Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

Il canto delle stelle morenti (Dalla raccolta "Ego")

A Teresa Campi e Mario Lunetta


                          

                             Fade far away, dissolve, and quite forget

                             What thou among the leaves hast never know...*

                                                                                      John Keats



Ora, a questo punto dell’esistenza pretendi che io mi comporti così… come puoi chiedermi questo.  Frammenti di follia anche nell’ultima traccia di senno, è davvero la fine.
Se potessi dimenticare per un istante, solo per un istante, che non ha senso la volontà dell’uomo, allora potrei credere che nessuno lo ascolterà. Se potessi sentire nella carne tutta la sterilità di questo gesto, non direi. Se potessi rimanere stretto fra le braccia del silenzio, lo farei. Ma come vedi, nessuno può essere diverso da quello che è; quindi, prima che il sipario cali su un’altra inutile esistenza, concedimi di portare a termine quello che era scritto. Lasciami esprimere pensieri che nessuno raccoglierà. Devo recitare fino in fondo la parte, e sul palcoscenico della vita, davanti ai pochi seduti sulle poltrone del mio piccolo teatro, dirò loro che non sarebbe poi così difficile eluderlo. Non sarebbe complicato allontanare da sé quell’iniziale, incompreso invito, che piano erge intorno a noi le bianche pareti di una stanza. Non servirebbe molto, solo un piccolo sforzo d’integrazione, una semplice anestesia della coscienza, un’immersione totale nel mare dell’uguale; fatto questo, integrati con la terra, la lusinga non avrebbe effetto e Lui diventerebbe un superfluo sottofondo, un vano corteggiamento.
Purtroppo così non è, non può essere, e ci sarà sempre qualcuno vittima del Loro cercare.
La giovinezza è la condizione che ci dispone a cadere nella trappola. Quando siamo dei fanciulli, l’incoscienza, l’ingenuità e l’istintiva fuga dai dolori ci spingono in un angolo.
Vi prego, ascoltate il mio grido!

Dietro la lavagna da almeno mezz’ora, approfittando dei momenti di distrazione dell’insegnante, spiavo i banchi di scuola dove tutto continuava come se nulla fosse accaduto.
Mi ero trovato sul luogo del misfatto per caso; certo, avevo seguito la scena, sapevo chi era il responsabile, l’intera classe n’era a conoscenza, ma il maestro aveva punito me per una mancanza commessa da un altro. Con le mani poggiate su quella pietra nera e polverosa, mi affacciavo cauto, con discrezione cercavo il colpevole. Ero curioso di osservare i suoi occhi, l’espressione del viso, i movimenti del corpo e delle mani, convinto che avrebbe dovuto avvertire tutto il peso dell’ingiustizia, come l’avrei avvertita io al suo posto. Un altro compagno pagava per una sua colpa, come resistere. Lo immaginavo mortificato, rifugiato in un angolo dell’aula preda di devastanti sensi di colpa. Una punizione peggiore della mia. Immaginavo questa condizione interiore insopportabile per chiunque, ma non era così. Lui continuava sereno a parlare, a completare il compito assegnato, ad ascoltare le parole dei compagni, senza traccia di tormento sul viso: nessuno ricordava più che qualcuno scontava ingiustamente. Ero indignato. L’aula, con le cartine geografiche e i disegni e il crocifisso appesi alle pareti, conteneva l’immutabile quotidianità di sempre. Il maestro leggeva sul registro: anche lui mi aveva dimenticato. Non provavo affetto per il maestro, non perché fosse lui, era la figura che non mi piaceva. Recitava la lezione serio e convinto che davanti a lui ci fossero solo degli immaturi contenitori da riempire con date, formule, poesie, fiumi e montagne. Non ci ha mai ascoltato, se non per le interrogazioni di rito. Non ha mai voluto sapere chi fossimo, come appena giudicassimo la vita, i problemi d’adattamento e convivenza, i dispiaceri, le insofferenze, al maestro queste cose non interessavano. Quelle prime osservazioni e l’idea che le cose non andassero come pensavo, non sono state sufficienti a convincermi che la realtà percorreva e avrebbe percorso sempre queste vie, perché Loro si sono accorte di me.
Dalla finestra aperta, prossima alla lavagna, entravano voci e rumori… d’improvviso il canto: incerto, lontano, confuso, ma così affascinante da catturare in un istante l’attenzione. Senza dimenticare di controllare il comportamento del maestro, mi sono voltato e con le braccia poggiate sul davanzale ho osservato il cielo azzurro, il sole alto, qualche nuvola bianca; troppo distanti i palazzi davanti alla scuola, nessuna radio, anche potente, avrebbe potuto diffondere cosi lontano il suono. Più il pensiero abbandonava l’aula per inseguire quel canto, più Lui aumentava d’intensità. Non riuscivo a comprendere bene le parole, ma non mi sembravano importanti, ero attratto dalla melodia di quel coro. Non sono rimasto molto ad ascoltare. Esperienza rapida, subito interrotta. Quando il maestro ha pronunciato il mio cognome il canto è svanito. Scaduto il tempo della punizione tornavo al posto. Ho attraversato l’aula con gli occhi incollati al cielo, distratto, separato dall’ambiente e dalla brutta storia appena vissuta con i compagni. Una volta seduto, ho chiesto loro cosa ne pensassero del canto, ma nessuno l’aveva sentito, neppure quelli prossimi alla finestra.
Ero confuso, non riuscivo a capire: non hanno udito il canto, e non sentono rimorsi. L’insegnate pretende attenzione. L’amarezza riemerge. Seguo la lezione in silenzio.

Nei giorni successivi, i consueti impegni riescono a condurre la mente distante dalla strana esperienza. Non conoscevo i momenti in cui Loro credono opportuno manifestarsi.

Fastidioso quel lasciarmi solo al momento della cena.
Spesso i genitori, prima di mangiare, discutevano in soggiorno; spesso chiudevano la porta, convinti di nascondere le grida; spesso cenavo da solo, mentre udivo le stanche ragioni dell’uno e dell’altro alzarsi in forma di risse verbali, di pianti, di rancore.
Una prematura rassegnazione mi spingeva a considerare il comportamento come una conseguenza del vivere insieme, inevitabile degenerazione causata dal tempo, che muta in astio le iniziali passioni.
Ma quella non era una sera come le altre. Quella sera mi sentivo a disagio.
Perché quei pochi soldi lanciati con disprezzo sul mobile della cucina?
Perché quelle espressioni d’odio al termine del litigio?
Trascorsi tanti giorni dalla prima esperienza, ecco di nuovo il canto: sera d’estate, le finestre aperte. Mi sono alzato da tavola per raggiungere il terrazzo, senza che i genitori avvertissero la necessità di chiedermi il motivo di quel comportamento. Sollevati gli occhi al cielo Lui è diventato più intenso. Era chiaro che da lì, dall’alto, proveniva quella melodia. Con lo sguardo fisso e le orecchie tese, ho dimenticato le urla, la cattiveria, gli sguardi minacciosi e i musi lunghi. Sono rimasto in ascolto per alcuni minuti, seduto sul pavimento. Non ho chiesto se riuscissero ad avvertirlo, non mi interessava la conferma dei genitori.
Mi sentivo bene. Sereno come mai.
Siete voi stelle che riversate su di noi questo canto? Ma chi vi ascolta? Solo io, o chi altro? Interrogavo le mille e mille luci. Alcune, le più piccole, luminose e lontane, davano l'impressione di sentire la mia voce. Sembravano fremere di piacere a quel contatto, come se fossero liete di udirmi. Vibravano di una luce sempre più intensa, prima di spegnersi e scomparire. Ma non svaniva il canto. Continuava e continuava ancora: mi carezzava il viso, mi stringeva al petto, mi coccolava, mi cullava, mi raccontava storie fantastiche, come solo una madre avrebbe potuto fare. Trascinato via dalla terra, in un'altra dimensione, libero dalle disperate follie del mondo, il canto disegnava solo per me un altro luogo, un’altra vita. Mi lasciavo andare, sognavo, fino a quando una voce mi riconsegnava alla cruda realtà.
Non rispondevo alle domande dei tanti che mi sollecitavano a rivelare il motivo delle frequenti fughe. L’istinto mi suggeriva che non avrebbero potuto capire, avrebbero dovuto sentire e vedere, e invece sembravano sordi e ciechi.
Sempre più spesso, dopo cena, tornavo sul terrazzo. I genitori mi lasciavano fare, convinti dell’innocenza nascosta nei gesti dell’infanzia; più avanti convinti della stravaganza dell’adolescenza; più avanti ancora convinti della follia della giovinezza.

Quella possibilità di lavoro sarebbe stata un’autentica opportunità. Avrei occupato un posto fisso, sicuro, stabile, una strada retta e ben tracciata verso il futuro. Tutti i giovani aspirano a questo. La saggezza degli anziani lo suggerisce.
Dovevo recarmi da lui alle sedici, un mercoledì di un mese autunnale. Giunto puntuale all’appuntamento, ho atteso un po’ prima di entrare. L’ufficio, con le pareti rivestite di legno scuro e le librerie piene d’antichi volumi, trasmetteva una sensazione di freddo. Si è sollevato appena dalla poltrona in pelle per stringermi la mano. Era un uomo maturo, capelli brizzolati, magro, dai movimenti rapidi. Controllava nervoso gli oggetti poggiati sulla scrivania: le cornici, i libri, le penne e le matite. Tormentava di continuo il nodo della cravatta, come se fosse angosciato dall’idea di trovarlo in una posizione scorretta. Un vestito grigio di pregiata fattura contribuiva ad un aspetto conforme e integrato. Ha ripetuto più volte il mio nome, il cognome, la data di nascita, io confermavo ogni volta. Ha parlato del mio futuro e della mia vita come fossero cose di sua stretta competenza. Ha rovistato fra le cartelle alla ricerca di documenti. Mentre lo ascoltavo, osservavo i quadri appesi alle pareti, gli attestati di studio, i riconoscimenti, le cariche all’interno del partito, il cui simbolo spuntava più volte. Non mi guardava mai negli occhi, ma frugava, frugava nell’agenda, fra gli appunti, si lagnava per una vita colma d’impegni e di lavoro da sbrigare, delle tante opere da gestire, dei tanti amici da aiutare; passava le mani fra i capelli e sul viso come se volesse rendere più intensa la grande stanchezza. Sapeva nascondere bene il suo interesse dietro l’attenzione per gli altri. Quando ha sfiorato l’argomento del mondo da cambiare e degli uomini da salvare, ho trovato il coraggio di rivolgergli una domanda. Interrompendo il suo soliloquio ho chiesto curioso:
“Perché il mondo da cambiare? Perché gli uomini da salvare? Cosa c’è che non va nel mondo e negli uomini? Forse lei sente il canto delle stelle morenti?”
Ha sollevato il viso dalla scrivania e con espressione smarrita mi ha guardato come se fissasse negli occhi l’assurdo. Poi, aggrottando le sopracciglia, ha replicato con una domanda:
“Il canto delle stelle morenti, cos’è?”
Anche in quell’occasione non ho risposto. Sono andato via. L’ho lasciato così, senza una spiegazione.

Nei momenti duri della vita diventava più intensa la voglia che ascoltare le mie stelle morenti, per sciogliere le contraddizioni e le tristezze. E questo non faceva che sopire ed accrescere il dolore, smorzare e rinnovare la sofferenza, un calvario di andare e tornare dal sogno alla realtà, dalla realtà al sogno, lontano, troppo lontano dalla soluzione dell’enigma esistenza.

Perché rimani accanto al suo letto come un avvoltoio bianco a gracchiare possibili futuri, splendide prospettive e regole vuote?! Continui a parlare ad un corpo che muore, ad un’anima avida di speranza. Continui a discorrere con il tuo codazzo di adulatori intorno, convinti che la vita sia ossequio di reputate grandezze, brama d’elargiti privilegi e attesa della tua voce. Perché prometti. Vuoi che non sappia e non senta che è giunto il momento di accogliere la sua anima offesa nella mia anima. Vai via, allontanati da lei. Allontana i tuoi consigli e i tuoi riguardi che allungano atroci agonie e accrescono il tuo oro. Allontana quelle mani in attesa di servile prostrazione e cinico opportunismo… oh stelle morenti, ora in questo preciso istante, affacciato ad una finestra, vicino a lei, ora ho bisogno di tutto il vostro canto. Concedetemi ancora le dolci armonie, i delicati colori di una vita senza sofferenza e senza dolore, la luce del significato della nostra esistenza e delle nostre azioni. Ho bisogno di voi, ho bisogno delle illusioni e dei desideri, dei sentimenti e degli ideali. Sono incapace di vivere come corpo inanimato, trascinato via dal flusso fatuo e senza fine dei giorni. Ho imparato chi è il diverso, questo sì l’ho imparato. Che coscienza e consapevolezza sono chiari sintomi d’inferiorità, di inadeguatezza alla vita. Lei pretende grigie schiere di automi e mediocrità e insensibilità e non può essere diversa da questo perché non sarebbe vita. Ma io, stelle morenti, io sono diverso e fragile, e voi cantate per me e pochi altri infelici come me. Catturate i pensieri più belli… sì, chimere e sogni irrealizzati; vi illuminate della loro forza, brillate gonfie d’utopie scivolate via, di bene non offerto, d’amore negato, oh… l’amore… l’amore… e una volta avvertita la debolezza di qualcuno vi liberate del prezioso carico, cantando e spargendolo su di noi… su di me… per rievocare, per ricordare, per non smarrire. Ma ora so qual è il vostro compito, voi volete far soffrire, perché dalla sofferenza che nasce dal sentire e dal vedere nasce il sogno… e le stelle. Allora non sentirò più e non vedrò più, non voglio soffrire, io spezzo infine il ciclo dei desideri. Chiuso da dieci anni in questa stanza dalle pareti bianche, non vedo, non sento e non soffro… vorrei! vorrei! ma vi sento, vi sento ancora, mie dolci stelle. Le urla, le mie urla, devo urlare e urlare ancora, ma non riesco a coprire la vostra armonia, non riesco. Sì… solo pareti bianche… e voi voi, mi ascoltate? Non andate incontro alla sofferenza, ascoltate il mio grido, la mia preghiera, vi scongiuro non ascoltate il canto delle stelle morenti… non lo ascoltate… non lo ascoltate… Loro cantano solo per me ora, solo io continuo a sentirlo… l’ultimo… e con la mia morte finiranno i sogni… non ascoltate il canto delle stelle morenti.
Non ascoltate il canto delle stelle morenti!

15 marzo 2000

* Svanire via, dissolvermi, e obliare
   ciò che tu ignori fra le foglie…

   “Ode ad un usignolo” di J. Keats

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