sarebbero la sola via di uscita. Un “incartamento” che porta a delle conseguenze drammatiche sull’intero corpo sociale. Ho trovato parecchie somiglianze fra la nostra condizione politico sociale e la condizione umana della signora: in entrambi i casi un “corpo morente” è di ostacolo. Per quanto riguarda le nostre attuali condizioni politiche, il “corpo morente” si caratterizza per una spiccata propensione alla tirannia. Nei pochi mesi trascorsi, si è consolidato un regime che ha origine dalla putrefazione del corpo politico e dall’istaurarsi di una dittatura che ha come protagonista il peggior capitalismo finanziario internazionale criminale. I personaggi che detengono il potere, sono l’espressione massima di questo cancro, metastasi che infettano i vari organi dello Stato con lo scopo di uccidere il corpo ospitante. Tre gli scopi principali che hanno nel loro programma questi criminali: derubare la povera gente di tutti i loro averi, fino a ridurli al livello di “pura sussistenza” di ottocentesca memoria. Massacrare e fare piazza pulita dell’intero Stato Sociale, che con la lotta e il sangue le generazioni precedenti avevano conquistato, Ma soprattutto, il terzo scopo, è portare al fallimento le nazioni infestate dal cancro così da poter acquistare per mezzo delle dismissioni del patrimonio pubblico, i beni dello Stato, dunque i nostri beni. In verità, come ho sempre affermato, non c’è nulla di complicato in tutto queste operazioni, basta riportate il macro al micro e diventa tutto più comprensibile. Il genere la politica di chi presta soldi con un alto tasso d’interesse, i così detti “strozzini”, è caratterizzata dal fatto che hanno la tensione al massimo profitto, ti prestano soldi ma vogliono un interesse alto. Tuttavia, lo scopo del loro intervento non è proprio quello di incassare più soldi, per loro è più interessante far fallire l’impresa, così da poter acquisire, rilevare a poco prezzo l’intera azienda: precisamente quello che fa il capitalismo finanziario internazionale criminale. È proprio di questi giorni, infatti, la notizia dell’intenzione di vendere i beni pubblici, rivelando così le vere intenzioni del “golpe perfetto” che mesi fa abbiamo subìto. Davanti a questa evidente azione delinquenziale su scala mondiale, sono in molti a chiedersi cosa si può fare per impedirlo. In realtà non si può fare nulla. In base alla precedente analisi, la condizione è bloccata dalle regole della democrazia parlamentare borghese. Questo impedisce alle masse di regolarsi in maniere diversa. Viviamo sotto un regime talmente criminale da poterlo giudicare senz'altro uno dei peggiori che la storia ricordi, non solo per la violenza fisica e politica che sa esprimere, ma anche per la capacità che ha avuto di svuotare della stessa “essenza vitale” i propri sudditi, ridotti oggi a puri automi senz’anima, incapaci d’agire e di volere. Quando penso alla “gente” d’oggi, mi viene in mente sempre quella particolare pietanza che ogni tanto preparava la mia povera mamma, soprattutto nei giorni di festa, per il tempo che occorreva per realizzarla, “le zucchine ripiene”. In pratica il piatto consisteva in zucchine farcite con un impasto di carne e vari altri ingredienti in splendido rapporto. La prima cosa da fare era svuotare con un particolare attrezzo le zucchine, piuttosto grandi, fino a ridurle a una specie di tubi vuoti, da riempire con l’impasto appunto. Ecco, la gente che ora vive intorno a noi somiglia molto a quelle zucchine vuote che preparava la mamma: esseri umani “senza più neanche l’intenzione del volo” come diceva il povero Gaber.
In verità almeno una via di uscita ci sarebbe, ma dovrebbe comportare almeno una rivoluzione e un ripensamento dei codici morali e delle regole politiche che impediscono ora il cambiamento. Bisognerebbe togliere ai ricchi per dare ai poveri, anzi meglio, cancellare i ricchi dalla faccia della terra. Bisognerebbe ripensare allo sviluppo tramite credito, all’acquisto tramite prestito e ritornare a una rigorosissima forma di autarchia dove risulti del tutto impossibile spendere denaro che non abbiamo guadagnato. Criminalizzare il capitale finanziario. Nazionalizzare tutti i mezzi di produzione. Prevedere un’austera fase di livellamento del reddito, così da impedire a ogni elemento della società di guadagnare più di un reddito stabilito; stesso livellamento anche per le pensioni di anzianità e vecchiaia. Bisognerebbe esautorare l’attuale corpo politico malato e allontanarlo dalle leve del potere, con un’autentica e salvifica Eutanasia del Potere. Un parlamento unicamerale con non più di duecentocinquanta rappresentanti. Soppressione delle Province, accorpamento dei Comuni e notevole riduzione dei consiglieri regionali e comunali. Abolire i Patti Lateranensi e proibire qualsiasi forma di finanziamento pubblico alla Chiesa. Ridurre a un terzo le forze armate e ritiro di tutte le missioni militari all’estero. Bisognerebbe pensare a una comunità certo più povera ma senz’altro più dignitosa e giusta nei suoi principi e nei suoi scopi… ma questa è tutta un’altra storia.


17 giugno 2012 

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