Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

Corruzione, decadenza e morte della classe operaria



Vae victis (Guai ai vinti!)
Brenno, generale dei Galli Senoni - Sacco di Roma 390 A.C.

CLAUSOLE INTEGRATIVE DEL CONTRATTO INDIVIDUALE DI LAVORO.

Le Parti convengono che le clausole del presente accordo integrano la regolamentazione dei contratti individuali di lavoro al cui interno sono da considerarsi correlate e inscindibili, sicché la violazione del singolo lavoratore di una di esse costituisce infrazione disciplinare di cui agli elenchi, secondo gradualità, degli articoli contrattuali relativi ai provvedimenti disciplinari conservativi e ai licenziamenti per mancanze e comporta il venir meno dell’efficacia nei suoi confronti delle altre clausole.

Articolo 15 dell’ipotesi di accordo FIAT - organizzazioni sindacali di Pomigliano d’Arco


LA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO IN UNA PROSPETTIVA DI CRESCITA.

Presentata dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, Prof.ssa Elsa Fornero, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Prof. Mario Monti, al Consiglio dei Ministri del 23 marzo 2012 e approvata dallo stesso nella medesima seduta.

DISCIPLINA SULLA FLESSIBILITÀ IN USCITA E TUTELE DEL LAVORATORE

c) Per i licenziamenti oggettivi o economici, ove accerti l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo addotto, il giudice dichiara risolto il rapporto di lavoro disponendo il pagamento, in favore del lavoratore, di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva, che può essere modulata dal giudice tra 15 e 27 mensilità di retribuzione, tenuto conto di vari criteri.


Ho la sensazione che in questo periodo storico ci siano ben poche famiglie che non siano informate, o che non abbiano sperimentato sulla propria pelle il cambiamento delle condizioni di vita e lavoro subite dalla classe operaia. Ad esempio, potrei raccontare la storia esemplare di un tale di mia conoscenza che lavorava da diversi anni in una realtà commerciale accessoria al settore auto. Di natura troppo puntiglioso nel rivendicare i propri diritti in materia di contratto collettivo di lavoro, dopo l’ennesima discussione con il proprietario dell’azienda, e per le piccole dimensione della stessa non protetto dal licenziamento, il nostro amico era stato qualche tempo fa allontanato con una giustificazione poco credibile, ma comunque efficace sul piano pratico. Di natura ottimista e preparato professionalmente, non si era troppo disperato per l’avvenimento non certo giunto come un fulmine a ciel sereno. Fattosi animo, si era subito messo in moto alla ricerca di un nuovo posto di lavoro. Tuttavia, nonostante ottimismo e preparazione, la ricerca non si era dimostrata affatto facile. Le proposte ricevute e rintracciate, le più varie, erano state però unanimi nel fissare alcuni argomenti considerati del tutto irrinunciabili. Dopo settimane di ricerca, e con l’animo che svelto virava verso una condizione d’inquietudine crescente, il nostro amico si decideva a dire di sì a un lavoro che, in apparenza, non offriva condizioni decenti d’impiego. Suo malgrado costretto ad accettare senza condizioni un contratto trimestrale, eventualmente rinnovabile, contratto di natura precaria che segna il grado d’evoluzione giunto in materia di diritti, il tale si era inserito diffidente ma con buona volontà nella struttura lavorativa. Trascorsi i primi giorni, sono iniziate a sorgere le prime inconsce sofferenze che erano presto maturare a livello consapevole, disegnando bene alcune condizioni impossibili da tollerare. In pratica il lavoro si svolgeva per tutta la giornata lavorativa in un ampio scantinato adibito a magazzino merci, un seminterrato con poche finestre a un’altezza di molto superiore alla statura media di un essere umano, affatto efficaci a fornire luce naturale adeguata e che non riuscivano neppure a provvedere all’aria sufficiente. Un solo bagno per quattordici dipendenti. Impossibile trovare un attimo di pausa per la presenza ossessiva e opprimente del titolare dell’impresa. Il seminterrato non forniva dunque un ambiente piacevole alla vita lavorativa. Dodici ore d’impegno quotidiano ininterrotto avevano presto generato nel povero nuovo dipendente un senso di frustrazione e di ansia presto sfociata in una serie di reazioni psicosomatiche fastidiose. Le condizioni, quindi, non erano tali da poter affermare che la sistemazione trovata fosse di quelle che possono considerarsi definitive per la vita. A sera inoltrata, terminata la giornata, l’incubo di dover la mattina successiva ripresentarsi su un posto di lavoro intollerabile, aveva scaraventato il nostro amico in uno stato di disagio tale, da alterare anche il suo temperamento portato alla solarità e al buon umore. Insomma, poche settimane d’occupazione terribile erano state sufficienti a trasformarlo in un altro essere umano. Curioso di verificare se il suo stato d’animo fosse condiviso dagli altri compagni, con viva sorpresa, conversando a fine turno, lontano da occhi e orecchi indiscreti, era venuto presto a conoscenza che la realtà intollerabile era condivisa, a livello consapevole, solo da alcuni colleghi, pienamente coscienti che le condizioni erano al limite della tollerabilità. Ma vuoi perché si aveva una famiglia da mantenere, vuoi perché c’era un mutuo o un affitto da pagare, vuoi perché le esigenze in famiglia erano tante, vuoi perché non c’erano altre possibilità, nessuno dei compagni di sventura avvertiva la necessità di protestare o reclamare un miglioramento delle condizioni. Il lavoro avrebbe potuto concludersi allo scadere dei tre mesi; un licenziamento in tronco non era da considerarsi idea stravagante, poiché si era preventivamente firmata una lettera di dimissioni con data in bianco; già in passato a chi aveva osato protestare o lamentarsi era stata con tranquillità indicata la porta d’uscita. Questa condizione è dunque assai diffusa, una condizione generalizzata d’inesorabile sfruttamento che va accettata così com’è, un ricatto a cui assoggettarsi per non subire la condizione forse più penosa della disoccupazione. Accanto alla piccola condizione umana appena velata di consapevolezza, conviveva un’altra grande condizione fatta di palese ignoranza, non solo delle condizioni di lavoro, ma anche della sola esistenza in vita. Ad accomunare questa dualità di posizioni, però, si poteva rintracciare nella mente degli uni e degli altri, una partecipazione a quelle che possiamo considerare le chimere che la società consumistica offre come condizione necessaria al raggiungimento della felicità. Oggetti di culto come il SUV o come l’ultimo telefonino pluriaccessoriato, ovviamente posseduti dal datore di lavoro e opportunamente mostrati nelle più svariate occasioni a testimonianza della condizione di privilegio economico raggiunto, non erano interpretati come modelli estranei di riferimento di una società rivolta al pieno depauperamento delle risorse, dello sfruttamento intensivo e del cieco correre verso la rovina, no, quegli oggetti erano visti come possibilità distanti ma concrete di soddisfazione e gratificazione.
Inutile dire che allo scadere dei tre mesi, il nostro amico si è allontanato dalla condizione di schiavitù, senza avere la minima idea, tuttavia, di dove andare a sbattere la testa per risolvere il problema dell’occupazione.
Ne ignoriamo a oggi il destino.  

Ho la sensazione, dicevo, che non sia difficile trovare qualcuno che sappia a quali condizioni di asservimento è giunta la classe lavoratrice, ma ritengo che sia più complicato rintracciare qualcuno perfettamente consapevole del perché siamo giunti a queste condizioni e della strada intrapresa dal capitale finanziario e industriale per giungere al trionfo totale. Le condizioni sperimentate in piccolo dal nostro conoscente possono essere prese ad esempio, e come sempre nella vita, per capire bene bisogna ricavare dalla piccola realtà la grande realtà, e viceversa. Il motivo, al di là dei massimi sistemi e delle massime filosofie, sono riconducibili a una sconfitta che pesa, e che assume toni drammatici quando pensiamo a dove la disfatta ci ha trascinato e ci trascinerà nel prossimo futuro.
Il 21 febbraio del 1848 a Londra, nel pieno della seconda rivoluzione borghese, Karl Marx e Friedrich Engels pubblicano il “Manifesto del Partito Comunista”, che possiamo senz’altro interpretare come una dichiarazione di guerra che la crescente classe operaia del tempo consegnava nelle mani di una borghesia che presto sarebbe giunta ad una fase di massima espansione, definita dalla storia “fase imperialista coloniale”. Nella seconda metà dell’ottocento, i capitalismi nazionali Europei si sono massacrati sui vari continenti alla ricerca di nuovi territori da sfruttare e di nuovi mercati. Estrema fase della storia dell’umanità caratterizzata dal compiacimento dei peggiori istinti umani, oramai fuori controllo, tanto da far concepire al grande filosofo Friedrich Nietzsche la sua famosa teoria della “Volontà di potenza”, una condizione base dell’essere umano e della natura in genere, a suo dire indispensabile e inseparabile dalla vita. In questa fase di pura follia egoista, la classe operaia lanciava la sfida ponendo sul piatto della bilancia della storia la sua visione del mondo, alternativa a quella della borghesia: da una parte la guerra dall’altra la pace; da una parte la competizione dall’altra la cooperazione; da una parte lo sfruttamento dall’altra la collaborazione; da una parte il massimo profitto individuale dall’altra l’interesse collettivo; da una parte il capitale individuale dall’altra il capitale sociale; da una parte l’egoismo dall’altra l’altruismo, in sostanza una vera alternativa al modello di società borghese capitalista. Questa dichiarazione di guerra ha portato a delle conseguenze, non di piccola rilevanza, la consapevolezza da parte dei capitalisti che la situazione avrebbe dovuto subire delle variazioni sul tema, ossia, che alcune cose andavano rivedute e corrette per non far avvenire quello che anche Loro avevano letto sui libri dei due autori del “Manifesto”. In sostanza per rendere sterili le visioni alternative del mondo proposte dalla classe operaria, si sarebbe dovuto rinunciare ad alcune cose, come una parte del profitto, ad esempio, distoglierlo, nel tentativo di corrompere e rendere complice e succube di un modello di esistenza la classe operaia. Da questa consapevolezza e dalle lunghe lotte intraprese nelle piazze e nelle strade, lotte fatte di sacrifici e di morti, è nata la nostra società occidentale novecentesca, caratterizzata da un ampio “stato sociale” che avrebbe dovuto assicurare dei diritti ai cittadini, ma che in pratica si è dimostrato invece essere un semplice modo per guadagnare tempo, per gestire il breve periodo, per coordinare e programmare il lungo periodo, un modo per fiaccare e per sterilizzare le spinte rivoluzionarie. La borghesia non ha mai rinunciato alla guerra e non ha mai smesso di combatterla. Nel corso degli eventi poi, il massacro operato sulle coscienze dai “diritti acquisti”, la rinuncia da parte del proletariato alla guerra di classe totale, le immigrazioni forzate e il continuo ricorso del capitale al crimine localizzato e alla corruzione, hanno portato alla massima decadenza della propria utopia. L’esperienza Sovietica è stata il più importante e significativo tentativo della classe operaia. La sua esistenza era la rappresentazione tangibile di un modello diverso di sviluppo, alternativo al sistema capitalista. La sua rapida implosione ha provocato una serie di conseguenze di cui ora siamo vittime. La sconfitta nella lunga battaglia intrapresa nel 1848 e conclusasi nel 1989, ha determinato non solo l’improvvisa perdita del punto di riferimento principale dei sogni e delle aspirazioni di tutto un mondo, ma soprattutto il dissolversi nell’animo della speranza, o possibilità, di vedere un giorno l’uomo migliorato negli aspetti deleteri dell’egoismo e nella crudeltà.
Il fallimento ha comportato un nuovo assetto del mondo che genera conseguenze diverse.
Nell’attuale stato di cose, la borghesia non ha più la necessità di spendere una parte cospicua del suo profitto, una volta stornato verso la socialità, per migliorare le condizioni delle masse lavoratrici, in quanto queste non hanno più nessuna possibilità di mettere in crisi il suo potere. Dunque, è come se un ricco signore per tanti anni avesse pagato una guardia del corpo per proteggersi, ma se le condizioni cambiano e motivi di preoccupazione non ce ne sono più, il ricco signore può anche fare a meno di spendere soldi per una guardia del corpo. Lo stato sociale e le condizioni di lavoro migliorate in fabbrica hanno avuto due scopi principali: sterilizzare la carica rivoluzionaria e rendere partecipi del sistema borghese le masse lavoratrici, rendendole adatte al consumo, ma non al consumo alto, adatte al consumo basso, ossia, due generi di prodotti, una linea per i ricchi e una per i poveri, consumo aristocratico e consumo di massa, entrambi prodotte da industrie occidentali. La sconfitta ha portato al metodico smantellamento, drammaticamente in corso, di tutta quella massa di provvedimenti che nel corso della storia hanno reso accettabile la vita a milioni di cittadini, ma che in sostanza hanno fuorviato e fatto morire quel mondo alternativo che fu sogno e speranza dei nostri Nonni e dei nostri Padri. Le diverse condizioni economiche mondiali hanno portato oggi al sorgere di realtà economiche diverse da quelle vigenti fino alla fine del -900, realtà economiche caratterizzate da una fortissima concorrenza su quei prodotti di consumo di massa. Il binomio, sconfitta della classe operaia e affacciarsi di nuove capacità economiche, hanno generato due conseguenze sul piano sociale: le masse lavoratrici non fanno più paura e non rappresentano più un pericolo per il potere capitalista, quindi possono tornare a condizioni di sfruttamento e miseria preindustriali, possono tornare a una condizione di schiavitù che produce maggiori profitti; in più, nel lungo periodo, le masse lavoratrici non interessano più come consumatori, poiché se fossero provvisti di denaro, andrebbero a consumare prodotti più a buon mercato, appannaggio ora dei paesi emergenti concorrenti. Per questo, tutto il capitalismo occidentale industriale necessita alla lunga di quel cambio di rotta e di equilibrio che lo porterà alla sempre maggiore produzione di prodotti di qualità per le classi privilegiate e agiate e l’abbandono totale al loro destino della produzione di prodotti di massa. In pratica, al capitalismo occidentale non interessa più migliorare la condizione economica e sociale di un operaio, poiché comprerebbe prodotti a basso costo prodotti da paesi emergenti; conviene invece rendere sempre più ricchi i ricchi che acquistano prodotti di maggior pregio, con la possibilità di più alti margini di profitto. Questo è il preciso indirizzo del nuovo potere internazionale finanziario capitalistico occidentale, la riorganizzazione in termini economici e sociali dell’intero occidente, problema soprattutto Europeo, dove il modello di “stato sociale” si è affermato e consolidato, con il conseguente ritorno a una fase di sfruttamento intensivo precedente alle conquiste sociali di fine ottocento e novecento. Di fronte a questo disegno di riorganizzazione mondiale, ogni paese poi reagisce in modo diverso, sostanzialmente però subendo sempre la reazione orgiastica ma ordinata ed efficace successiva alla vittoria, aspetti diversi in base alla propria condizione e al proprio passato. Per quanto riguarda la nostra situazione, le maggiori sofferenze e problematicità sono conseguenti soprattutto alle pessime condizioni in campo culturale e solo in un secondo aspetto alle condizioni economiche. La profonda lacuna culturale che genera la condizione di pesantezza sociale è dovuta essenzialmente a due fattori: primitivo individualismo e rozza ignoranza. Sia l’uno sia l’altra determinano un grado di repulsione nei confronti della comunità che rasenta per certi versi il disprezzo. Le condizioni storiche, poi, con il trascinarsi dietro di strutture mentali clientelari, mafiose, lobbistiche e parassitarie in genere hanno fatto decadere forme storiche di comunità appena rintracciabili in epoche lontane. Diversamente da altri paesi cui il senso della socialità e delle regole comuni di comportamento sono più sentite e rispettate, da noi vige una specie di codice morale alla rovescia, dove chi più assume comportamenti criminali e antisociali, disonesti, traditori, opportunistici, più è tenuto in considerazione come individuo stimato e rispettato. La presenza diffusa di individualismo e ignoranza, attraversa l’intero corpo sociale, senza distinzione, e accomuna ricchi e poveri in una tragica e grottesca competizione al peggio. L’estesa diffusione della corruzione e la totale mancanza di rispetto di leggi totalmente interpretabili all’occorrenza, sono poi metodi di comportamento collettivi a cui nessuno rinuncia, trovando in essi ognuno qualcosa di utile per conservarle come tali, traendo particolare giovamento dal caos e dalla mancanza di rigorose regole da rispettare. In campo politico il metodico smantellamento delle garanzie sociali e sindacali, da noi ha trovato particolare terreno fertile, proprio per la particolare forma mentale individualistico-atomizzata che ha favorito nella classe operaia il rapido smembramento e la guerra dei poveri contro i poveri, con derivanti relazioni di conflitto sociale orizzontali, con gli immigrati ad esempio, e non verticali, critica e conflitto con il Potere. Unione e solidarietà da noi non hanno giocato a favore, distinguendosi tutti come singoli individui non legati da solide relazioni collettive, è stato facile gioco per il capitale dividere e prevalere su un popolo non classificabile come comunità ma solo come singoli individui narcotizzati e passivi. Da noi la progressiva polverizzazione degli strati sociali ha avuto meno bisogno di lavoro, poiché molto lavoro era già stato fatto dalla tradizione culturale. Politicamente dopo alterne e grottesche vicende, specchio comunque della nostra misera decadenza spirituale e morale, il capitale finanziario e industriale ha trovato il modo di instaurare una “dittatura perfetta” di cui oggi pochissima gente è perfettamente consapevole. Per cercare di raggiungere i propri scopi di smantellamento dello stato sociale, dunque, e per trasferire ingenti quantitativi di ricchezza su strati sociali già privilegiati e già ricchi, non si è badato ad assoldare criminalità internazionale non eletta dal Parlamento. Le tre ultime situazioni che hanno contribuito alla chiusura del cerchio attorno alla “dittatura perfetta” sono in sostanza riconducibili, primo, alla legge elettorale detta “porcellum” che in sostanza esautora la volontà popolare non riconoscendo a essa la possibilità di eleggere le proprie rappresentanze; secondo, il totale controllo da parte delle segreterie di partito del complesso parlamentare, onorevoli e senatori, tutti schedati, ricattabili e controllabili, che in sostanza non modificheranno mai una leggere elettorale da essi stessi voluta; terzo il rifiuto dei quesiti referendari che avrebbero contribuito alla revisione della legge elettorale. Un cerchio chiuso compiuto. Un meccanismo esemplare di dittatura a cui va riconosciuta intelligenza, scaltrezza e spregiudicatezza. Riconoscimenti opportuni quando poi consideriamo che la stragrande maggioranza delle persone è assolutamente inconsapevole di sottostare a una dittatura capitalista, e anzi crede di esercitare i più elementari diritti civili.
Tuttavia, tutto ciò descritto con semplicità, è riconducibile comunque a una guerra persa. Bisogna riconoscere che quella crudeltà d’animo che è specifica caratteristica di un individuo superiore, come dice Nietzsche, ha contribuito fortemente a condurre la storia, con alterne vicende, lungo il binario vincente del capitale. La cattiveria d’animo dei ricchi, l’insensibilità verso le sofferenze altrui, la totale capacità di badare esclusivamente al proprio interesse e perseguire la massimizzazione del profitto con ostinazione e fedeltà alla propria natura, sono fattori che hanno contribuito non poco alla sua affermazione.
Guai ai vinti, dunque, guai a chi ora balbetta e mendica compassione e comprensione e migliori condizioni di lavoro. Le migliori condizioni di lavoro e di esistenza si conquistano con la lotta e col sangue, nascono dalla forza, dalla fedeltà assoluta a una forma di società e di vita che in mancanza di alcune qualità non sarebbe degna di esser vissuta.
Onore ai ricchi, alla finanza e al capitale, che hanno saputo innalzare il crimine e la rapina a efficaci codici morali di comportamento e la crudeltà e l’egoismo a requisiti spirituali indispensabili alla sopravvivenza.

29 marzo 2012


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