Questo Blog è di MASSIMO PERINELLI, e si propone come completamento del suo sito www.ilgiardinodizarathustra.it, sempre dunque come confronto sui diversi temi del vivere sociale. Qui sono trattati sempre gli stessi argomenti proposti dall’autore, ma con una diversa condizione emotiva e d’azione, un’immediatezza che nasce da un pensiero, o una riflessione concisa, rapida che è immediatamente condivisa con i lettori e con loro discussa, o ignorata. È probabilmente un “nuovo” tentativo che nasce da uno stato di profonda “disperazione”, una crisi di fiducia sulle possibilità di rendere reversibile quella veloce decadenza che ha portato all’estinzione di un Mondo che confidava sull’Idea di Utopia. In fondo solo un grido muto, segno tangibile di una dignità solitaria.

Alice, una storia semplice (Dalla raccolta "Le operette immorali")

Il sei luglio dell’anno duemila, giorno del mio compleanno, ho raggiunto la non trascurabile età di trentasei anni, e a quest’età non si è né troppo vecchi per costruire ciò che non abbiamo realizzato, né troppo giovani per costruire cose mai iniziate. Una classica età di mezzo, dunque, dove possono ancora trovare spazio gli impulsi vitali, le esperienze insolite, gli incontri importanti, la vita. Nell’occasione ho prenotato una vacanza al mare. Quindici giorni in un villaggio turistico: meta insolita, non amo troppo il mare, ma quell’anno la strana voglia mi opprimeva. Così, sfogliati dei depliant pubblicitari in un’agenzia di viaggio, ho scelto un villaggio dall’aspetto tranquillo e sono tornato a casa soddisfatto. La mia casa, dove vivevo da solo: due camere, soggiorno e servizi, ampia e ben organizzata, sufficiente per una famiglia normale.

La mattina del giorno stabilito per la partenza, con la speranza di non incontrare troppo traffico mi metto in viaggio. Considerato l’alto periodo di vacanza sono fortunato; lungo l’autostrada pochi i motivi di rallentamento. Raggiunta la meta, la località marina appare subito vivace, colorata e attraente. Il villaggio, situato poco distante dal centro del paese, è delimitato da un’ampia recinzione di ferro battuto. Pochi minuti trascorsi nell’ufficio accoglienza per sbrigare le formalità di rito, poi una ragazza dell’animazione mi guida fino all’alloggio, illustrandomi, lungo la strada, alcuni aspetti della vita nel villaggio. Mi rivolge anche una serie di domande generiche, come la città di provenienza, il lavoro, i giorni che intendo trascorrere. Quindi, una volta aperta la porta del bungalow, e indicate di fretta poche altre cose, se ne va augurandomi una buona vacanza. Prima di prendere possesso dello spazio a disposizione, resto per un istante pensieroso accanto alla porta aperta, con la chiave in mano, la valigia nell’altra, a rimirare l’ambiente. In una struttura alberghiera le camere singole sono poche, costano di più e le persone che le occupano suscitano sempre una gran tristezza, poiché appaiono come figure disgraziate e infelici. Dissolta l’angoscia con un’efficace riflessione, soddisfatto della scelta e impaziente di utilizzare ogni opportunità offerta dalla struttura, sistemo nell’armadio l’abbigliamento totalmente nuovo: costumi, pantaloncini corti, camicie leggerissime; nel comodino la biancheria intima; nel bagno saponi, accappatoio, rasoio e altro. Quindi, senza trovare altre ragioni per trattenermi in camera, con un coloratissimo asciugamano, un libro, un cappello di cotone e comode ciabatte mi avvio lungo l’ombroso vialetto che conduce al mare. Prima di scendere in spiaggia, però, credo opportuno fare quattro passi per il villaggio, per rendermi conto di come potrei organizzare le giornate. Poco distante dalla zona bungalow c’è la struttura centrale, il ristorante dove servono i pasti, un bar con dei tavolini sistemati sulla terrazza, una specie di anfiteatro con un cartellone dove giornalmente sono segnalati i vari appuntamenti: giochi, spettacoli e altro. Giro per i viali. Fiancheggio aiuole curate, piene d’erba verde e fiori. Mi sento tranquillo, calmo e rilassato, nonostante il viaggio. Incrocio spesso lo sguardo curioso di persone mai viste e conosciute. Rispondo con un sorriso. Smetto di sorridere quando, piuttosto imbarazzato, inizio a sospettare che l’indiscreto interesse nei miei confronti non sia ispirato da un’educata socialità né dall’abbigliamento sobrio né dal fisico asciutto, ma dal colore della mia pelle, troppo bianco per non esser notato, in stridente conflitto, comunque, con i colori solari degli abiti. A presunta rivelazione avvenuta, combatto a lungo contro un noioso istinto di fuga che mi sollecita a nascondermi dietro qualsiasi cosa adeguata allo scopo, e lì restare fino al termine del soggiorno. Poi, rintracciata una certa ridicola irragionevolezza nell’istinto, sdrammatizzo e riprendo il cammino. Raggiunta la spiaggia, un bagnino abbronzatissimo e carico di muscoli mi accoglie con garbo e sollecitudine. Una volta indicato il posto che mi spetta, fornito d’ombrellone e sdraio, e accertata la soddisfazione del cliente, se ne va sorridendo. Occupato il quadrato di sabbia, saluto i vicini, mi siedo sulla sdraio, senza trovare il coraggio di togliermi nulla. Fortuna vuole che la chiassosa ed estroversa famigliola accanto, composta da padre, madre e figlio, con tatto e buona maniera non tarda ad ironizzare sul mio comportamento.
“Se mai si spoglia, mai prende il sole, e mai si abbronza!” Afferma il capo famiglia.
Impossibile ignorare la semplice verità.

I primi due giorni passano in fretta, e se ne va via anche quella sottile sensazione d’estraneità all’ambiente. Già la mattina del terzo giorno giravo fra i viali, frequentavo il bar, pranzavo e cenavo, chiacchieravo con ospiti e salariati come fossi un vecchio cliente. Dunque, tutto sarebbe potuto andare nel migliore dei modi, se non fosse stato per un particolare: ero sempre solo, in camera ovviamente. Non avevo considerato che al mare la maggior parte del tempo lo si trascorre seminudi e che le tante splendide ragazze, armate di crudele malizia, erano diventate presto un vero tormento. Un fisico maschile sano e normale non possiede una gran capacità di mortificare a lungo la carne, soprattutto quando questa è anche priva di virtuose mete spirituali da raggiungere. I miei soliti riferimenti, delle amiche con cui scambiare, sempre senza impegno, coccole, effusioni e carezze erano lontane. Ero riuscito ad individuare delle ragazze sole, ma al di là di effimere occhiate non avevo riscontrato alcuna disponibilità; mentre splendide adolescenti, acerbe minorenni proibite, sottili e dorate come ninfe, sembravano danzare con perfida spietatezza, ignorando completamente le dolorose conseguenze che il volteggiare dei loro corpi ha sulle fantasie. Tanga ridottissimi, sensazione di libertà totale che il mare concede ai gesti, atroce sensualità nel distendersi sulla sabbia con pigrizia da gatte, i riflessi della pelle, l’acqua del mare che fa aderire la stoffa del costume e lascia così poco all’immaginazione, erano diventate un’autentica tortura.
Sennonché, la mattina del quarto giorno qualcosa cambia.

Terminata la settimana a disposizione, la vicina coppia d’ombrellone se ne va lasciando libero il posto in spiaggia. Di mattina, sul tardi, ecco le due nuove ospiti: una ragazza non più giovanissima, oltre i trent’anni, capelli scuri e corti, occhi neri e irrequieti, e una ragazzina di circa dodici anni, poco somigliante a lei nei tratti del viso, ma identica nel colore dei capelli e degli occhi. Poco disinvolte e molto riservate occupano lo spazio sotto l’ombrellone, senza dare noia a nessuno, scusandosi per ogni movimento che sospettano eccessivo. Sistemate la borsa, i sandali e le altre poche cose che hanno con sé, si liberano del pareo copricostume, per rivelare così la diversa conformazione fisica e una comune caratteristica: una pelle bianca e trasparente, simile al colore dell’alabastro. La ragazzina inizia ora a sbocciare. Il corpo snello e incerto lascia intuire appena il profilo del seno, la rotondità dei glutei, le gambe lunghe e affusolate. Il loro primo giorno trascorre fra creme protettive spalmate di continuo, assillate dalla paura di scottarsi, i sorrisi di circostanza della mamma, lanciati nei rari momenti in cui distoglie l’attenzione dalle pagine del libro e gli sguardi obliqui e diffidenti della ragazzina.
Il mattino seguente, per prepararmi nel migliore dei modi, mi attardo un po’ in camera. Percorro il vialetto che conduce alla spiaggia. A metà strada le intravedo già sotto l’ombrellone.
“Buongiorno!” Accenno appena giunto.
“Buongiorno!” Risponde lei, mentre sorride, alza e abbassa gli occhi veloci.
“Ma… suo marito? Verrà fra qualche giorno?” Tento un garbato approccio.
“Sarà difficile, temo, siamo divorziati!”
“E un compagno? Un amico?”
“Nessun compagno, nessun amico, soltanto io e mia figlia!” Sorride ancora.
La notizia mi mette subito di splendido umore, nondimeno, un vago consenso a proseguire il colloquio mi procura importanti indicazioni: che abitiamo nella stessa città, che il suo lavoro è di impiegata in un ufficio d’assicurazioni, che possiede una piccola casa di proprietà in un quartiere distante dal mio, e poi abitudini, amicizie. Cerco di essere discreto, sto bene attento a non forzare le cose, assillato dall’idea di apparire invadente. Ovviamente il desiderio di stabilire il grado d’interesse nei miei confronti è forte. Di sicuro ha intuito il mio, dalla sincera attenzione che dimostro per il suo spirito, ma soprattutto per quella che dimostro per il suo corpo: gli occhi cadono spesso sull’incantevole fondo schiena, sul seno, sulle gambe e lì restano audaci a sognare fino a quando la dignità lo consente. La vigile ragazzina mi ha colto due volte impegnato nell’analisi: la prima volta mi ha scrutato con severità, come se mi rimproverasse con un «Ma cosa fai, non ti vergogni?». La seconda volta, invece, sembrava che nutrisse ben altro sentimento, riassumibile nella domanda «Perché non guardi anche me?»

Pranzo insieme, vicini di tavolo, insieme anche la cena. A fine giornata ritengo lecito supporre di non esserle del tutto indifferente, altrimenti avrebbe agito in modo diverso, più scostante; forse la simpatia è reciproca, forse la voglia di approfondire la conoscenza c’è, come si usa dire. Terminato lo spettacolo serale del gruppo d’animazione, due passi tutti e tre insieme e un saluto davanti alla porta del suo bungalow.
Il caldo della notte, la fantasia che non smette di tormentarmi, fatico a prender sonno.
L’indomani la conversazione fra noi inizia con un tono diverso, come se la notte avesse portato consiglio ad entrambi. In verità, di libero arbitrio nelle notturne decisioni ce n’era stato ben poco. Di sicuro per noi avevano già scelto gli ormoni ancora giovani, il mare, il sole, la sabbia, ruffiani strumenti della vita. Nel corso della giornata affiora un obiettivo nei suoi e nei miei occhi, tradito dai gesti, dalle mani che si sfiorano con studiata destrezza, dai corpi in acqua che sfruttano ogni minima energia delle onde per strusciare l’uno contro l’altro. A sera, dopo il consueto spettacolo del gruppo d’animazione, non mi saluta con un appuntamento per la mattina successiva.
“Vieni fra mezz’ora, qui da me, lei dormirà!” Indicandomi la figlia, senza farsi vedere.
“Ma, qui da te… forse sarebbe meglio… e se si sveglia?” Replico confuso.
Armida non ascolta ragioni. Porta avanti l’argomento credibile del timore a lasciarla sola. Vado via. Raggiungo la camera. Una doccia veloce. Trenta minuti precisi ed eccomi di nuovo da lei. Un colpo appena e la porta si apre. Con un dito di traverso sulle labbra mi ordina di fare silenzio. Nel bungalow ci sono due letti divisi: uno è accostato alla parete di destra, l’altro alla parete di sinistra, dove, coperta appena dal lenzuolo di cotone, dorme Alice. Armida, senza dire una parola mi esorta al silenzio. Mi abbraccia impaziente, frettolosa e mobile, come i suoi occhi. Mentre la bacio ripenso ai gesti riservati della signora del giorno prima, sorpreso nel constatare il cambiamento e l’esplosiva passionalità. Tuttavia fatico a lasciarmi andare. La situazione mi appare inquietante, per la presenza della ragazzina, soprattutto, che non agevola per niente la passione. Non riesco a considerarla una circostanza normale, mentre lei sembra non dare nessun peso alla cosa. Consapevole forse del conflitto, continua a premere contro il mio corpo rigido, poi si toglie l’accappatoio, mostrandosi nuda, illuminata dalla luce della luna che filtra dalle persiane accostate. È impossibile non restare conquistati da quelle forme mature e piene, ma è anche impossibile non voltarsi di continuo verso i deboli respiri di Alice che riescono, nonostante tutto, a prevalere sui sospiri di Armida. Continuiamo a baciarci, ma l’eccitazione stenta a crescere. Inizia a slacciarmi i bottoni della camicia. La toglie e la getta via, verso la spalliera di una sedia vicina. Ci avviciniamo al letto. Si siede sul bordo, vuole che resti in piedi, davanti a lei. Tolti pantaloncini e slip avverto d’improvviso un timore, e mi giro d’istinto: la ragazzina dorme sempre, immobile, di un sonno profondo, come narcotizzata. Il tempo di uno sguardo e sento la bocca di Armida occuparsi di lui, determinata a farmi dimenticare ogni altra cosa. Un fremito di piacere e l’eccitazione non tarda ad arrivare. Esortato nel migliore dei modi possibili lo stelo reagisce. Dimentico, con le sue mani strette ai fianchi, dimentico, mentre muove avanti e indietro la testa, applicandosi con estro e abilità, fino a quando un sospiro più forte di Alice mi fa sobbalzare dallo spavento. Esco con un guizzo dalla bocca di Armida, coprendomi ingenuamente con le mani. La ragazzina non si è svegliata: solo un sospiro mentre cambiava posizione, e nel farlo ora rivolge il viso a noi, con gli occhi sempre chiusi. Il lenzuolo sgualcito, è rimasto oramai a coprire solo i fianchi. La luce rischiara il corpo immaturo, piccole parti di pelle bianca come il marmo assediate da un pallido rossore; disteso in posa languida e rilassata posso distinguere i seni nell’atto primo d’apparire, le braccia sottili, le gambe. Così, senza riflettere, quel particolare stato di spavento ed eccitazione rianima una passione in fuga. Armida si distende sul letto. Assecondo il desiderio. La lingua a raggiungere ogni rifugio colmo di sospiri. Mentre i fianchi sussultano, spinge forte il bacino contro la mia bocca. Senza esitare mi distendo su di lei. Trascuro ogni altro preliminare. Non resisto a lungo, qualche spinta appena, e nell’istante dell’orgasmo, senza motivo, volto lo sguardo dove dorme serena.
In tutto, fra entrare e uscire dal bungalow saranno passati non più di tre quarti d’ora. Lungo il vialetto deserto, sulla via del ritorno, non mi sento per niente soddisfatto di come sono andate le cose. Mi sento sporco come fossi stato con una prostituta. Situazione ambigua, troppo ambigua, e poi con quella ragazzina fra i piedi!

Nei giorni che seguono, non abbiamo dato motivo di spettegolare sulla nostra reciproca simpatia, e comunque la storia non interessava a nessuno. Discreti e controllati, da persone mature, approfondivamo anche altri aspetti, oltre a quello sessuale.

“Sei strano, cos’hai!”
“Beh, i nostri incontri, sai, mi mette molto imbarazzo la presenza di Alice.”
“Perché?”
“Come perché… Armida?! La ritieni una situazione normale? E se ci vedesse?”
“E se ci vedesse, vedrebbe due esseri umani che fanno piacevolmente l’amore, cosa c’è di male!”
“C’è di male che è scandaloso! Ma non pensi alle ripercussioni sulla sua psiche, potrebbe…”
“Non dire scemenze Fabio!” Mi interrompe, muovendo intorno gli occhi nervosi “Sono scandalose la violenza, la guerra, l’ingiustizia e l’odio, queste si ripercuotono sulla psiche dei ragazzi, l’amore e il piacere no.”

Capivo dal tono sicuro e dalle argomentazioni che Armida sosteneva la tesi del diritto a una legittima immoralità. Le sue giustificazioni non concedevano spazio a repliche. La ragione confermava, restava però qualcosa d’oscuro che poi, oltre la razionalità, nel profondo, contribuiva a imperlare la fronte di sudore freddo e rendeva il respiro angoscioso.   
Armida passava con rapidità da uno stato di apparente torpore a slanci imprevedibili, simile a una lucertola che immobile al sole, spaventata, si dilegua in una frazione di secondo. Leggeva o sonnecchiava, poi d’improvviso: «Vieni, vieni con me, andiamo!» Era la sua frase tipica, sempre accompagnata da quel moto inarrestabile degli occhi. Non mi dispiaceva quest’aspetto di sé, tuttavia, mi inquietava molto l’altro aspetto di sé, perché non riuscivo ancora a distinguere il confine fra possibile e impossibile.
Spesso abbiamo approfittato dell’assenza di Alice, impegnata in giochi con amiche e amici, per prenderci tutta la libertà possibile.

Con la ragazzina impegnata in una gara che l’avrebbe tenuta occupata per un’ora, un giorno, verso le quindici, orario di riposo, solo con i costumi indosso e senza perdere tempo a coprirci con altri inutili vestiti, ci avviamo verso il bungalow, nell’attimo preciso in cui Alice non è più in condizioni di scorgerci. In camera, baciandoci ci sentiamo salati e sudati, così, sotto la doccia insieme, ne approfittiamo per sperimentare ogni possibile preliminare.
Lei presta un’attenzione maniacale alla pelle. Sa che la genetica delicatezza non tollera disattenzioni. Le assidue cure le concedono un candore e una morbidezza rara e sensuale. Muoio mentre sfioro quella pelle che contiene forme non perfette, ma piacevoli, muoio nell’accarezzare la sua parte migliore.
Asciutti e incoscienti ci gettiamo sul letto, le mani ovunque, la bocca ovunque, la lingua ovunque, al culmine dentro di lei.
“No, aspetta!”
Non riuscivo a capire. Sguscia via, raggiunge la borsa del trucco, prende un flacone e torna sul letto. Pensavo a un desiderio di carezze, di coccole, prima dell’inevitabile finale, non immaginavo altra fantasia. In ginocchio sulle lenzuola, mi versa un po’ d’olio profumato nel palmo delle mani, poi sorridendo si distende. Non mi lascio pregare. Desidera dei massaggi e inizio così, senza fretta e senza trascurare nessun particolare, a massaggiare la sua pelle chiara e sottile. Chiude gli occhi. Affida il corpo alle mie mani: il seno, l’addome, le gambe. Quindi si volta.
Incredulo, la osservo adornare quel gesto lento di impudica voluttà. Con il cuore impazzito dedico una cura particolare alle spalle, poi giù verso i fianchi, poi giù verso i glutei. Inarca la schiena, brevi frasi per sussurrarmi ciò che intende offrire. Non riesco a resistere e voglio resistere, per prolungare al massimo il godimento nell’attesa. La passione con cui concede la sua parte migliore, ha su di me un effetto devastante. Così distesa, in attesa, padrona sottomessa, mi appare più come un’irrealizzabile fantasia maschile che una tangibile realtà. Poi, vinto, mi distendo su di lei. Appena poggiato sui glutei sodi lo stelo, Armida, impaziente, lo afferra, indicandogli la via. Spingo piano; attento nell’assecondare il suo cedere e il suo rallentare; una volta dentro scivolo lento per allontanare l’attimo; deciso a non concludere in fretta; concedo a lei un insospettabile piacere, fino a raggiungere il mio, oramai inevitabile.
Sudati, un’altra doccia insieme, Armida mi appare soddisfatta, appagata, felice.
Più rilassati torniamo sotto l'ombrellone. Alice torna dopo pochi minuti. Ci osserva perplessa, con lo sguardo sospettoso.
“Dove siete stati?!” Esclama seria.
Ho avuto paura che l’immoralità di Armida giunga fino al punto di rivelarle: «A fare l’amore in camera!» Con mio grande sollievo, invece, si limita a sostenere un’innocente bugia.
“Siamo andati al bar a prendere un caffè! Allora, ti sei divertita?”
Quando Alice si allontana verso il bagnasciuga la interrogo, curioso di scoprire.
“Come mai ti sei lasciata con tuo marito?!”
“Non ci siamo lasciati, mi ha lasciato!”
“Ti ha lasciato lui!” Reagisco sbigottito “E per quale motivo?”
“Perché, che domanda sciocca Fabio. Perché finiscono i rapporti!”
“Non so, perché finisce l’amore?”
“Anche.”
“E cos’altro.”
“Perché ha trovato un’altra donna più brava di me a letto.”
“Più brava di te a letto?!” Sorrido divertito “Allora ha incontrato Venere in persona, è comprensibile.”
Armida, a quelle parole si volta per guardarmi con espressione riconoscente. Mi accarezza il viso ed esclama:
“Sei carino a dire così, non sai quanto può far piacere questo a una donna, ma è la verità. Se ne andato con un'altra femmina, perché io ero un’altra femmina. A lui non ho concesso mai niente di quello che desiderava e che, in fondo, desideravo anch’io. Ho respinto le emozioni e il gioco. Nella mente un groviglio di contraddizioni, imposizioni, esempi da seguire, virtù da coltivare, voglie da negare, vergogne, paura di perdere il controllo, rossori e ritegni. In pratica, regole di comportamento impossibili da sopportare a lungo. Mi sono resa conto troppo tardi delle conseguenze che questo amore rifiutato avrebbe comportato, questa passione gioiosa rimproverata come immorale e vergognosa. Ma ora è diverso, c’è consapevolezza e volontà di essere felice e di far felice!”
“Ne sei capace, Armida, ora ne sei capace.”
“Grazie… ti ringrazio Fabio… per Alice non sarà così!” Conclude mormorando.
“Come hai detto? Cosa vuol dire!”
“Oh, nulla d’importante.”

Oltre a quel pomeriggio, abbiamo fatto l’amore in modo diverso un’altra volta. Però la seconda esperienza non è andata liscia come la prima. Un piccolo contrattempo ha guastato l’incontro… o forse no!
Due settimane di vacanza trascorrono veloci. Era l’ultima notte che trascorrevamo nel villaggio. Ci siamo incontrati per ripetere l’esperienza consolidata dell’amore notturno nel suo bungalow: d’altronde Alice non si era mai accorta di nulla.
Armida svela subito la sua voglia girandosi sotto di me come una gatta. Si alza per prendere il flacone, ma la borsa del trucco si rovescia e cade a terra. Il rumore ci sorprende divisi, restiamo immobili, in silenzio. Alice si sveglia, passa le mani sul viso, si guarda attorno con gli occhi semichiusi e smarriti nella tenue oscurità, sembra non riconoscere niente e nessuno.
“Mamma, che succede?!” Mormora.
“Niente, mi è caduta la borsa del trucco. Dormi! Dormi!” Avvicinandosi per accarezzarla.
Alice, rassicurata, poggia la testa sul cuscino e chiude gli occhi. L’imprevisto divora gran parte della mia eccitazione. Per Armida, invece, è come se niente fosse accaduto. Mi bacia, si inginocchia ai piedi del letto e con le mani unte d’olio inizia a carezzarmi. Presto la sua dannata abilità ha ragione sul mio timore. Si distende, pronta a ricevere e godere. Entro senza indugiare sulla soglia. La sento irrigidirsi, un piccolo lamento trattenuto a fatica. D’istinto mi giro verso il letto di Alice, per controllare il suo sonno. Un attimo di terrore, mentre dischiude gli occhi, a fatica, nel vuoto. Non appena li richiude:
“Scusami, non volevo.” Sussurro a Armida.
Lei sorride, rilassata si morde il labbro inferiore, come in estasi. Scivolo senza fretta, a lungo. Il pensiero del sonno leggero della ragazzina mi obbliga a controllarla di continuo. Credo di vedere le labbra accennare a un sorriso mentre, sull’immagine, vibro come un fuscello.

Fino al momento dei saluti pensavo alla storia come ad un piacevole diversivo, nient’altro. Nell’attimo del distacco, invece, ho sentito più di un sentimento impossessarsi del cuore. La solitudine, accettata fino ad un istante prima come condizione normale, era diventata d’improvviso intollerabile. Terribile il pensiero che di lì a poche ore mi sarei ritrovato solo in casa, lontano da Armida e da Alice.
Ci siamo lasciati con la promessa di telefonarci tutti i giorni.

Terminata la vacanza, tornati quindi alle nostre abitudini, per mesi andiamo avanti incontrandoci nei momenti di libertà. Presto però ci stanchiamo di questo rapporto da furtivi amanti, così, adombrata loro la possibilità, accettano con entusiasmo di trasferirsi in casa mia. Superate senza eccessivi traumi le prime settimane di adattamento alla nuova situazione, la vita di tutti i giorni si trasforma in fretta. Davamo l’impressione di una vera famiglia normale, con tutti i problemi di una famiglia normale: il lavoro di Armida, il mio lavoro, la scuola di Alice, la spesa, insomma, abitudini, caratteri e sentimenti sembravano amalgamarsi a meraviglia.

Alice, anno dopo anno, diventa sempre più matura nello spirito, e sempre più bella nel fisico: i fianchi si arrotondano, sbocciano pieni i seni, le gambe snelle, la pelle d’alabastro morbida come il velluto, un corpo adulto dunque, e una mente deliziosamente libera e licenziosa. Comportamenti appresi e rielaborati a suo modo dalle convinzioni materne. Per me non è un problema, per esempio, vederla uscire dalla doccia nuda, o girare per casa con una leggera vestaglia che lascia poco all’immaginazione: è pur sempre una giovane ragazza! Non è un problema scorgerla distesa sul letto, con le cuffie ascoltare la musica preferita; d’estate, con indosso un indecente completino intimo, reggiseno e mutandine, queste ultime, fra l’altro, a impreziosire come inutile orpello la perfetta forma del sederino: è pur sempre una giovane ragazza! Non sono un problema le dimostrazioni d’affetto, lo stringermi forte in un abbraccio, sentire i seni, o le labbra in un bacio impulsivo: è pur sempre una giovane ragazza!
No! Non potrei definire questi problemi. La trovo ogni giorno più bella e desiderabile, ma potrebbe essere mia figlia, e un po’ lo è, pertanto tutti i meccanismi del tabù dell’incesto hanno un ruolo. «È pur sempre una giovane ragazza!» Ripeto fra me di continuo, come in una litania liberatoria. Non serve a niente neanche la disinvolta ironia di Alice a smuovermi dalle convinzioni: mi chiama Padre! Equivoca sul vocabolo inteso in termini morali, come sacerdote, parroco, monaco, e non certo come Papà. Confesso di aver fantasticato su di lei, soprattutto durante l’amore con Armida: purissima innocenza, umanissima imperfezione. Però, non mi permetterei mai di sfiorarla con un dito, le catene dei codici etici non concedono vie. Alice, invece, non soffre di queste catene e quando può mi sfiora con spontanea malizia; oppure mi deride, soprattutto nei momenti in cui dimostro maggior imbarazzo.
È deliziosa quando stringendo le mani al petto e rivolgendo gli occhi al cielo sospira: «Cielo, quale spaventosa oscenità…» Come una sorpassata diva del cinema.
“Abbracciala, cosa ti costa, stai lì rigido come un fuso! È una dimostrazione d’affetto, un atto d’amore, di cosa hai paura!”
Mi sollecita Armida.
Alice, a pranzo concluso, e prima di uscire con le amiche, mi stringe a sé per baciarmi a labbra serrate sulla bocca, com’è suo solito fare. Ho più volte bonariamente protestato, suscitando le affettuose rimostranze di madre e figlia che, sempre con estrema convinzione, ogni volta ridicolizzano questo, a loro dire, atteggiamento da bigotto.

Il problema, in realtà, per me non era così irrisorio come appariva alle due donne. Ero in condizioni di capire cosa nascondeva l’innaturale rigidità. La lunga, intima riflessione mi aveva svelato che il calore del corpo di Alice mi causava dentro una tale vibrazione, impossibile da ignorare. Ogni volta che si avvicinava sembravo d’improvviso ammalarmi di quella rara e invalidante malattia che produce un tremore crescente e infine genera, raggiunta la massima intensità, una paralisi totale. Questo nella parte fisica, nella parte spirituale era anche peggio; perché nei momenti in cui assaporavo l’acre profumo d’agrumi che ha la giovinezza, mi tornava alla mente l’immagine televisiva diffusa tempo fa, in cui si vedeva un povero disgraziato esitare in piedi sul davanzale della finestra di un grattacielo in fiamme, incapace di scegliere fra finire bruciato vivo o finire spiaccicato sull’asfalto dopo un breve volo. Sì, Alice per me era diventata questo, con molto equilibrio e buon senso, naturalmente, tuttavia una scelta, fra la morte all’inferno o la morte sull’asfalto.

“Padre! Vuoi abbracciarmi o no! Solleva queste braccia, coraggio; sei capace di un innocente atto d’amore nei miei confronti? Di cosa hai paura.” Fa eco Alice alla madre.
“Non ho paura, ragazzina.” Affermo mostrandomi sicuro “Una certa dose d’imbarazzo mi sembra legittima, non credi? Se proprio vuoi, comunque, lo faccio volentieri.”
Sollevo le braccia per stringerla forte. Sono sufficienti appena una manciata di secondi. Alice si allontana, con lentezza, lascia però le braccia poggiate sulle mie spalle. Mi fissa seria e perplessa, turbata dalle avvertite conseguenze dell’abbraccio. Penso che davanti all’evidenza dei fatti, di fronte alla palese provocazione lei, abbassati gli occhi e rossa di disagio sul viso, si sarebbe allontanata. Mai avrei previsto che, sorridente e compiaciuta, sarebbe tornata a stringermi con più forza. Sotto gli occhi di Armida rimaniamo così per un po’, poi, guardandomi negli occhi, con una certa irritazione mi lascia, come se avesse voluto prolungare all’infinito quel capriccio, gratificata dal mio impulso animale. Con un gesto morbido della mano sistema i capelli, saluta la madre e se ne va.
A porta chiusa Armida commenta divertita.
“Hai visto?! Cosa ti è costato farla felice!”
“Già, cosa mi è costato?!” Rispondo, sudato e sconfortato.
Si avvicina. Mi stringe. Mi bacia.
“Armida, ti prego!…” Protesto, mentre cerco di sfuggire, rosso di vergogna.
“Sento che Alice ti piace molto.”
“Oh mio dio… Armida! Ma è nostra… tua figlia, cosa dici?! Come potrei?! Sei tu che…”
“Già, mia figlia, ed è bella non è vero? Ti vuole molto bene, lo sai, molto.” Continuando a corteggiarmi.
“Un bene spirituale, certo, che non ha… cosa fai, cosa fai…” si piega sulle ginocchia e con rapidità rimuove gli ostacoli che la separano dal nudo proposito “Cosa fai Armida ti prego, Armida…”
A quel punto non ho nessuna possibilità di reagire. Tiene stretto fra le mani il mio desiderio e con avidità continua a lusingarlo con la bocca. Con le mani posate sulla sua nuca assecondo e rafforzo i movimenti lenti ed esperti.

Ho pagato un prezzo altissimo per quell’attimo di allentamento dei freni, per quell’istante di sciocca provocazione fallita. Aderire al corpo di Alice, sentire ogni fibra, ogni rilievo, ogni incavo ha significato non dimenticare: materia e spirito si dividevano in modo definitivo, e avvertivo il secondo fare ricorso a tutte le risorse etiche per convincere la prima ad arrendersi.
Sennonché, dopo la brutta esperienza, la convivenza è proseguita senza problemi. Armida sembrava stimarmi di più dopo quel primo gesto, che insisteva nel valutarlo come una prova d’affetto. A letto poi, bramosia di nuovo e voglie licenziose in lei sembravano crescere di pari passo con la mia prospettata, e solo mentale, libertà di lasciarmi andare alla fantasia. Se, superando sudori freddi ed eterni tormenti, mi dimostravo disponibile con Alice, Armida rispondeva con maggior ardore, e Alice replicava con altre sublimi malizie, come quella di pretendere il bacio della buona notte o sussurrarmi nell’orecchio: «Cavoli, vi ho sentito questa notte… i vostri sospiri…». Confesso che l’immersione continua nella virtuale promiscuità, può generare una curiosa esteriorità, una simulazione in cui ci si abitua a giocare con l’immoralità. Si accetta come se un giorno potesse diventare vera, ma che rapida muore quando la realtà accenna a intrufolarsi nella fantasia: una levata di scudi potente a difesa di qualcosa di sacro, di incorruttibile. Fosse stato per me, questo tipo di andamento familiare sarebbe anche potuto continuare, per sciogliersi, infine, seguendo la prassi comune a tutti gli individui nella medesima situazione. Disgrazia ha voluto che le due donne non fossero dello stesso avviso.

Con il passare dei mesi Armida e Alice sembrano accumulare insoddisfazione, soprattutto nei confronti del mio comportamento che, in effetti, non mostra evoluzioni. Un muro di «Questo è tutto quello che posso fare!» a cui non si rassegnano, e lavorano di fantasia verso chissà quali mete. Il classico fulmine a ciel sereno arriva quando Armida mi informa che ha intenzione di allontanarsi per un po’.
“Andare via? Perché Armida, non capisco. Mi vuoi lasciare?”
“Non dire scemenze, non ti voglio lasciare! Ho solo bisogno di riordinare le idee, di un attimo di riflessione.”
Attimo di riflessione! Eccolo, lo sapevo, hai incontrato un altro, gli attimi di riflessione sono sempre concreti, fatti di carne e ossa. Come si chiama, lo conosco?”
“Sì! Si chiama idiota e sei tu. Fabio! Fabio!” Mi stringe il viso fra le mani e guardandomi negli occhi continua “Mi senti? Non c’è nessun’altro. Torniamo a casa, da sole, per qualche giorno, tutto qui.”
Sembra sincera. Ho paura di restare solo… come sono sempre stato. Amo Armida e amo Alice. Anche loro mi amano, o forse no?! Cosa è successo di così catastrofico per prendere una simile decisione? Il mio comportamento forse?
Nonostante le perplessità, Armida e Alice una domenica mattina preparano le valige per far ritorno a casa. Una volta che sono andate via, giro per le stanze come uno spettro. Guardo con tristezza i vuoti che hanno lasciato. Raggiunta la camera mi siedo sul letto per piangere come un ragazzino. Superata l’emotiva manifestazione di debolezza, mi accorgo che negli armadi e nei cassetti sono rimaste molte loro cose: vestiti, biancheria intima, una gran quantità di cosmetici che abitualmente usano. Forse torneranno? Non sono importanti?
Con mio sommo sconforto, Alice torna il pomeriggio successivo a prendere alcune delle cose che hanno lasciato.
“Alice, siediti, dimmi la verità, devi dirmela, tua madre ha un altro uomo? Non mi ama più? Cos’è successo!”
La aggredisco quasi. Non so darmi pace, vorrei una risposta. Ma lei si mostra reticente e vaga. Risponde con tanti: «Non lo so! Non la capisco! Ti telefonerà!» Evita d’incontrare i miei occhi tristi. Pochi minuti e se ne va di fretta, con la borsa piena. Sulla porta mi bacia come sempre, io ricambio indifferente, quasi estraneo, penso troppo a Armida.
Quando oramai l’ambigua situazione continuava a consigliarmi azioni che solo una mente disperata può concepire, come seguirla di nascosto o presentarmi in casa sua d’improvviso per affrontarla con decisione, giorni dopo, domenica mattina, suona il campanello. Pieno di speranza apro la porta e resto perplesso e muto a osservare il volto sorridente di Alice.
“Beh, ci sei rimasto secco? Non mi fai entrare?… E chiudi quella bocca!”
“Oh, scusami Alice e che non… veramente io…”
Entra, posa la borsa sul mobiletto che è nell’ingresso, poi si accomoda in cucina.
“Hai un aspetto terribile, barba lunga, pigiama ancora indosso, sei orrendo.”
“Hai ragione!” Rispondo passando una mano sul viso e scrutando indifferente il mio aspetto trasandato “Non aspettavo nessuno… ma sei sola? Mi sistemo in un momento…” con ritrovato pudore mi dirigo verso la stanza da bagno “Sei venuta per prendere le poche cose rimaste?”
“No, sono venuta per restare qui.”
Dunque, in questo preciso momento, con la frase di Alice ancora fluttuante nell’aria, l’immagine simbolica della condizione che sto vivendo potrebbe essere quella di una bombola di gas che scoppia in una casa già danneggiata da un terremoto. Un’esplosione che lancia lontano ciò che è rimasto in piedi dopo la prima sciagura.
“Scusa non ho capito bene, puoi ripetere per favore!” Stramazzo disfatto su una sedia.
“Su che hai capito, Padre! Sono venuta per stare qui con te.”
Ribadito il proposito, rimango in silenzio, e con la mente vuota osservo Alice che osserva divertita le mie cento espressioni di stupore. Quindi:
“Io telefono a tua madre!”
“Certo, e confermale che sono arrivata.”
Concentrato sulle ragioni da riferire a Armida non valuto bene la replica.
“Pronto Armida? Sì, sono io… spiegami un po’, è arrivata Alice, è seduta davanti a me, ride! Chissà cosa avrà da ridere! Dice che vuole restare qui… non ti sembra… come? Cosa vuol dire «L’università è più vicina e le amiche, e la distanza…» ma, tu sei d’accordo?!… A me sembra un’assurdità, mi sembra folle tutta la situazione, tu a casa tua lei a casa mia, c’è da impazzire. Come «Non fare l’esagerato!» come… Armida, ti rendi conto! Cosa ho fatto di male per meritare questo… Va bene non esagero, va bene è una cosa normale, va bene non succede niente di drammatico, va bene la smetto di essere il solito tragico conformista, va bene. Alice è una persona matura e sa quello che deve fare… Ciao, ciao, ci sentiamo.”
Senza pronunciare altre inutili parole, travolto dagli avvenimenti, guardo Alice che ha seguito tutta la telefonata con un’increspatura insolente sulle labbra, quindi mi stringo nelle spalle rassegnato e mi rifugio nel bagno a riflettere.
Dieci minuti d’isolamento, non di più, e sento bussare alla porta.
“Sei sotto la doccia? Guarda che io entro, ho urgenza…”
“Alice! Non puoi fare così… sono…” Reagisco sollevando un’energica voce di protesta.
“Uh, quante scene Padre, ma chi ti vede, capirai… come se non avessi mai visto un uomo nudo.”
Al di là del vetro appannato la vedo sfumata come un’ombra. Forme vaghe. Suppongo che la protezione offerta dal box doccia sia la stessa per chi è dentro e per chi è fuori. L’idea che riesca a vedermi è irritante. Esce e chiude la porta. Come se non avessi mai visto un uomo nudo! Quando ho finito la raggiungo, mentre riprende possesso della camera e sistema con calma il contenuto della borsa.
“Cosa vuol dire Come se non avessi mai visto un uomo nudo!
Alice non interrompe il lavoro, senza degnarmi di uno sguardo risponde distratta:
“Significa quello che ho detto. Pensi che alla mia età non ho mai avuto occasione di vedere un uomo nudo? Figuriamoci!”
“Vuoi dire…”
“Voglio dire, Padre!”
“Anche?…”
“Anche, Padre, anche!”
La risposta data col massimo autocontrollo, da persona adulta, mi crea un serio imbarazzo. Mi sento davvero colpevole d’interessarmi troppo alla sua vita intima, e senza averne il diritto, come un vero, inopportuno ficcanaso. Il riferimento critico, l’autorità autorizzata a indagare può essere la madre, non io, fino a prova contraria soltanto un estraneo, genetico e sociale. Nel pomeriggio lei esce con un’amica, io vado in un grande magazzino per delle spese. A sera ceniamo insieme, da soli. Telefono a Armida, un po’ di conversazione, televisione, abluzioni serali, bacio della buona notte e a letto. Mi infilo sotto le lenzuola a leggere un libro. Dalla mia camera non vedo l’interno della stanza di Alice, ma posso scorgere se la luce è accesa, sentire i rumori, addirittura il respiro se c’è silenzio. La giornata è stata così intensa che ho difficoltà a prendere sonno. Mi prolungo sui capitoli, e rivolgo ogni tanto lo sguardo verso la camera vicina: la luce è sempre accesa; forse, come me, ha delle difficoltà a addormentarsi. Un’ora dopo, poggio il libro sul comodino e la testa sul cuscino, nella speranza di cadere presto fra le braccia di Morfeo. Niente. Sveglio come un predatore notturno. La luce nella stanza di Alice è sempre accesa. Infilo le ciabatte e senza fare rumore mi avvicino. È coricata su un fianco, il viso rivolto al muro, le spalle alla porta. Il ritmo del respiro rivela un sonno profondo. Spengo la lampada dimenticata accesa sul comodino. Solo un attimo di debolezza quel frugare con gli occhi nel buio. Riaccendo il lume. Non si accorge di nulla, quieta e rilassata: gli occhi chiusi, il viso sereno, i capelli neri che scendono liberi sulle guance fino a sfiorarle le labbra. Il lenzuolo lascia scoperte le spalle, quello che basta a scorgerle sprovviste delle spalline del reggiseno. Mi fermo sulla curva del collo, sulla pelle bianca del piccolo tratto di schiena nuda, non distinguo altro, nonostante lo sforzo di lanciare lo sguardo oltre il possibile. Da lì in poi posso solo immaginare. Non so quanto tempo sia rimasto a venerarla come la statua di una dea. Al primo accenno di risveglio, un sospiro profondo cambiando posizione, lesto spengo la luce e mi allontano di fretta.
“Buonanotte Fabio!” Mormora.
Mi sento morire dalla vergogna. Immobile sulla soglia non so come reagire, poi, senza rispondere e senza voltarmi, torno a letto, per girarmi e rigirarmi fra le lenzuola.

Nei giorni seguenti ognuno va per la sua strada, lontani l’uno dall’altra. Telefoniamo regolarmente a Armida; che ancora non si decide a rivelarmi le ragioni del distacco. Alice, la sera a cena, con naturalezza mi narra gli avvenimenti più importanti, cerca opinioni e consigli, senza risparmiarmi particolari di cui ne farei volentieri a meno.
“Per carità Alice, perché mi fai questo, è una cattiveria, te ne rendi conto?!”
“No, non sono d’accordo, sei tu crudele. Io ti racconto un’esperienza negativa, cerco il tuo aiuto, e tu? Me lo neghi… bravo Padre che sei!”
“Alice? Alice? Mi senti? Mi stai raccontando una esperienza sessuale, un’intima, giovanile, esperienza sessuale, e io, qui davanti a te, femmina giovane sana e bella, non sono nient’altro che un maschio adulto, riesci a capire?”
“Io capisco te, ma tu non capisci me. Perché gli adulti possono insegnare tutto e non possono insegnare questo aspetto importante della vita.”
“Ma l’amore si può spiegare in modo spirituale, quello fisico… beh, solo in teoria!”
“Teoria? Perché in teoria! È come se mi insegnassi la tecnica del paracadutismo e poi ti rifiutassi di tenermi abbracciata durante il primo lancio...”
“Non è la stessa cosa…” affermo, alzandomi dalla sedia, nel tentativo di mascherare la difficoltà “L’amore fisico lo devi scoprire piano piano, con la persona che ami…”
“Appunto…”
“È un luogo misterioso, dove si procede con cautela, prove, esplorazioni, con frequenti errori e insoddisfazioni, cercando la persona giusta che sappia donarti il piacere.”
“Già, è proprio questo il problema. Tu sapresti farlo, e gli imbranati che incontro io no. È anche una questione tecnica, credo, non solo sentimentale.”
Io, io… che cosa saprei fare?” bofonchio arrossendo “Tu sei pazza, Alice sei pazza! Ci sono i tormenti, le colpe…”
“Allora lo sai cos’è successo dopo?…” Mi interrompe innervosita.
“No, ti prego, smettila di raccontarmi cos’hai fatto con quel tuo amico, ti prego…”
“Naturalmente, anche senza essere innamorati è stato facile passare dai libri ai baci, gli ormoni sono quello che sono…”
“Ti prego! Vado via, ecco, mi alzo e me ne vado!”
“Vieni qua scemo, siediti… così, da bravo. Il tutto non sarà durato più di quindici minuti. Ci siamo baciati sulla bocca, sul collo, poi col respiro rantolante lui ha afferrato la mia mano per sollecitarla a scendere; io ho assecondato la proposta, ma poi, nonostante il desiderio, non sapevo cosa fare. Mi sono dilungata a massaggiare, sennonché, insoddisfatto e infastidito dall’assenza d’iniziativa, con virile atto di coraggio ha provveduto da solo a estrarre lo stelo. E così, caro Padre, me lo sono ritrovato in mano, caldo e piacevole.”
“Alice… per carità, tu mi uccidi!”
“Le amiche mi avevano raccontato le loro esperienze, avevo qualche vaga idea, ti assicuro, comunque, che dalla teoria alla pratica è tutta un’altra cosa. È stato sempre il mio amico, più spazientito che mai, a indicarmi il movimento giusto; però, una volta la mano era troppo veloce, una volta troppo lenta, una volta troppo stretta, una volta troppo aperta, insomma, un vero disastro. Infine, in un modo o nell’altro ha raggiunto il piacere. Ho osservato curiosa il bizzarro risultato sulla mano. Ripulita in fretta con un fazzoletto di carta e una sciacquata nel bagno, dopo abbiamo ripreso a studiare, e ti posso assicurare che lui era piuttosto deluso della sconfortante prestazione.”
“Va bene, ma è stata una prima volta, non puoi pretendere che…” cerco di minimizzare, mascherando i pungoli prodotti dal raccontino “vedrai la prossima volta andrà meglio.”
“Le prossime volte ci sono già state, e sono andate anche peggio.”
“Peggio? Come…”
“È tardi, te lo racconterò domani, andiamo a dormire ora.”
Andare a letto con una simile quantità di ormoni circolanti per il corpo sarebbe stata una vera follia. Chiuso nel bagno, in pochi secondi ricorro all’estremo espediente solitario, così, come facevo da ragazzino, ma senza il medesimo appagamento: un effimero svuotamento che mi lascia molto amaro in bocca. Fra le lenzuola rifletto sull’intera esperienza, in modo da poter raccogliere dati utili a trarre le inevitabili conseguenze. Armida, in effetti, si è sempre dimostrata una donna amorale, in condizioni di criticare aspramente i codici etici imperanti, quindi, sua figlia, non è altro che il risultato di questa filosofia. Cosa c’è dunque da recriminare.

Alice ha continuato imperterrita a raccontarmi le sue storie. La prima esperienza d’amore completo, il pomeriggio che ha donato la verginità al biondino amico di scuola. Quel po’ di dolore, la rabbia di fronte al giovanile egoismo del maschietto. Il disagio provato quando si è inginocchiata nel tentativo, sollecitato con impazienza, di assaporare un maldestro e passivo piacere donato con la bocca. Ha accusato le persone adulte di mostruosa insensibilità, incapaci, a suo dire, di superare con l’amore imposte limitazioni. Ogni volta mi trafigge con mille aghi, ma col tempo sentivo la sofferenza ridimensionarsi. Nonostante i ferrei propositi, nel gioco di contrapposte ostinazioni, piano qualcosa d’importante si sgretolava: il più debole avrebbe finito per cedere.

Festa di compleanno di un amico di Alice. A tarda notte vado a prenderla per riportarla a casa. In macchina, tesa e nervosa, mi risponde con pochi grugniti sgarbati.
“La colpa è tua, la colpa è sempre tua…”
“Colpa mia, ma cosa dici, cosa ho fatto di male?!”
“Se tu ti comportassi in modo diverso io non andrei alla ricerca di quello che potrei avere senza angoscia.”
“Di cosa parli, non ti capisco, cosa ti è successo di grave.”
“Nulla di grave, di sgradevole sì, però. A festa conclusa, siamo rimasti in pochi, due femminucce e quattro maschietti. Avevamo ballato, bevuto, scherzato, cantato come scemi, un divertimento innocente, legittimo per una festa di compleanno. Qualcuno si era lasciato andare a qualche bacio, a qualche carezza appena temeraria, nient’altro, fino a quel momento. A sera inoltrata, dunque, siamo rimasti in sei a parlare e a bere, quando, perduti i freni inibitori a causa dell’alcool e della musica, la mia amica si è allontanata ritirandosi in un luogo appartato, a giocare col suo amichetto, e io sono rimasta nel soggiorno, insieme ai restanti tre allegri maschietti con gli occhi lucidi. Osservavo quei poveretti semi inanimati sprofondati sul divano, e mi è passato per la testa un improvviso desiderio di provocazione. L’intenzione era di collaudare la mia capacità di seduzione, così, comportandomi come un’improbabile divoratrice di uomini, mi sono avvicinata al primo. L’ho baciato sulla bocca, poi mi sono avvicinata al secondo, e al terzo, per ripetere la stessa azione. Dopo questa performance, con la testa in subbuglio, mi sono allontanata di pochi passi. Ho proposto al festeggiato di spegnere la luce che illuminava la stanza. I tre si sono guardati negli occhi un po’ smarriti, quindi, stimolati dalla novità, facendosi cenni d'intesa, hanno deciso di stare al gioco. Il padrone di casa ha di fretta creato il buio, e nel buio hanno continuato a seguire il mio invito ad accendere e spegnere una piccola lampada da tavolo che diffondeva un debole fascio di luce, sufficiente a illuminare porzioni ridotte d’ambiente… e poi il resto.” Sfuma d’improvviso.
E poi il resto cosa?!” Ho sollecitato infastidito dalla sospensione.
“E poi… beh… il giochino era senz’altro divertente, erotico nelle intenzioni, in pratica, però, così goffo, rappresentato da simili personaggi, da trasformarsi presto in una grottesca parodia. Il tutto sarà durato non più di mezz’ora. A ogni rapido chiarore loro scorgevano me con qualche indumento in meno, io scorgevo invece sei occhi sempre più eccitati. Tolta la camicetta, con dubbia sensualità ho lasciato scivolare la gonna, proprio come una spogliarellista. Ho indugiato a lungo, una volta rimasta in reggiseno e mutandine, in coro mi hanno implorato di proseguire. Così ho fatto. Via il sopra, via il sotto. Con la luce ora rimasta accesa, ho resistito sotto i loro sguardi increduli per qualche lungo istante. Avvertivo intensi desideri carezzarmi da lontano il corpo nudo. Era piacevole, avevo raggiunto il risultato voluto, ma non sapevo più come muovermi, come andare avanti. Presto ho cominciato a provare un certo imbarazzo, anche perché loro, immobili, sbavavano senza iniziativa, come degli assetati davanti a un miraggio. Non gli ho concesso altro tempo. Con andatura felina mi sono avvicinata al divano, mi sono seduta e ho fatto cenno al festeggiato di avvicinarsi… volevo fare come la mamma nel bungalow! Così, con lui in piedi davanti a me, ho trafficato con la lampo dei pantaloni, sotto gli occhi degli altri due che sembravano diventati statue di cera. Ho preso in mano lo stelo, l’ho osservato come un dolce squisito e l’ho avvicinato alle labbra, gustandolo poi con tale maldestra ingordigia che lui, eccitato com’era, non ha avuto il tempo di resistere un secondo, rovesciandomi in bocca l’aizzato liquido. Non era andata troppo bene. Non mi sembrava che i tempi e il piacere reciproco fossero in linea con ciò che avevo visto fare da voi. Con il secondo… volevo fare come la mamma nel bungalow! Mi sono distesa sul divano, ho aperto le gambe e gli ho indicato di interessarsi al mio fiore. Ha accettato con impeto, ma i ragazzini non sanno usare bene la lingua in amore! Un attimo mi allontanavo troppo e lui mi abbandonava, convinto che ne avessi abbastanza; oppure spingevo troppo e lo sentivo rantolare preda del soffocamento; in più, poveraccio, non sapeva proprio dove andare a esplorare, e infine, seccato, si è disteso sopra di me cercando furioso la prima via. Disgrazia vuole che, anche lui, eccitatissimo, non ha avuto il tempo di spingersi tanto oltre, riversando prossimo all’ingresso l’aizzato liquido. Con il terzo… volevo fare come la mamma nel bungalow! Mi sono distesa prona sul divano, offrendogli convinta la seconda via. Questa terza prova ha avuto esito ancora più infelice delle altre, non si è concretizzata neanche, se non nella forma esteriore. Il povero ragazzo è rimasto sospeso in una specie d’estasi mistica davanti al mio sederino nudo. L’ho intravisto nel fallito tentativo di allungare le mani, come se volesse prima accertarsi che non fosse un sogno. L’ho visto uscire dalla trance, calarsi i pantaloni fino alle ginocchia, afferrare risoluto lo stelo e puntarlo in direzione della bramata via. Sennonché, col suo corpo dietro che mi schiacciava contro i cuscini del divano, l’ho sentito sbuffare, nell’inutile ricerca del punto dove affondare; ho sentito lo stelo gonfio premere nei punti più strani. Infine, nel punto giusto, le mie pareti si sono chiuse come la porta di un castello, davanti a un crudele nemico che tenta di sfondarla uno, due, tre volte… per riversare infine fra i glutei l’aizzato liquido… tutto qui, Padre!”
“Capisco… capisco.” Sussurro, alla fine del racconto, impassibile come uno psichiatra alle prese con un’innocente narrazione onirica.
Tutto mi suggerisce che Alice, in verità, mi aveva rivelato un suo sogno erotico. Cerco di mostrarmi freddo e distaccato, è l’unica possibilità che ho di fronte all’evidente provocazione. Tuttavia, non posso certo ignorare i riferimenti all’esperienza nel bungalow, l’anno del nostro incontro.
“Allora, fingevi di dormire nel villaggio.”
“Non sempre, certe volte dormivo e certe volte no.”
“Vuoi parlarmi dei tuoi traumi, del tuo turbamento infantile?”
“Ma figurati, non essere ridicolo… eravate carini… sembrava così piacevole… mi piacerebbe…”
“Va bene, lasciamo stare!” La interrompo, sconvolto dalla straordinaria capacità di travolgere che può avere la purezza “E la tua serata, com’è finita.”
“Terminata la risibile prestazione loro, mostrandomi orgogliosi gli steli di nuovo eretti, avrebbero voluto e potuto prodigarsi in un’altra, ma a quel punto, ci siamo resi conto che la magia del momento era sfumata. Mi sono rivestita, delusa e nervosa. Appena il tempo di sistemare tutto e l’amica, insieme al ragazzo, è riapparsa sulla porta del soggiorno, con un’espressione del viso non del tutto serena: avrei saputo in seguito come fosse rimasta a bocca asciutta anche lei, in fatto di godimento.”
Fra di noi cade un lungo silenzio. Dubbioso la guardo. Impudente mi guarda. 
“Di’ un po’ ragazzina, cosa vuoi da me!”
“Voglio che mi insegni l’amore… quello grande, adulto.”
“Te lo posso insegnare con le parole e i consigli…”
“Non mi bastano. Voglio che me lo insegni a letto.”
“Tu sei pazza, sei completamente e drammaticamente pazza!” Urlo, mentre mi alzo dalla sedia con un balzo ”È tardi, smettiamola, andiamo a dormire.” Concludo.
Mi corico, e senza capire granché inizio un nuovo libro. La sento prepararsi per la notte, borbottare qualche frase incomprensibile e mettersi a letto. Il sonno mi coglie d’improvviso, inaspettato, con le spalle poggiate contro la spalliera e il libro ancora aperto in mano. Mi sveglio dopo un’ora, di soprassalto, sudato, il collo intorpidito per la protratta, scomoda posizione. Ripongo il libro, sistemo meglio il cuscino, spengo la luce. In camera sua c’è il solito chiarore. Insonnolito mi alzo, comunque, per raggiungere la lampada rimasta accesa.
“Chi ti ha detto di spegnere, non dormo affatto!” Mi rimprovera senza voltarsi.
“Scusami, credevo…” rispondo imbarazzato “La riaccendo subito… perché non dormi?”
“Perché sono nervosa!” Replica con tono arrogante.
“Sei nervosa perché sogni troppo, e parli troppo, e racconti troppo. Dovresti stare più calma. Rilassati, le cose hanno bisogno di tempo.”
Mentre con dolcezza la rimprovero, languida si volta. Si adagia sul fianco, la testa posata sul cuscino, i capelli in provocante disordine, lo sguardo lucido e irresponsabile, il profumo d’agrumi. Soffro, allontano i miei occhi dai suoi, ma incontro la pelle bianca del collo, delle spalle, del braccio posato sulla coperta. Immagino il corpo nudo sotto le coltri leggère.
Un gesto inopportuno. Un moto di vitale ribellione. Con un colpo tira via il lenzuolo, scoprendo così la nuda bruciante bellezza, da figura classica scolpita nel marmo. Reagisco male, come se avessi subìto un’intollerabile violenza. Tento di coprirla. Lei risponde ogni volta opponendosi, con gesti da bambina viziata.
“Non fare così Alice, ti prego non fare così! Rendi tutto più difficile. È assurdo quello che mi chiedi, ti rendi conto che è impossibile?”
Gli occhi sono restii a ignorare l’addome, i fianchi, le gambe, il fiore. Alice ha uno sguardo amareggiato, è quasi sul punto di piangere. Ho l’infelice idea di sedermi sul bordo del letto, accanto a lei, con intenzioni virtuose.
“Credimi, è meglio lasciar stare, convinciti Alice? Lasciamo stare… ora vado via, lasciami andare!” Togliendole i capelli dal viso e carezzandola teneramente.
Alice non parla più. Respira forte, eccitata, si volta, si distende, stringe la mia mano fra le sue e la guida sul seno.
“Non te ne andare Padre! Gioca con me questa notte, gioca con me.” Mormora socchiudendo gli occhi.
Dunque, in questo preciso istante, con il calore del piccolo seno fremente sotto il palmo della mano, il corpo giovane e nudo accanto, la frase pronunciata con l’intensità di un’ultima supplica, sarebbe potuto venire anche il Diavolo in persona a illustrarmi tutti gli eterni tormenti che avrei patito dopo… io avrei lo stesso amato Alice.
Così come ho fatto.
Sono rimasto con la bocca sulla sua per un tempo infinito: baciare era l’unica cosa che sapeva fare bene, il resto, tutto il resto, gliel’ho insegnato io. A Alice ho insegnato a muoversi, ad assecondare il gioco dei corpi, a usare la bocca, a lasciar parlare i sensi e l’istinto. A Alice ho insegnato la serenità, la tranquillità, la reciproca comunicazione di cui hanno bisogno i corpi. A Alice ho insegnato il tempo necessario alle mucose, il tempo necessario ai muscoli, il tempo necessario alla cedevolezza. Alice ha conosciuto le carezze, l’oscillazione lenta dei fianchi, i movimenti della lingua, ha imparato a scoprire dove più intenso è il piacere. A Alice ho insegnato tutto l’egoismo e tutto l’altruismo dell’amore; ha dimenticato l’assillo della prestazione, ha rivelato i desideri, si è abbandonata… e il suo corpo ha sussultato, godendo anche del piacere dell’altro. Nelle notti a seguire ho assolto al compito che mi aveva con ostinazione richiesto. Ora Alice conosce il piacere e la tecnica del piacere, sa usare il corpo, sa chiedere e concedere, e sa come dischiudere la porta del castello a quello che è tutt’altro che un crudele nemico.
Qualche settimana dopo, in un giorno di festa, Armida d’improvviso è tornata a casa, con valige, vestiti, cosmetici e il resto: non mi ha mai rivelato il problema che doveva risolvere e che ha risolto. Sospetto solo qualcosa.

Trascorre del tempo.

Una mattina, per prepararmi nel migliore dei modi, mi attardo un po’ in camera. Percorro il vialetto che conduce alla spiaggia e a metà strada la intravedo, sola, sotto l’ombrellone.
“Buongiorno!” Accenno appena giunto.
“Buongiorno!” Risponde lei, mentre sorride, alza e abbassa gli occhi veloci.
“Ma… suo marito? Verrà fra qualche giorno?” Tento un garbato approccio.
“Sarà difficile, temo, siamo divorziati!”
“E un compagno? Un amico?”
“No, nessun compagno, nessun amico… solo uno scemo che insiste a giocare come un ragazzino.”
“Alice dov’è!”
“È andata a fare il bagno con quel ragazzo… quello con i capelli ricci.”
“Ho capito, quello con la faccia da pulcino spaurito… come le piace giocare al gatto e al topo, come le piace, si diverte un mondo.”
“Sì, proprio lui… ah, guarda, tornano.”
Alice si avvicina all’ombrellone, prende un asciugamano, mi saluta ancora bagnata d’acqua di mare.
“Ciao Padre!” Mi bacia sulle labbra serrate.
“Il tuo amico, resta lì gocciolante?… Non vuoi asciugarti?!” Gli chiedo.
“No, lo asciugherò io…” risponde al suo posto “mi dai le chiavi del bungalow per favore. Noi andiamo… non vi fate vedere per almeno un’ora, va bene? Ciao, a dopo.” Precisa, afferrando la mano del suo lui per trascinarlo via.
“Perché, cosa dovete fare!” Replico con ironia.
“Cosa dobbiamo fare Padre… cosa pensi che faremo…”
“Oh, dunque, non riesco proprio a immaginarlo.”
“Oh che lo sai, lo sai bene!” Conclude con un sorriso.
Il colloquio, seguito dal ragazzo con crescente inquietudine, lascia strascichi di disagio, che libero si manifesta durante il tragitto verso il bungalow.
“Ma, scusa Alice … hai fatto intendere a tuo padre che… ho capito bene?”
“Sì, hai capito bene!…” Risponde sicura “Comunque, Fabio non è mio padre.”
“L’hai chiamato Padre.”
“L’ho chiamato Padre, ma non è mio padre.”
“È il compagno di tua madre?”
“Sì, è il compagno di mia madre… e il mio maestro d’amore.”
“Il tuo cosa? Cos’è un maestro d’amore! Non capisco. Mi prendi in giro. Perché lo chiami Padre?” Replica il ragazzo, rimasto immobile in mezzo al viale.
Alice torna indietro, lo raggiunge, lo guarda, sorride divertita e risponde:
“Non è uno scherzo, e non c’è niente da capire per ora… dobbiamo solo divertirci; emozioni e gioco, nient’altro… Vieni?… Andiamo, sbrigati!… Forse ti racconterò tutto in seguito, è una storia semplice.”


29 luglio 2002     


Nessun commento:

Posta un commento