Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

A proposito dell'inadeguatezza del sentimento dell'indignazione


“Non ti serviranno a niente qui i tuoi studi, ragazzo! Mica sei venuto qui per pensare, ma per fare i gesti che ti ordinano di eseguire… Non abbiamo bisogno di creativi nella nostra fabbrica. È di scimpanzé che abbiamo bisogno… Ancora un consiglio. Non parlare mai più della tua intelligenza! Penseremo noi per te amico! Tienilo per detto!”

L’amor proprio sta sul ponte della domenica, un po’ brillo per giunta. Dopo un’intera giornata di libertà alcolica, ecco che gli schiavi si agitano un po’, è una fatica a farli star bravi, annusano, sbuffano e fanno tinnire le loro catene.

Da “Viaggio al termine della notte” di Celiné


Da quando con la mia compagna abbiamo avuto la possibilità di decidere con chi avremmo voluto trascorrere la vita, nella nostra casa ci sono sempre stati dei gatti. Sono passati tanti anni e ai primi due che ci hanno lasciato, sono seguiti degli altri, che ci hanno anch’essi lasciato, seguiti da altri. La loro vita è più breve della nostra, e il separarsi è fonte di grandissimo dolore. Tuttavia, sebbene ora alcuni di loro non ci siano più, continuiamo ad amarli, così come soggetti d’amore sono le due creature che ora dividono questo periodo senile della nostra esistenza. I gatti, chi li conosce, saprà che sono degli animali straordinari, con forti caratteristiche caratteriali che li rendono unici nel panorama degli animali da compagnia. Non sono capaci di grandi dimostrazioni d’affetto esteriori, come i cani ad esempio, ma sanno a modo loro esprimere l’affetto che nutrono per te, continuando a mantenere inalterato il loro congenito e irrinunciabile massimo autocontrollo. Un temperamento colmo d’amor proprio e di dignità. Tuttavia, accanto a questi amabili elementi distintivi ci sono aspetti che li rendono piuttosto inquietanti. Nonostante l’addomesticamento, restano pur sempre nell’animo degli animali selvaggi, predatori, e tutto di loro, indole e corporatura, la Natura l’ha strutturato in funzione della caccia. Chi li a visti in azione, avrà potuto valutare la tenacia, l’impegno e la rapidità del loro agire. Chi possiede gatti in casa sa bene che nessun animaletto potrà mai avere la possibilità di restare vivo nello spazio da loro occupato, a meno che non riesca a nascondersi o a fuggire. Senza dubbio c’è una certa ferocia e crudeltà nei loro gesti. Straziano la preda dopo averla tormentata a lungo. Non è certo un bel vedere. Ma questo è nella logica delle cose. La Natura ha previsto predatori e prede e il ruolo dell’uno e dell’altro non è discutibile, a meno che non si decida di negare la vita. Dunque, quando vediamo un predatore cacciare, il sentimento provocato dalla scena non può essere quello dell’indignazione, poiché questo sentimento per sua natura presuppone che ci sia una forma diversa di comportamento, corrispondente a un’idea che abbiamo, modello che non corrisponde però alla realtà, realtà che non può essere negatrice della vita. Possiamo perciò inorridire, raccapricciarci, ma non possiamo restare indignati, perché il predatore non può essere diverso da quello che è. Non ci sono modi di comportamento che possano contribuire in modo diverso alla sopravvivenza per i carnivori, non c’è la scelta fra una condotta meno crudele e una più crudele, o è così o non è.
Altro piccolo esempio.
Se d’improvviso le nostre rose coltivate con cura e amore sono infestate dai parassiti, non possiamo indignarci con i parassiti, perché essi non possono essere diversi da quello che sono. A questo punto abbiamo, pertanto, due possibilità: veder morire la pianta di rose amorevolmente curata, oppure procedere a una radicale disinfestazione. Parlare con i parassiti e pretendere da loro un diverso comportamento non si può, perderebbero la loro natura ed entrerebbero così in contraddizione mortale con le leggi della vita.
Ulteriore breve avvenimento attinente alla riflessione.
Considerata l’inquietante frequenza con cui nelle nostre disgraziate città ciò avviene, sicuramente tutti vi sarete trovati alle prese con un comune “litigio per futili motivi”. Accade spesso, così spesso che anche noi, nelle intenzioni persone abbastanza tranquille, a volte ci troviamo nell’impossibilità di trattenere alcuni istinti. Per fortuna che il crescere ci pone al riparo da queste deplorevoli manifestazioni, ossia, il diventare “grandi” ci porta a estraniarci un po’ dalla comune umanità, almeno questo avviene in una percentuale limitata d’umanità, non in tutta l’umanità. Giorni fa passeggiavo senza meta per le vie della città, rilassato, come può esserlo un cittadino consapevole degli angoscianti problemi che ci minacciano, quando d’improvviso, fra i soliti assordanti rumori del traffico, ho avvertito chiaro verso la mia destra, dall’altra parte del marciapiede, delle voci alterate dall’ira; delle grida violente e delle parole tanto esplicite e chiare che difficilmente chi le pronunciava e chi le riceveva poteva non esser al corrente del loro senso. Non avrei voluto ascoltarle, erano dall’altra parte della strada. Due automobilisti che si erano fermati nei pressi di un parcheggio, senza occuparlo né l’uno né l’altro, si stavano contendendo il ritenuto diritto negato. Talmente frequente l’episodio, direi classico nelle forme, che stavo quasi per andare via senza interesse alcuno, quando, non so proprio per quale motivo, ho pensato di fermarmi per un istante a seguire l’alterco. Per fortuna, sebbene prossimi, i due non sono venuti alle mani, ma le “botte a parole” che si stavano dando erano talmente feroci da trasformare i lineamenti dei loro volti e imprimere ai loro corpi una dinamica da animali in lotta. Lividi di rabbia ognuno rivendicava il suo diritto a occupare il posto libero. Uno diceva di essere arrivato prima, l’altro affermava di averlo visto prima, e in questa rissa verbale nessuno sembrava disposto a cedere. Dopo qualche istante di spettacolo, non ero più interessato alle loro parole, quanto piuttosto alle loro espressioni e al tipo di sentimenti che in quel momento avrebbero potuto albergare nei loro cuori. Indubbio che il fattore scatenante fosse di una banalità imbarazzante, tuttavia, cosa curiosa, l’evidente piccineria del caso era inversamente proporzionale alle passioni negative generate. Ero davanti a una tipica manifestazione da primati, manifestazione che mi riportava alla mente le parole di Nietzsche, che invitano a tenere nella massima considerazione il cervello animale, quello che si è sviluppato nell’arco di tantissimi secoli, e che ci ha consentito di sopravvivere, e contemporaneamente dare il giusto minore valore al velo di cinque millimetri che racchiude il resto del cervello, velo di cinque millimetri che contiene tutta la nostra “ragione”. In realtà, quindi, i due antagonisti stavano dando rappresentazione a una colorita scenetta, dove i sentimenti messi in ballo erano del tutto inadeguati alla reale grandezza del problema. Per meglio dire, la rabbia e la violenza, l’energia sprecata, in sostanza, erano davvero sproporzionate alla banalità del problema, di per sé talmente insignificante, che presi dalla foga non si erano accorti che pochi metri più in là si erano liberati addirittura due posti e che l’aver dato fondo a tanta bile, ora, alla luce degli andamenti del traffico, appariva molto ridicolo. Tuttavia, dopo tanto offendersi e rovinarsi la giornata, i due si erano calmati, le persone curiose che si erano radunate intorno, parteggiando per l’uno o per l’altro, se ne erano andate e tutta la strada era ritornata all’abituale caos. Anch’io me ne sono andato, ho ripreso il mio passeggiare non senza riflettere sull’accaduto. La mente non mi sollecitava però a considerare ulteriormente il particolare avvenimento da strada in cui ero incorso, piuttosto, mi spronava a valutare meglio la disarmonia che si rileva fra situazione e reazione. In ambiti diversi ritenevo che i sentimenti che mostrano i nostri concittadini nei confronti delle situazioni sociali e politiche, spesso sono del tutto inadeguati alla realtà.

È da qualche tempo ormai che su qualsiasi organo d’informazione, i mass media, ci sia la tendenza a cogliere fra la gente un presunto sentimento che, secondo loro, dovrebbe risiedere in molte anime: l’indignazione. Questa particolare reazione emotiva, dovrebbe essere scatenata dall’apprendere dei vari scandali e ruberie di cui è ricchissimo il nostro Paese, scandali e ruberie operate con metodo e frequenza un po’ ovunque da pubblici amministratori. Di fronte alle appropriazioni di denaro pubblico che la dirigenza crede opportuno compiere, i mezzi d’informazione ritengono dunque di intravvedere nel corpo sociale un diffuso disagio. Ora, pur ritenendo questo vero, la consapevolezza del reato dovrebbe sfociare in qualcosa di più concreto che non un banale brontolio. La storiellina dell’illecito e della reazione emotiva fa acqua da tutte le parti, perché nasce da una cattiva analisi della realtà e da un’imprecisa conoscenza delle emozioni. In realtà le varie ruberie di denaro pubblico non sono l’eccezione, ma sono la regola, ossia, si diventa amministratori per rubare e per depredare, come i “gatti”, nel racconto precedente, sono per loro natura feroci predatori. Il sentimento dell’indignazione sarebbe appropriato se nascesse dal prendere atto che in una condizione di diffusissima onestà qualcuno ha sbagliato; ma qui non c’è una virtù violata, c’è il furto come regola, un normale svolgersi delle cose. A menzogna poi si aggiunge menzogna quando, nello sforzo di dimostrare che il Sistema possiede anticorpi adeguati a rendere l’illecito rarità, si enfatizza un “avviso di reato”, una “apertura d’inchiesta”, senza rilevare che già si è provveduto con leggi appropriate a sterilizzare, a minimizzare la pena conseguente. Però, questo non è che un parziale aspetto del divenire, un particolare. Un fattore minimo e consequenziale.
La nostra “democrazia” è soltanto un raffinatissimo sistema d’inganni, una necessaria astuzia conveniente al controllo sociale, una prassi che si avvale dell’illusione della “partecipazione” per corrompere le masse. Fino a qualche anno fa, il Potere, tramite abili strutture e l’intermediazione delle “elite politiche” era riuscito a gestire il sistema statale; oggi, queste “abili strutture” non sono più idonee ad essere l’albero di trasmissione di decisioni e voleri superiori, assistiamo quindi al collassare di alcuni meccanismi di controllo. Il parlamento come lo abbiamo conosciuto, a elezione diretta dei “rappresentanti del popolo”, non era più in condizioni di mettere in atto puntualmente ordini elaborati dalle continue, rapide necessità del capitale e della finanza internazionale. Non ritenendo più adeguato avvalersi di litigiosi e non sicuri rappresentanti parlamentari eletti direttamente, e quindi di più difficile controllo, hanno creato un sistema più diretto, rappresentanti scelti da loro stessi che hanno delegittimato, in sostanza, un’istituzione che in passato è servita a certi scopi. Non è stato solo questo fattore “tecnico” a far maturare la decisione di non avvalersi più di un sistema parlamentare collaudato, c’è stato anche il fattore decisivo della fine della paura del “comunismo” e della “classe operaia” a spronare finanza e capitale a liberarsi d’inutili fardelli. Investire fiumi di denaro propri in rappresentanze politiche e servizi sociali per impedire l’emergere di un sistema politico diverso non è più necessario. La “classe operaia” è stata riportata alla condizione schiavile, con la globalizzazione, lo spostamento di masse umane e il ricatto della disoccupazione; la lotta vittoriosa contro il lavoro ha ridotto quest’ultimo a chiedere “occupazione” invece che “potere”, è stato ridotto alla vergogna del nascondersi nelle miniere o rifugiarsi sui tetti dei palazzi, invece di combattere a viso aperto nelle strade. La vittoria internazionale del capitale e della finanza ha spinto queste a non avvalersi più di istituti che avevano un senso quando le posizioni erano definite e il nemico certo. Ora apertamente dettano linee di comportamento a cui i vari soggetti politici e sociali e statali devono adeguarsi. Grande disegno strategico è l’appropriazione di tutte le risorse che sono in mano, ancora, alle varie realtà nazionali, ossia, la dinamica è quella classica dello “strozzinaggio” e del “furto”: prestare i soldi con la prospettiva che il debitore non possa più restituire il dovuto, così da appropriarsi dei suoi beni. Le grandi organizzazioni internazionali finanziarie, coadiuvati dalla loro manodopera politica, hanno deciso di appropriarsi dei beni dei Popoli e dei Paesi, di rubare tutto quello che c’è da rubare, e più nessuno, nessuna “classe sociale” o “ideologia”, è più in condizioni di opporsi a questo disegno. Il sistema parlamentare è ridotto quindi a una farsa, dove politici/attori recitano con professionalità encomiabile la loro parte, sontuosamente retribuiti con denaro pubblico rubato.
I parlamentari non sono più scelti dai cittadini, ma direttamente dal Potere stesso, tutto in previsione di esautorare presto, con programmi a scadenze precise, un’istituzione senza più significato. Le classi lavoratrici sono state svuotate della vocazione a essere artefici del divenire sociale. Negli individui è venuta meno non la consapevolezza, ancora al di là del manifestarsi, ma addirittura l’aspirazione alla consapevolezza. Gli economisti si affannano ancora a interpretare i processi economici facendo ricorso a teorie “classiche”, a considerarli come dinamiche sociali incolpevoli, quando in realtà l’intera economia mondiale andrebbe valutata e trattata come materia criminale; gli stessi rapporti economici con il fattore lavoro andrebbero trattati nell’ambito del crimine. I prodotti sfornati dall’industria sono sempre più una truffa. I manufatti contengono già in sé il germe del “guasto”, prodotti industriali a scadenza forniti di “chip di morte” per creare rotazioni di prodotto sempre più rapidi, in un delirio di produzione e consumo e profitto. Il Potere mondiale non ha più condizionamenti, né morali né materiali, né paure, la sua natura di “creatura geneticamente deviata” non è in condizioni di prendere consapevole della devastazione del mondo. La devianza genetica del capitale e della finanza spinge questi individui guasti a ritenersi vittoriosi sulle genti, addirittura sullo “spirito” delle genti, a ritenersi vittoriosa sulla Natura, accentuando quindi l’esasperata propensione alla rapina, allo sfruttamento e al crimine. Questa è dunque la situazione del Paese e del mondo sotto la perversa dittatura del capitale e della finanza, un deserto culturale, umano, politico e sociale, a cui non sembra esserci nessuna possibilità di opporsi. Chi dovrebbe opporsi è intimante morto nella sua essenza vitale, sparito dalla Società e dalla Storia. La vittoria è stata in questo caso totale, definitiva e irreversibile. Tornando all’indignazione accennata all’inizio, la mostruosità del quotidiano e delle prospettive future, rendono quindi del tutto inadeguato questo sentimento, che anche qualora davvero ci fosse, sarebbe del tutto inutile, troppo mite, troppo poco incisivo davanti a una simile realtà. Il Potere odierno, la sua crudeltà e il suo smisurato, incontrollato e devastante egoismo avrebbe bisogno di sentimenti ben al di là del semplice patetico lamento di reazione, sarebbero necessari sentimenti che portassero a reazioni prima di autodifesa e poi di offesa, necessari a ristabilire quelle che sono le corrette regole di vita, regole che tengano conto delle necessità comuni, del tutto, e non solo delle degeneri ossessioni di pochi individui malati. Sarebbero necessari ben altri sentimenti per salvare l’umanità e il mondo, ma in questo momento sembrano assenti. Tuttavia, sebbene quell’umanità che abbiamo sognato e a cui abbiamo rivolto lotte, studi e pensieri, appare definitivamente e irreversibilmente morta, sepolta da un mare di demenza distruttiva, il mondo, il mondo no, non è morto, e anche le peggiori devianze non sono in condizioni di ucciderlo. Il mondo non morirà per mano “loro”; giunto al punto di totale intollerabilità, il mondo non farà sconti a nessuno, e a quel punto spazzerà via dalla faccia della terra la negativa esperienza umana, così come un tempo fece con i dinosauri. Questo non sarà poi un gran male, sebbene nel furore catartico periranno giusti e ingiusti, consapevoli e inconsapevoli, colpevoli e incolpevoli, uomini e oltreuomini, i buoni e i cattivi, senza nessuna possibilità di distinzione e di scampo.

2 novembre 2013


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